Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
13 Feb
Il settore delle relazioni pubbliche non sta attraversando un momento felice, se è riuscito ad arrivare, con un articolo piuttosto critico, sulle pagine del New York Times.
Interessanti, a mio modo di vedere, le affermazioni di alcuni personaggi di spicco del settore:
Brenda J. Wrigley, Professore Associato di Relazioni Pubbliche all’Università di Syracuse: “P.R. has a P.R. problem. We have to get our own house in order before we go around advising corporations what to do. We are advocates and there’s no shame in that as long as it’s grounded in ethics and values”.
Harris Diamond, Chief Executive Officer di Weber Shandwick:“At the end of the day, P.R. is about trying to communicate a message on someone’s behalf. It is very important that we have transparency in our practices. We have to give very clear guidance on where information is coming from”.
Richard Edelman, President di Edelman, la più grande agenzia di relazioni pubbliche ancora indipendente: “We’re going through a period of a huge jolt, and now more than ever we have to teach our account people a moral. Every piece of information we put out, in theory, can go directly to the end user without any mediation. But our job today is still to bring to the media a credible story”.
A mio modo di vedere, la spiegazione migliore del perché di questa situazione sta in queste due frasi di Daniel Edelman, padre di Richard:
“It’s our belief that the masters of the universe, if you will - WPP and these other guys - are pressing for higher profits. They have standards for what they want, usually 17 percent margins. We like to do well, but we’re not trying to hit those kinds of numbers. It takes away from our historic relationship with the media”.
“There’s no question in my mind that the padding of bills has to do with firms chasing higher profits. I think bill-padding is a reflection of consolidation”.
Il dibattito si sta protraendo da qualche settimana, da quando è emerso che Ketchum ha dato del denaro a un giornalista perché parlasse di uno dei suoi clienti, un progetto pubblico che si chiama “No Child Left Behind”. Un problema che è venuto dopo, in termini temporali, lo scandalo che ha coinvolto Fleishman Hillard a Los Angeles, dove almeno un paio di clienti - aziende pubbliche - hanno ricevuto fatture gonfiate.
La storia, per il momento, rimane confinata oltreoceano, ma sono convinto che anche in Europa il nostro settore non sia completamente immune da colpe simili a quelle di cui stanno discutendo i nostri colleghi statunitensi.
12 Feb
Andy Lark è neozelandese, ovvero, uno decisamente agli antipodi rispetto a quasi tutto il resto del mondo. Eppure, è un “genietto” della comunicazione hi-tech, uno di quelli che nascono raramente, anche negli Stati Uniti, che della comunicazione hi-tech – nel bene e nel male – sono la culla. Tanto da essere apprezzato, e molto, da personaggi del calibro di Michael Dell, di cui è stato consulente per anni, quelli decisivi per il raggiungimento del primato, e di Scott McNealy, Chairman e CEO di Sun, il suo ultimo datore di lavoro.
Per circa un anno, dal gennaio del 1999, Andy e io abbiamo lavorato nella stessa azienda, un’agenzia internazionale di relazioni pubbliche, lui negli Stati Uniti e io in Italia, ma entrambi membri del board internazionale della practice hi-tech. Poi, Andy è diventato responsabile della comunicazione di Nortel Networks, a livello mondiale, e io ho guidato il team italiano che lavorava per la sua azienda. In tutto, quasi tre anni di collaborazione, con incontri, conference call e soprattutto e-mail.
Nel 2002, le nostre strade si sono separate. Andy, texano di adozione (e anche di accento), è ricomparso in California, nella Silicon Valley. Io, invece, sono uscito dall’agenzia internazionale e nel 2003 ho ricominciato – praticamente – da zero la mia carriera di professionista delle relazioni pubbliche, a quasi cinquant’anni.
Nel frattempo, erano nati i blog. Un nuovo modo di comunicare, apparentemente spontaneo, ma nella realtà dei fatti studiato con attenzione, sia nei contenuti che nella veste grafica. Un fenomeno innovativo, che parte da lontano, dal “Cluetrain Manifesto”, il primo testo a mettere in evidenza – anche se in modo un po’ rozzo – la dicotomia tra l’Internet delle aziende (e delle agenzie di relazioni pubbliche) e l’Internet degli utenti, e dal nostro “guru” Giancarlo Livraghi, con la sua “umanità dell’Internet”.
Nel 2004 ho compiuto cinquant’anni. Il momento giusto per entrare nella schiera dei “blogger” che scrivono di relazioni pubbliche, anche se la maggior parte – per motivi facilmente comprensibili – è concentrata negli Stati Uniti.
E’ stato così, saltando da un blog all’altro per studiarne il taglio, gli argomenti, gli umori, gli stili, i lati positivi e quelli negativi, che ho ritrovato Andy Lark, e Shel Holtz, che ha portato in giro per il mondo – con la sua presentazione – il primo caso di successo nella gestione di una crisi all’interno di una comunità online, di cui sono stato involontario protagonista nella primavera del 1999. E ho scoperto, anche se di nome lo conoscevo già da tempo, Rick Edelman.
Nel suo blog, Andy ha cercato di individuare e organizzare i motivi che spingono un professionista di relazioni pubbliche a pubblicare un blog sulla professione. Ho cercato di farne una mia versione, ispirandomi liberamente al suo testo originale:
Scott McNealy, l’ex capo di Andy Lark, dice che è meglio essere il tergicristallo che il moscerino… In entrambi i casi, sono il vento e le intemperie a menare la danza, ma il rapporto con il parabrezza è decisamente diverso…
Technorati tags: business blogging
Tags: pr, relazioni pubbliche10 Feb
Dan Gillmor, negli Stati Uniti, è un nome conosciuto. E’ il giornalista che per circa un decennio ha commentato le notizie sul mondo delle tecnologie dalla posizione migliore, ovvero dalle pagine del “quotidiano” della Silicon Valley: il San Jose Mercury News. E che, per questo motivo, ha avuto a che fare con quelli che, teoricamente, sono i migliori professionisti di relazioni pubbliche nello specifico settore dell’information technology.
Teoricamente. Perché a leggere la lettera che segue, pubblicata dallo stesso Dan Gillmor all’interno del sito SiliconValley.Com, si direbbe - dopo aver ascoltato per anni le lamentele dei giornalisti italiani sull’argomento - che la professionalità, purtroppo, continua a essere una merce rara.
Ho cercato di tradurre il testo rispettando il senso dell’originale. Il tutte le occasioni in cui c’è un riferimento a qualcosa di tipicamente americano - come lo US Mail, il servizio postale - ho utilizzato il nostro equivalente.
Lettera ai professonisti di relazioni pubbliche
Cari PR,
Le relazioni pubbliche nel settore delle tecnologie devono essere un lavoro incredibilmente difficile. Da un lato, ci sono dei clienti molto esigenti, e dall’altro, dei giornalisti molto impazienti. Stretto nel mezzo, il PR deve conservare il proprio senso dello humor.
Ricevo una quantità enorme di richieste e proposte da PR professionisti. Molti ignorano le mie preferenze, che ho ripetuto più volte.
Alcuni suggerimenti importanti:
Prima di spiegare le regole relative all’e-mail, lasciatemi ringraziare i PR che hanno compreso che preferisco essere contattato in questo modo. Io sono da solo e voi siete in tanti, e la mia mailbox è sempre strapiena di richieste e proposte.
Questi messaggi fanno a gara per catturare la mia attenzione, insieme a quelli dei lettori che commentano un articolo e di coloro che suggeriscono idee, e alla pletora di altre comunicazioni. Ogni giorno, finisco col leggere centinaia di messaggi.
Elimino immediatamente quelli che non interessano né a me né al San Jose Mercury News né a SiliconValley.com. Sono stupito dalla quantità di posta che arriva da persone che - evidentemente - non hanno mai letto né il quotidiano né il sito Web.
Non avrei nessun problema, avendone il tempo, a inoltrare i messaggi a chi di dovere, ma preferirei che i PR leggessero i miei articoli, per capire cosa faccio, prima di inviarmi una proposta. In redazione ci sono diversi giornalisti che scrivono di tecnologia, e nella maggior parte dei casi sono proprio gli altri i contatti giusti per le vostre storie.
Ma quelle che mi infastidiscono di più sono le cattive abitudini dei PR con l’e-mail.
Le mie regole:
In sintesi, comprendo le difficoltà del vostro lavoro, soprattutto quando avete a che fare con persone esigenti come i giornalisti. Spero che queste linee guida vi aiutino a ottenere più facilmente la mia attenzione.
Technorati tags: media relations, e-mail
Tags: comunicato stampa, giornalismo, media, Media Relations, pr, relazioni pubbliche8 Feb
Il mondo della stampa sta attraversando un periodo di trasformazione, il cui impatto è diventato man mano più evidente nel corso del 2004. In parte, è dovuto alla maggiore importanza di Internet per la comunicazione, un elemento che il mondo delle relazioni pubbliche ha fino a oggi sottovalutato, e che continua a considerare solo per il suo aspetto di mezzo di trasporto a basso costo delle informazioni.
Il mestiere di giornalista sta diventando più complesso. Quella a cui stiamo assistendo, infatti, è la contemporanea tendenza verso la frammentazione e la convergenza, che dà origine a una dicotomia spesso difficile da gestire. Da una parte, il pubblico è sempre più frammentato, mentre dall’altra i media stanno convergendo all’interno di un numero di editori sempre più ristretto. In queste settimane, stanno confluendo sotto lo stesso tetto Agepe e JCE, ovvero tre delle quattro testate italiane dedicate al canale.
Le notizie e le informazioni “vere” sono sempre più disponibili, così come quelle inutili, quelle di parte e quelle addirittura false. Alcune persone sono più informate di quello che avrebbero potuto essere in passato, poiché possono accedere a più fonti e opinioni sullo stesso argomento, mentre altre sono attente solo agli aspetti di sensazionalismo. Altre ancora rimangono legate a una forma ormai obsoleta di consumo dei media – che si può definire come “giornalismo dell’affermazione” – in cui cercano notizie e opinioni che confermano la loro visione del mondo.
Il ruolo dei giornalisti come intermediari delle notizie si sta indebolendo, mentre cresce il numero delle persone comuni che contribuiscono in modo propositivo alla diffusione delle informazioni attraverso nuove forme di comunicazione come i blog. Questo può rappresentare un’opportunità per i giornalisti come interpreti della verità, e per le PR come canale di distribuzione delle informazioni dalle aziende verso i loro pubblici (intesi nella loro accezione più ampia).
Otto spunti per il 2005
Otto spunti, e altrettante possibilità di migliorare la visibilità sulla stampa nel corso del 2005, sfruttando per primi le nuove opportunità di comunicazione.
3 Feb
Rick Edelman è il CEO della più grande, tra le agenzie internazionali di relazioni pubbliche, a essere rimasta indipendente, ovvero immune dai condizionamenti del mercato azionario. Oggi, si tratta di un vantaggio non trascurabile rispetto al resto del mercato, poiché consente di definire obiettivi a medio/lunga scadenza – come sarebbe logico per un settore come quello della consulenza – e quindi di ragionare piuttosto che reagire in modo impulsivo sulla base dei dati finanziari.
Sono convinto che Rick Edelman sia perfettamente cosciente di questa posizione di forza rispetto alle agenzie concorrenti, che fanno parte dei tre gruppi – quotati alla Borsa di New York – Interpublic, Omnicom e WPP. E infatti, ha il tempo per scrivere con regolarità su un blog dove annuncia, tra le altre cose, che nel corso del 2005 Edelman donerà l’equivalente di 250.000 dollari in ore di consulenza alla causa della ricerca sull’AIDS. Un gesto che stride con i problemi etici in cui si trovano impelagate due agenzie Omnicom, e che la dice lunga sulla tranquillità – e, di conseguenza, sulla qualità del lavoro – con cui Edelman sta affrontando l’attuale difficile situazione di mercato.
Per chiudere il 2004, Rick Edelman cita le considerazioni di Michael Wolf, un analista di McKinsey esperto di media, sul consumo di informazioni negli Stati Uniti, che – nella maggior parte dei casi – sembrano fatte apposta per la situazione italiana. Secondo Wolf, i consumatori guardano meno notizie rispetto al passato, soprattutto sui canali tradizionali. Molti di essi ottengono le informazioni dai talk show notturni (come Porta a Porta) o addirittura dagli spettacoli di intrattenimento. Altri adottano lo stile “caffetteria”, che attinge all’informazione a piccole dosi, ma da più fonti diverse. In generale, la gente cerca storie e non notizie, e non utilizza più un’unica fonte per le sue esigenze di informazione.
Per quanto riguarda il pubblico giovane, i contenuti – per essere efficaci – devono apparire “sovversivi”, come se nascessero spontaneamente dal basso e non fossero ispirati dalle strategie aziendali, e devono tenere conto dell’uso del cellulare come strumento di comunicazione e non solo di conversazione telefonica. I siti, infine, devono diventare luoghi dove divertirsi e trovare informazioni, come avviene nel caso di Pepsi.Com.
Secondo Rick Edelman, queste sono le implicazioni per le PR nel 2005:
1) Gli strumenti di distribuzione dei messaggi devono essere al passo con i tempi, e devono permetterci di arrivare direttamente al destinatario attraverso il PC o il telefono cellulare.
2) Dobbiamo guardare con maggiore attenzione a tutti i media alternativi, come la stampa, le radio e le televisioni locali, e alle forme di intrattenimento che danno spazio all’informazione.
3) Dobbiamo aiutare i clienti a migliorare la qualità dei contenuti dei loro siti.
4) Dobbiamo persuadere i clienti a cimentarsi nel mondo democratico dei blog.
5) Abbiamo l’opportunità di sottrarre quote di mercato alle agenzie di pubblicità, offrendo dei programmi credibili, interattivi e divertenti.
A parte l’ultima considerazione, che mi sembra legata alle condizioni del mercato statunitense e all’indipendenza di Edelman (ve lo immaginate il CEO di Burson Marsteller che va da Sir Martin Sorrell e gli dice che ha l’opportunità di sottrarre quote di mercato a JWT?), mi sento di condividere appieno i ragionamenti di Rick Edelman. Il 2005 potrebbe essere un anno molto interessante per il mondo delle relazioni pubbliche, anche in Italia.
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Tags: media, pr, Public Relations, relazioni pubbliche31 Jan
Faceva un caldo insopportabile. Quando suonò il campanello, mi avviai verso la porta gridando “Chi è!”. “Computerworld Italia”, rispose una voce femminile. Guardai attraverso lo spioncino. L’immagine, deformata dal vetro convesso, mi fece pensare più a un’allucinazione che alla realtà.
La biondona in minigonna entrò con andatura ondeggiante. “Devo consegnare il primo numero di Computerworld Italia a Italo Vignoli”.
“Sono io”, ribattei con aria seccata. Da quando avevano scoperto che ero nato il 12 agosto – la stessa data della presentazione alla stampa del personal computer IBM – non avevo più pace.
Ogni mese ricevevo chili di questionari dalle società di ricerca, quintali di offerte dai concessionari, tonnellate di carta stampata dalle case editrici.
Ero talmente stufo che esclamai: “Mi spieghi cosa c’entro io con Computerworld Italia: sono laureato in lettere, odio matematica e fisica, faccio il geografo, e non ho mai visto un computer in vita mia”.
Il tono seccato non sorprese la biondona, che replicò con arguzia: “E se, leggendo il primo numero di Computerworld, lei scoprisse che l’informatica è la passione della sua vita?”.
“Impossibile!”, bofonchiai, spalancando la porta con un gesto che non ammetteva repliche. La biondona uscì con aria palesemente scocciata. Prima di salire sull’ascensore, si voltò e mi gettò fra i piedi il mitico primo numero di Computerworld Italia.
Lo raccolsi: il fascino della biondona aveva colpito nel segno: “E se avesse ragione?”, pensai. “In fin dei conti, il fatto di essere nato proprio il 12 agosto potrebbe essere veramente un segno del destino!”.
Guardai la prima pagina, e rimasi colpito dal titolo su diciotto colonne: “1982-1992: dieci anni di informatica”. “Com’è possibile”, pensai, “raccontare in anticipo dieci anni di storia?”.
Incuriosito, mi trasferii in terrazzo – o meglio, nella foresta tropicale che mia madre spacciava per terrazzo – e mi sdraia sulla chaise-longue di vimini. Prima di iniziare a leggere, mi versai un bicchiere di acquavite di ciliegie ghiacciata.
Iniziai a sfogliare Computerworld Italia: il contenuto manteneva le promesse. E c’erano anche le fotografie! Da qualche parte, lessi che l’editore poteva contare su una rete capillare di informatori.
Dopo una decina di pagine, avevo già fatto la conoscenza con decine e decine di personaggi, da Don Estridge – quello del 12 agosto – a Rod Canion, da Steve Jobs a Bill Gates, e così via.
Buttavo l’occhio qua e là sulle pagine, e mi soffermavo soprattutto sulle fotografie. Gli americani erano davvero impagabili, con i loro bretelloni rossi e le loro T-shirt da sera, stampate con lo sparato e il cravattino, quasi fossero degli smoking.
A forza di sfogliare, giunsi al 1985, con la caduta del primo mito: Steve Jobs, il geniale creatore del personal computer e del Macintosh, veniva sostituito alla guida di Apple da John Sculley, uno che nella sua vita non aveva fatto altro che vendere gassosa e patatine fritte per conto della Pepsi Cola.
Superai il 1986. Ormai sapevo tutto sull’evoluzione del personal computer IBM, sul successo di Compaq, sull’arrivo dei cloni, sull’evoluzione del software applicativo, e sul fenomeno delle copie pirata, che sembrava essere un cancro soprattutto italiano.
Giunsi al 1987. Notai subito la foto di una premiazione: in mezzo a un gruppo di personaggi inequivocabilmente inglesi spiccava un giovane barbuto, che teneva in mano un trofeo come fosse un carciofo.
Lessi la didascalia: “Italo Vignoli, Direttore Marketing Communications della Divisione Stampanti della Honeywell, ritira il premio RITA, conquistato dalla Compuprint 4/66 durante il ‘Which Computer? Show’ di Birmingham, il 17 febbraio 1987″.
Riguardai la foto, rilessi la didascalia. Riguardai e rilessi per almeno una dozzina di volte. E poi mi decisi a ingurgitare d’un sorso il bicchiere di acquavite. Com’ero ingrassato!
Poi ci ripensai: “Impossibile! Sarà un caso di omonimia”. Mi resi conto, però, che non si era mai visto un caso di omonimia con la stessa faccia, barba compresa.
“Calma, qui ci vuole calma e sangue freddo!”, esclamai ad alta voce, quasi per convincere me stesso. “Dunque, in meno di cinque anni io dovrei passare da Redattore Geocartografo del Touring Club Italiano a Direttore Marketing Communications della Honeywell. Ridicolo, semplicemente ridicolo!”.
A chi era potuta venire un’idea così balzana? Sfogliai le pagine di Computerworld Italia alla ricerca del numero di telefono della redazione.
Mi rispose una voce cortese e professionale, che mi passò subito il caporedattore: “E lei, invece di essere contento, protesta perché le abbiamo rivelato che nel 1987 vincerà un premio. Pensi a quello che dovrebbe dire Steve Jobs, dopo aver scoperto la sua fine!”.
Il caporedattore continuò: “Le dò un consiglio: visto che quelli della Honeywell non si sono ancora fatti vivi, gli scriva. E si accorgerà che abbiamo visto giusto”.
La frase successiva fu quella che mi convinse: “Per quale motivo lei crede che John Sculley abbia deciso di lasciare la Pepsi e di andare alla Apple? Ma perché aveva letto su Computerworld come sarebbe andata a finire!”.
Presi carta e penna, e iniziai:
“Gentili Signori, forse voi non lo sapete, perché non avete ancora letto il primo numero di Computerworld Italia, ma nel 1987 io e la 4/66 faremo grandi cose…”.
Il resto è storia.
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Tags: Marketing, pr