Perché alcune font sono un problema per l’interoperabilità ?

Le font sono tra i principali imputati dei problemi di interoperabilità, in tutti i casi in cui i documenti vengono scambiati tra due PC configurati in modo diverso tra loro (ovvero, nella maggior parte dei casi).

Infatti, le font che vengono installate dai sistemi operativi Windows, MacOS X e Linux sono diverse, e nei primi due casi quasi sempre proprietarie e impossibili da emulare da parte di font con licenza libera. Inoltre, esse variano a seconda della versione e dei programmi applicativi installati, perché alcuni di questi – e Office in primis – installano altre font, che sono a disposizione di tutti i software, anche se spesso la loro licenza non lo consentirebbe (come nel caso delle C-Font, che potrebbero essere utilizzate solo con Microsoft Office).

La maggior parte degli utenti, però, ignora la maggior parte dei problemi di interoperabilità legati alle font, per cui pensa che le differenze di impaginazione sono sempre e comunque dovute a LibreOffice e mai ad altri fattori, spesso banali. Tra l’altro, nessun utente attribuisce i problemi a Microsoft Office, anche quando è evidente che la responsabilità è di questo programma.

Facciamo quindi l’esempio di un documento creato da Microsoft Office 2013 per Windows con la font Calibri (la scelta di default delle ultime quattro versioni del programma), che viene aperto con LibreOffice su un PC dove non è installata nessuna versione di Microsoft Office, e quindi nemmeno la font Calibri.

L’apertura di questo file con LibreOffice darà origine a un festival dell’impaginazione, perché la font Calibri verrà sostituita da una font simile come aspetto ma completamente diversa come metrica, per cui le righe risulteranno più corte o più lunghe (quasi sempre più lunghe), e quindi anche il documento sarà più lungo. In ogni caso, quasi nulla sarà al suo posto.

Ipotizzando di aprire il documento su tre PC, uno Windows, uno MacOS X e uno Linux, avremo tre versioni diverse tra loro, perché le font saranno metricamente diverse a seconda del sistema operativo.

Se, invece, il documento fosse stato creato con una font studiata per la compatibilità multipiattaforma, come – per esempio – una delle font Liberation, sviluppate da Red Hat e inllate da LibreOffice, il documento avrebbe lo stesso aspetto indipendentemente dal sistema operativo e dal software (e gli utenti sarebbero molto più contenti).

Le font da evitare, quindi, sono in primo luogo le C-Font installate da Microsoft Office dalla versione 2007 in avanti, le font proprietarie installate da MacOS X, e le font – sempre proprietarie – installate da programmi per la grafica come Adobe Illustrator e Corel Draw. Naturalmente, si tratta di font da evitare se l’obiettivo è quello dell’interoperabilità con gli altri utenti, e non certo in senso assoluto.

La scelta di font con licenza libera, tra l’altro, è estremamente ampia. Il repository Google Font – http://www.google.com/fonts – ne contiene ben 632 famiglie.