Quali sono i principali problemi delle migrazioni a LibreOffice ?

Le migrazioni a LibreOffice sono progetti complessi, e nella maggior parte dei casi anche molto complessi. Questo, perché avvengono dopo anni – o decenni – di utilizzo di MS Office, per cui si innestano su un tessuto aziendale che è diventato, in modo talvolta consapevole (ma nella maggior parte dei casi inconsapevole), un “prolungamento” della suite proprietaria Microsoft, in modo tale da perpetuare il lock-in degli utenti o rendere difficile – e costoso – l’abbandono della stessa.

Per esempio, MS Office è integrato con la suite ERP di SAP, al punto che questa rende difficile – o addirittura impossibile – l’esportazione dei dati in formati diversi da quelli proprietari Microsoft, per cui è perlomeno necessario effettuare la conversione da XLS a ODS (quando non è la stessa suite SAP a integrare il foglio elettronico Excel, per cui obbliga alla presenza di una licenza di MS Office). Ma questa integrazione avviene anche a livello più basso, con programmi che sono sviluppati da software house più piccole, e quindi anche più flessibili.

Per questo motivo, è indispensabile partire da un’analisi di tutti i programmi che interagiscono con la suite di produttività individuale, per verificare il loro livello di compatibilità con il formato ODF. Oggi, questa compatibilità è più diffusa che in passato per cui è spesso possibile modificare la configurazione – o aggiungere un plug-in o un’estensione – per risolvere i problemi di interoperabilità.

Naturalmente, partiamo dal presupposto che la migrazione a LibreOffice porta con se anche quella a ODF, il formato standard e aperto utilizzato dalla suite libera, in quanto è significativamente migliore rispetto a qualsiasi formato Microsoft (che deve essere usato solo per lo scambio ma non per il salvataggio dei file).

I problemi di tipo tecnico, però, sono significativamente inferiori a quelli di tipo psicologico, legati alla gestione del cambiamento. In effetti, sembra assurdo che la semplice sostituzione della suite di produttività per ufficio scateni negli utenti una reazione analoga – e in alcuni casi peggiore – a quella della migrazione (forzata) verso un altro Paese o un altro Continente. Però è la realtà.

Per questo motivo, The Document Foundation ha sviluppato una metodologia – sulla base delle esperienze maturate nel corso di progetti complessi come quelli di Monaco di Baviera, del Comune di Bologna e della Regione Umbria – che ha l’obiettivo di prevenire la resistenza al cambiamento attraverso un processo che ha i suoi cardini nella comunicazione e nella formazione.

Il concetto di fondo è molto semplice: spiegando agli utenti in anticipo, e con grande anticipo sulla data dell’installazione di LibreOffice, le caratteristiche e le potenzialità del programma, e gli obiettivi dell’organizzazione, e formandoli all’uso del software, si riesce a ridurre in modo significativo l’impatto psicologico della migrazione.

Ovviamente, bisogna anche considerare il fatto che gli utenti sono condizionati dalla comunicazione di Microsoft, che in modo (anche subliminale) ha costruito i luoghi comuni che tutti conosciamo, e in particolare il concetto che l’assenza del costo di licenza si traduce in una scarsa qualità del prodotto.

Poco importa che ci siano organizzazioni come il Governo in Francia con ben 15 ministeri (e 500.000 desktop), la Comunitat Valenciana in Spagna con tutti gli enti pubblici e le scuole (e 120.000 PC), il Ministero della Difesa in Olanda (45.000 PC), il sistema ospedaliero della città di Copenhagen in Danimarca (25.000 PC), e il Comune di Monaco di Baviera (15.000 PC), oltre a province e comuni in Italia, che sono passate a LibreOffice risolvendo tutti i problemi, senza nessun impatto sulla produttività.

Purtroppo, la campagna di disinformazione sviluppata da Microsoft – unita alla strategia di lock-in, che oggi è legata non solo al formato dei documenti, ma anche alle font brevettate e legate all’End User License Agreement e all’interfaccia utente anch’essa brevettata – si traduce in un costo per la comunità, perché impone un processo di migrazione più complesso rispetto agli altri software.

Fortunatamente, è ormai assodato che i costi di “uscita” dal software proprietario vanno attribuiti al software proprietario stesso, e non al software libero (così come vorrebbe Microsoft), per cui il consiglio – a tutti coloro che oggi fanno una scelta a favore di Microsoft Office – è quello di valutare con attenzione sia i costi visibili sia quelli nascosti. Oggi, la scelta del software proprietario è molto più costosa, e non offre alcun vantaggio significativo rispetto alla scelta di LibreOffice.