Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Senza parole

Quando muore uno come Enzo Biagi, un grande maestro di giornalismo e di ironia, qualsiasi parola è di troppo. Per questo, preferisco che siano le immagini di questa intervista delle Iene a ricordarlo.

Per approfondire l’argomento, consiglio le pagine del Corriere della Sera (la biografia e la raccolta dei video) e lo speciale di Repubblica TV.

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  • Filed under: Italians, Media Relations
  • Ma davvero son notizie?

    Mentre Carlo Odello, Enrico Bianchessi e il sottoscritto - più qualcun altro che sicuramente dimentico - si arrotolano intorno al problema della notizia, il TG1 dedica un paio di minuti all’attesa tenzone tra il primatista mondiale di “scofanamento” di hot dog (59 in 12 minuti) e il suo più immediato inseguitore (54 sempre in 12 minuti), che è stata messa a repentaglio da un’inattesa e sicuramente drammatica forma di artrosi dell’articolazione mascellare dello sfidante. Confesso che mi sfugge il nesso tra questa idiozia interplanetaria e qualsiasi definizione, anche la più becera, di notizia. Ma se vado indietro di un paio di settimane, trovo nelle pieghe della mia memoria la storia dei due fenicotteri gay dello zoo di Amsterdam, a cui lo psicologo - un essere umano oppure un terzo fenicottero? - ha deciso di dare in affido un piccolo abbandonato per risolvere la situazione di stress in cui i due erano piombati. Anche in questo caso mi sfugge il nesso. Ho il sospetto che qualcuno debba ripartire dai concetti di base del giornalismo e della notizia, a meno che dietro a tutto questo ci sia un grande disegno…

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    La notizia e i suoi dintorni

    Sono stato chiamato in causa sul tema della notizia e del comunicato stampa da Carlo Odello e Alberico Tremigliozzi. Rispondo con colpevole ritardo, un po’ per mancanza di tempo un po’ perché il tema meritava sicuramente un approfondimento, che ho cercato di preparare in queste settimane.

    Io non amo molto il termine “notiziabilità”, che mi sembra solo una brutta traduzione dell’inglese “newsworthiness”, ma senza quel legame stretto con il valore della notizia che ritengo indispensabile per un professionista. Quindi, non sono molto d’accordo con il contenuto del post di Carlo, che cerca di portare tra i valori della notizia quelli che in realtà sono un po’ i “trucchi” del mestiere e un po’ quei fattori esterni che non appartengono al buon giornalismo (primo fra tutti la commistione tra pubblicità e presenza redazionale).

    Anch’io utilizzo dei piccoli trucchi per cercare di incrementare la presenza dei miei comunicati stampa sui media di ogni tipo, ma prima di ogni altra cosa cerco di fare in modo che all’interno del testo ci siano molti tra i valori della notizia che molti - molto più autorevoli di me - hanno sistematizzato nel corso degli anni. Quando ci sono questi contenuti e il comunicato stampa viene scritto in un “buon” italiano (cosa, oggi, estremamente rara), è possibile ottenere buoni risultati anche ignorando le norme sui tempi e i modi della spedizione.

    Faccio un esempio: per motivi di tempo, ho dovuto distribuire l’ultimo comunicato stampa su OpenOffice.org 2.2.1 di domenica e per di più di sera. Aggiungo che non si trattava di una notizia particolarmente “forte” ma solo di un aggiornamento. Probabilmente, il testo di tre paragrafi che diceva tutto questo in modo semplice, senza magniloquenza, è stato ugualmente ritenuto degno di pubblicazione tanto che ha dato origine a una cinquantina di articoli online nel giro di una settimana.

    Per chi vuole approfondire questo tema della gestione delle notizie, in tutte le sue molteplici sfaccettature, ho raccolto nel mio wiki una serie di testi in italiano e in inglese che permettono di approfondire l’argomento. Per avere un flusso logico, seguirei questo ordine:

    1. Lo schema comunicativo, che fornisce un inquadramento del flusso.
    2. Lo handbook of independent journalism, che affronta il problema dal punto di vista dei giornalisti.
    3. L’articolo sul news framing di James Watson, che fornisce una sintesi del processo, dal gatekeeping al news value all’agenda setting, e così via.
    4. Il capitolo su notizia e routineproduttive della tesi di Angelo Rizzi, che rappresenta la sintesi migliore in italiano, secondo me, di tutto il processo (purtroppo, non ce ne sono molte nella nostra lingua).
    5. La dispensa delle lezioni di Antonella Orlandoni sulla fabbrica delle notizie, che affronta il problema in modo completo, ovvero sia sotto il profilo della “notiziabilità” sia sotto quello della semantica del testo.
    6. Gli appunti del corso di sociologia della comunicazione di Alessandra Pocecco, che aggiungono qualche informazione importante e un’ulteriore sistematizzazione al testo di Angelo Rizzi.
    7. I due testi di Judy McGregor e Ndaeyo Uko che cercano di aggiornare i valori della notizia alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi anni nell’ambito dei social media.
    8. Gli appunti, recentissimi, di Marco Deriu proprio sul tema della “notiziabilità”.

    Un’azienda produce fatti e genera informazioni. Sta al professionista di relazioni pubbliche e/o all’addetto stampa di traguardare questi contenuti contro la griglia dei valori della notizia, per fare in modo che il testo del comunicato stampa abbia ottime probabilità di pubblicazione indipendentemente dai trucchi che possiamo mettere in atto per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo. La notizia, però, rimane la conditio sine qua non, e non può essere subordinata né alla percezione interna del “capo” né a esigenze “politiche” (per esempio, un amministratore delegato o un direttore generale vanesio da compiacere).

    La notizia o c’è o non c’è, e in questo secondo caso l’unica possibilità è quella di trovarla attraverso una diversa lettura dei fatti o delle informazioni, e qui non ci sono né trucchi né segreti ma solo quella caratteristica professionale che qualcuno definisce “fiuto per la notizia”.

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    Giornalismo e relazioni pubbliche

    Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini hanno lanciato un progetto di ricerca sulla relazione tra giornalisti e relatori pubblici a cui chiunque è interessato al futuro delle due professioni - ancor di più se egli stesso è un giornalista o un relatore pubblico - dovrebbe dare il proprio contributo con la compilazione del questionario a cui si accede da questo indirizzo.

    Il progetto di ricerca si articola nelle seguenti fasi:
    1. Reperimento e analisi critica dell’esistente (sono state raccolte un ventina di ricerche sul tema realizzate negli ultimi venti anni in altrettanti Paesi).
    2. Selezione della metodologia, che ha portato alla decisione di condurre una fase qualitativa propedeutica alla distribuzione di un questionario online.
    3. Realizzazione della fase qualitativa (12 interviste qualitative dirette e interpersonali a sei giornalisti e sei relatori pubblici).
    4. Preparazione del questionario quantitativo online (in base ai risultati della fase qualitativa).
    5. Lancio del questionario online attraverso i siti delle due associazioni che supportano il progetto - FNSI e FERPI - e l’avvio di un programma virale di passaparola.
    6. Analisi e interpretazione dei risultati e stesura del rapporto finale in inglese e in italiano.
    7. Pubblicazione, diffusione e discussione dei contenuti del rapporto finale.

    Il progetto è arrivato alla fase 5, ovvero al lancio del questionario online. Chi lo compila dovrebbe invitare i propri colleghi - giornalisti e/o relatori pubblici - a fare altrettanto, inviando il link e sottolineando la grande importanza dell’iniziativa.

    I risultati del questionario saranno inviati in anteprima a tutti coloro che lo avranno compilato lasciando la propria identità e il proprio indirizzo di posta elettronica.

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    Il futuro dei quotidiani

    Su questo tema ci sono opinioni diverse: il Time ne ha raccolte otto, di giornalisti, analisti e professori universitari. C’è materiale sufficiente per meditare durante il resto del week end.

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  • Filed under: Journalism
  • Troveremo un limite alla decenza?

    Nello stesso momento in cui la Procura Generale di Milano ha chiesto all’Ordine dei Giornalisti la radiazione di Renato Farina - vicedirettore di “Libero” - per la vicenda della collaborazione (retribuita) con i servizi segreti, i partiti del centrodestra hanno candidato lo stesso personaggio per l’Ambrogino, un premio normalmente riservato alle personalità che hanno dato lustro a Milano.
    La candidatura è arrivata da Forza Italia, ed è sostenuta da Alleanza Nazionale, per il “contributo ai servizi segreti: l’occidente è in guerra contro il terrorismo, e la guerra non si combatte con le armi convenzionali ma collaborando…”.
    Invece di punire l’assenza di etica e deontologia, principi di base dell’attività di ogni professionista (e quindi di ogni giornalista), viene premiato l’aspetto “illegale” perché venato di connotazioni politiche. Un evidente stravolgimento della realtà e del buon senso comune, che se continuasse fino all’assegnazione del premio arriverebbe a superare i confini della decenza.

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  • We are in a very difficult position

    Questa lettera di Brian Tierney, publisher di Philadelphia Newspapers, a tutti i dipendenti dell’azienda esprime molto bene il periodo di difficoltà - non solo economica - in cui versano gli editori dei quotidiani statunitensi. Spero che sia un elemento di meditazione per gli editori di casa nostra.

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  • Anno Zero

    Michele Santoro è tornato in TV, con un’improbabile chioma color carota, e con la faziosità di sempre. A mio modo di vedere, il suo è cattivo giornalismo, e non certo per i contenuti ma per il modo con cui affronta i temi (tutto il buono a sinistra, tutto il marcio a destra, stereotipi a cui ormai credono solo in pochi), l’evidente autocompiacimento e il fastidioso protagonismo. Questa è la sintesi del Santoro di Anno Zero fatta da Massimo del Papa in un editoriale pubblicato su Articolo 21: Santoro è tornato fazioso come non mai. Il guaio è che adesso, forse perchè incattivito, se ne compiace in modo tronfio come non mai. Al punto da invitare alcuni esemplari subumani additati implicitamente come fascisti mentre invece sono sempre i vecchi sottoproletari imborghesti di Pasolini, che si rifugiano nell’odio razzista in spregio di ogni cultura perchè disperati. Santoro con loro gioca come il gatto coi sorci, si permette la falsa tolleranza che maschera il disprezzo, la condiscendenza pedagogica che è più razzista di tutto perché maschera un’indiscussa superiorità intellettuale e perfino umana: “Sei un duro”, irride a un certo punto il capetto dei subumani. E l’infame, tutto contento d’essere in TV, arrossice e si schernisce. Questo succede, purtroppo, quando si confonde - da una parte e dall’altra - la militanza politica con la capacità professionale. La militanza politica può portare ad avere posizioni estreme, la professione giornalistica - mi rifaccio alle affermazioni di Sergio Lepri - no.

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  • Come si fa un tiggì

    Ce lo spiega Sergio Lepri, uno dei mostri sacri del giornalismo italiano (si autodefinisce, scherzando, Vecchio Giornalista), in questa lettera pubblicata da Articolo 21, in cui elenca 12 regolette. Si tratta di una lucida sintesi delle cose da tenere a mente non solo per fare un buon tiggì, ma in genere per fare del buon giornalismo di servizio, ovvero quel “giornalismo che è sì, un potere, ma solo nella misura in cui è un servizio da svolgere, con umiltà, a favore dei cittadini, e soltanto di loro”.

    Regola numero 2. “Notizia” è il racconto di un fatto. “Notizia” è l’informazione che accresce le nostre conoscenze (e anche le nostre curiosità), che ci aiuta a essere più liberi nei nostri giudizi, più padroni delle nostre scelte, più sicuri nelle nostre decisioni, più responsabili nella conduzione della nostra vita familiare e professionale.

    Regola numero 6. Il giornalismo in genere ma soprattutto il giornalismo di un servizio pubblico ha così, accanto alla sua finalità istituzionale di informare, anche una funzione sociale: di contribuire alla crescita culturale di chi ascolta. Ecco perché chi è incaricato di condurre il telegiornale deve preoccuparsi non soltanto del rispetto della grammatica e della sintassi, ma anche delle parole che usa e della corretta pronunzia sia dei nomi italiani, sia dei nomi propri stranieri di persona e di luogo.

    Regola numero 8. La cosiddetta “audience” registrata dal sistema dell’Auditel non fornisce un’indicazione di gradimento, ma soltanto il numero dei televisori accesi, e non dice se la visione e l’ascolto da parte dei telespettatori sono attivi e consapevoli. Non può essere quindi la preoccupazione dell’“audience” a stimolare la competitività con gli altri telegiornali concorrenti. La competitività si misura non con i numeri, ma con la qualità dell’informazione: la saggia scelta delle notizie, il linguaggio chiaro con cui le notizie vengono scritte o dette, anche la buona dizione.

    Regola numero 9. Il giornalismo è mediazione tra la fonte e il fruitore dell’informazione. Il giornalista vede, ascolta e racconta, facendo una sintesi del fatto. Far raccontare un comizio direttamente all’oratore o mettere il microfono davanti alla bocca del protagonista di un convegno perché riassuma lui il proprio intervento non è giornalismo. L’intervista al termine della riunione o per la strada – senza neppure far domande e senza repliche - soddisfa l’interessato ed evita le sue possibili critiche, ma è, da parte del giornalista, una rinunzia alla propria professionalità. Così, infatti, il giornalista non è più un giornalista ma soltanto un reggitore di microfono, e il telegiornale non è più un organo giornalistico di informazione, ma soltanto un veicolo tecnico di trasmissione, più o meno come un ufficio postale.

    Regola numero 12, ed è la regola che riassume tutte le altre. A differenza del direttore di un giornale a stampa o di un telegiornale dell’emittenza privata, che può fare quello che vuole, salvo risponderne al proprio editore, il direttore di un telegiornale di servizio pubblico può fare meglio o meno bene il suo giornale, ma non può farlo diverso da quello imposto da queste regole, e ne risponde ai cittadini. Ecco perché si può dire che per un bravo giornalista dirigere un TG RAI è facilissimo. Diventa difficile soltanto se qualcuno cerca di impedirglielo.

    La regola prosegue senza interruzioni, mentre io ho ritenuto opportuno sottolineare quest’ultima frase, estrapolandola ed evidenziandola in grassetto.

    E allora a questo qualcuno diciamolo ad alta voce noi telespettatori e telespettatrici: vogliamo che i telegiornali del servizio pubblico (che oltretutto paghiamo) ci diano soltanto le informazioni che ci servono per conoscere bene quello che succede e per sentirci quindi uomini e donne liberi di giudicare, di scegliere e di decidere. Anche informazioni di politica, quindi, ma di politica seria, fatta di cose concrete (lavoro, salari e stipendi, pensioni, costo della vita, case, servizi pubblici e così via), non di chiacchiere e di battute, di ironie e di sarcasmi, a volte anche di insulti.

    Per concludere, una regola che - secondo me - è valida non solo per i giornalisti che fanno il tiggì, ma anche per gli altri operatori del sistema televisivo.

    Dodici regole da leggere, meditare e metabolizzare.

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  • Leggere il quotidiano

    L’altroieri sono stato all’evento organizzato dall’Università Bocconi e da RCS Mediagroup, di cui ha parlato Gaspar Torriero, ma non mi sono ancora ripreso dall’intervento di Paolo Mieli (avete presente uno che con quattro parole riesce a cancellare quello che ha fatto in tutta una carriera?). I concetti della “comunità” dei lettori del Corriere della Sera e dell’acquisto del quotidiano come espressione della maturità, per cui “oggi non lo compro, ma domani - quando tengo famiglia - sì” mi hanno lasciato un po’ più che perplesso. Anche perché Marco Pratellesi ha ribadito due volte il concetto che il giornalismo ha perso la sua funzione di indagine e di ricerca, con ampi consensi da parte della platea, ma prima Mieli e poi Riotta - la staffetta di Mieli - lo hanno bellamente ignorato (Riotta lo ha addirittura smentito). Comunque, quando mi sarò ripreso, tornerò sull’argomento.

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