Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

IBM va male?

Ma non aveva risolto tutti i suoi problemi con la vendita della Divisione PC a Lenovo?
E invece, annuncia 13.000 licenziamenti, pari al 4% della forza lavoro, soprattutto nelle filiali europee della società.

Secondo Sam Palmisano, infatti, il calo dei profitti è da attribuire, in parte, al calo delle vendite in Francia, Germania e Italia.

Mi piacerebbe sentire i commenti a questa notizia di quelle persone che mi hanno detto che l’operazione Lenovo era “una figata”.

Io non immaginavo che l’effetto negativo fosse così rapido, ma ho scritto che l’operazione non avrebbe funzionato in tempi non sospetti.

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  • Ben Silverman, autore del blog PR Fuel, ha realizzato una ricerca in cui ha coinvolto cinquanta giornalisti di quotidiani statunitensi per analizzare il rapporto di questi giornalisti con i comunicati stampa, le sale stampa online e i blog. Gli intervistati appartengono a quotidiani che vendono ogni giorno tra 100.000 e 500.000 copie, e scrivono di business, politica, sport, cronaca locale, cronaca nera, viaggi, turismo, tecnologia e arte.

    Queste sono le risposte, con i commenti di Ben Silverman.

    Comunicati Stampa

    1. Dei comunicati stampa che ricevi via e-mail, quanti ne apri e ne leggi?

    Tra il 90% e il 100% = 8%
    Tra l’80% e l’89% = 13%
    Tra il 70% e il 79% = 15%
    Tra il 60% e il 69% = 16%
    Tra il 50% e il 59% = 25%
    Meno del 50% = 26%

    Commento: Ricordate, un buon titolo fa aprire il messaggio, e una notizia interessante fa continuare a leggere il comunicato stampa. E, naturalmente, non spedire mai un comunicato stampa come allegato.

    2. A) Ricevi ancora comunicati stampa per posta?

    Si = 22%
    No = 78%

    Commento: Sono sorpreso da una percentuale ancora così alta.

    2. B) Li leggi?

    Si = 2%
    No = 98%

    Commento: Non sono sorpreso.

    3. A) Ricevi ancora comunicati stampa per fax?

    Si = 36%
    No = 64%

    Commento: Quanti ne arriveranno su un numero eFax?

    B) Li leggi?

    Si = 56%
    No = 44%

    Commento: Apparentemente, il fax è il modo migliore per far leggere un comunicato stampa. Forse, è il concetto di “urgenza” che è associato al fax che sspinge i giornaliti a leggerli.

    4. Controlli i servizi di distribuzione dei comunicati stampa come Business Wire e PR Newswire?

    Si = 70%
    No = 30%

    Commento: Il modo migliore per farli leggere.

    (N.d.R., Praticamente inutilizzato in Italia)

    5. Generalmente, trovi utili le informazioni contenute nei comunicati stampa?

    Si = 76%
    No = 24%

    Commento: E’ una risposta particolarmente positiva, ma in questo caso non capisco perché i giornalisti non leggano più comunicati stampa. E’ colpa del titolo?

    6. La maggioranza dei comunicati stampa che ricevi è in linea con quello che scrivi?

    Si = 62%
    No = 38%

    Commento: Questa percentuale deve migliorare. Bisogna aggiornare i database.

    Blog

    1. Leggi dei blog per intrattenimento?

    Si = 24%
    No = 76%

    Commento: Il 27% degli adulti statunitensi legge dei blog.

    2. Leggi blog sullo stesso argomento di cui scrivi?

    Si = 36%
    No = 64%

    Commento: Questa è la vera percentuale…

    3. Hai mai scritto un articolo dopo aver letto la storia su un blog?

    Si = 18%
    No = 82%

    Commento: Non riesco a capire se si tratta di un numero alto o basso. Credo che alcuni giornalisti non vogliano rivelare le loro foti di informazione.

    4. Hai mai utilizzato l’autore di un blog come fonte?

    Si = 4%
    No = 96%

    Commento: Sorprendentemente bassa. Avrei scommesso su una percentuale almeno del 15%.

    5. Hai mai citato un blog come fonte di informazioni per un articolo?

    Si = 6%
    No = 94%

    Commento: Come sopra.

    6. Ritieni che i blog siano uno strumento di ricerca utile per il tuo lavoro (fonte di informazioni, barometro sulle opinioni, eccetera)?

    Si = 24%
    No = 76%

    Commento: La percentuale è quella che stimavo per le due risposte precedenti, ma ancora bassa se consideriamo che il 36% degli intervistati afferma di leggere blog sullo stesso argomento di cui scrive.

    Uffici Stampa Online

    1. Le aziende forniscono informazioni sufficienti alla stampa sui loro siti web?

    Si = 66%
    No = 34%

    Commento: Il “si” potrebbe essere 100% se i PR spendessero qualche minuto in più per analizzare l’ufficio stampa online, e facessero qualcosa per migliorarlo.

    2. Con che frequenza visiti i siti delle aziende per cercare informazioni?

    Ogni giorno = 12%
    Ogni settimana = 74%
    Ogni mese = 14%
    Mai = 0%

    Commento: Questo è un buon segno.

    3. Hai mai utilizzato un modulo online (”scrivi nome, indirizzo e-mail e domanda, e ti risponderemo”) per fare delle richieste?

    Si = 2%
    No = 98%

    Commento: Siamo d’accordo! Odio quel tipo di modulo online.

    Varie

    1. Saresti un buon PR?

    Si = 32%
    No = 68%

    Commento: Una risposta onesta.

    2. Consideri i PR come pari grado, sotto il profilo professionale?

    Si = 78%
    No = 22%

    Commento: Mi aspettavo un numero inferiore di si.

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  • E’ un argomento di cui volevo scrivere da tempo: l’Ordine dei Giornalisti ha recentemente approvato un documento che contiene delle regole di comportamento per i giornalisti economici e finanziari, che integra e amplifica le norme del 1993.

    Questo è il testo del documento:

    1) Il giornalista riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne alterino il vero significato, le informazioni di cui dispone, soprattutto se già diffuse dalle agenzie di stampa o comunque di dominio pubblico. L’obbligo sussiste anche quando la notizia riguardi il suo editore o il referente politico o economico dell’organo di stampa.

    2) Non si può subordinare in alcun caso al profitto personale o di terzi le informazioni economiche e finanziarie di cui si sia venuti a conoscenza nell’ambito della propria attività professionale né si può turbare l’andamento del mercato diffondendo fatti o circostanze utili ai propri interessi.

    3) Il giornalista non può scrivere articoli che contengano valutazioni relative ad azioni o altri strumenti finanziari sul cui andamento borsistico abbia in qualunque modo un interesse finanziario, né può vendere o acquisire titoli di cui si stia occupando professionalmente nell’ambito suddetto o debba occuparsene a breve termine.

    4) Il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende da privati o enti pubblici che possano condizionare il suo lavoro e la sua autonomia o ledere la sua credibilità e dignità professionale.

    5) Il giornalista non assume incarichi e responsabilità in contrasto con l’esercizio autonomo della professione, né può prestare nome, voce e immagine per iniziative pubblicitarie, in quanto incompatibili con la credibilità e autonomia professionale. Sono consentite, invece, a titolo gratuito, analoghe iniziative volte a fini sociali, umanitari, culturali, religiosi, artistici, sindacali o comunque prive di carattere speculativo.

    6) Il giornalista, tanto più se ha responsabilità direttive, deve assicurare un adeguato standard di trasparenza sulla proprietà editoriale del giornale e sull’identità e gli eventuali interessi di cui siano portatori i suoi analisti e commentatori esterni in relazione allo specifico argomento dell’articolo. In particolare va ricordato al lettore chi è l’editore del giornale quando un articolo tratti problemi economici e finanziari che direttamente lo riguardino o possano in qualche modo favorirlo o danneggiarlo.

    7) Nel caso di articoli che contengano raccomandazioni d’investimento elaborate dallo stesso giornale va espressamente indicata l’identità dell’autore della raccomandazione (sia esso un giornalista interno o un collaboratore esterno). Occorre inoltre, nel rispetto delle norme deontologiche già in vigore sulla affidabilità e sulla pubblicità delle fonti, che per tutte le proiezioni, le previsioni e gli obiettivi di prezzo di un titolo siano chiaramente indicate le principali metodologie e ipotesi elaborate nel formularle e utilizzarle.
    8) La presentazione degli studi degli analisti deve avvenire assicurando una piena informazione sull’identità degli autori e deve rispettare nella sostanza il contenuto delle ricerche. In caso di una significativa difformità occorre farne oggetto di segnalazione ai lettori.

    Sarei molto felice se Ferpi e Assorel approvassero un analogo documento sui doveri dei professionisti delle relazioni pubbliche.

    In particolare, vorrei vedere questi tre articoli:

    1) Il professionista di relazioni pubbliche non può utilizzare in alcun caso per profitto personale o di terzi le informazioni economiche e finanziarie di cui viene a conoscenza nell’ambito della propria attività professionale né può turbare l’andamento del mercato diffondendo fatti o circostanze utili agli interessi di chi riceve queste informazioni.

    2) Il professionista di relazioni pubbliche non offre in nessun caso contratti di consulenza, pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende né a giornalisti né a clienti, dato che questi potrebbero condizionare l’autonomia professionale e decisionale di questi ultimi e ledere la dignità degli altri professionisti di relazioni pubbliche.

    3) Il professionista di relazioni pubbliche non offre in alcun caso a un giornalista un incarico in contrasto con l’esercizio autonomo della professione.

    E sarebbe anche particolarmente positivo se anche Ferpi e Assorel affidassero a un organismo esterno, così come ha fatto l’Ordine dei Giornalisti (che ha affidato alla Consob il compito di comminare le multe ai giornalisti che infrangono le regole), l’applicazione delle sanzioni, che dovrebbero essere estremamente severe.

    Altrimenti, continueranno a darci del “pierre”… e noi continueremo a meritarci questo appellativo.

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  • Steve Ballmer fa male a Microsoft?

    I fatti sembrano confermarlo.

    Questo elenco arriva dal blog Mini-Microsoft, che - apparentemente - proviene dall’interno dell’azienda.

    • Insieme a Bill Gates, ha preso decisioni che si sono tradotte in infrazioni della legge, e quindi in multe, restrizioni all’operatività e perdita di credibilità.
    • Insieme a Bill Gates, ha investito più di 10 miliardi di dollari in contanti in progetti nell’area delle telecomunicazioni, che sono falliti e hanno causato la perdita dell’intero ammontare.
    • All’apice della crisi, quando sarebbe stato possibile acquistare delle aziende con pochi soldi, Microsoft aveva miliardi in contanti, e altre aziende si sono rafforzate, non ha fatto nessun investimento.
    • Ha investito 10 miliardi di dollari in “settori emergenti” che a qualche anno di distanza rappresentano solamente il 10% del fatturato Microsoft, non crescono nemmeno del 10% e soprattutto non generano profitto.
    • Ha sostenuto spese enormi per gli utili sulle stock option, la maggior parte dei quali è finita nelle tasche dei top manager, che in molti casi non hanno raggiunto i propri obiettivi ma hanno ugualmente speculato sulle azioni (di fatto, un bonus sulle cattive performance).
    • Come risultato di queste azioni, ha fatto sì che l’azienda non aumentasse gli utili per cinque anni consecutivi, nonostante nello stesso periodo il fatturato sia cresciuto del 50%.
    • Ha approvato un oneroso programma di licenze nel momento in cui molte aziende avevano problemi economici, mettendo in difficoltà una buona percentuale dei clienti e alimentando la migrazione verso l’Open Source [grazie, a nome della comunità].
    • Da quando è alla guida dell’azienda, Microsoft ha sottovalutato il problema della sicurezza e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato l’evoluzione verso le ricerche a pagamento e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato l’evoluzione verso i web service e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato il boom della “portable music” e ha dovuto rincorrere il problema, ha abbandonato lo sviluppo di Internet Explorer e ha dovuto rincorrere il problema, e adesso non sembra in grado di rilasciare nessun prodotto nei tempi previsti, nemmeno limitandone le funzionalità (Longhorn, CRM, SQL, VS, eccetera eccetera).
    • Da quando è alla guida dell’azienda, la crescita di Microsoft è scesa dal 20-30% a meno del 10%, e le previsioni sono per un ulteriore rallentamento.
    • Nonostante le azioni abbiano perso il 50% del loro valore negli ultimi cinque anni, ha approvato il catastrofico piano di payout da 32 miliardi di dollari contro il parere di tutti gli esperti, che - per sostenere l’azione - suggerivano un’acquisizione accrescitiva, un buyback di maggiori dimensioni o un aumento dei dividendi.
    • Come risultato di tutto questo, ha perso la fiducia di Wall Street e degli investitori. Il sentimento generale è passato da “Microsoft è solida, la ripresa è questione di tempo” a “Quest’azienda è finita?”. Recentemente, ci sono stati diversi articoli sulla stampa che sostenevano questa posizione.

    C’è bisogno di altri esempi?

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  • La crescita di Firefox

    L’ultima ricerca sulla diffusione dei browser, effettuata da Janco Associates, assegna a Internet Explorer una quota di mercato dell’83,07%, a Firefox il 10,28%, a Mozilla il 3,81%, a Netscape, AOL, MSN Explorer e Opera meno dell’1%.
    Prendo atto, con riserva. Si tratta di dati totalmente diversi da quelli che risultano a entrambi i sistemi di monitoraggio degli accessi a questo blog, che dovrebbero riflettere la composizione di un gruppo di utenti abbastanza eterogeneo, ovvero la comunità professionale dei comunicatori, e i suoi dintorni.
    Queste sono le percentuali secondo ShinyStat.

    Explorer 6.x

    57,31%

    Firefox

    34,15%

    Explorer 5.x

    4,60%

    Safari

    2,46%

    Mozilla

    0,66%

    Netscape 7.x

    0,33%

    Opera 7.x

    0,33%

    Sconosciuto

    0,16%

    Queste, invece, sono le percentuali secondo Sitemeter.

    Explorer 6.x

    59%

    Firefox

    35%

    Explorer 5.x

    2%

    Safari

    2%

    Mozilla

    1%

    Sconosciuto

    1%

    Non credo che la differenza rispettivamente del 23,87% e del 24,72% sia dovuta a una composizione del campione diversa dalla media degli utenti italiani.
    I casi sono due, o gli italiani hanno perso la testa per Firefox, o Janco Associates ha perso la testa per Microsoft. Voi per quale versione siete?

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  • Filed under: ICT Market
  • Le parole del successo

    Le parole possono determinare il successo o il fallimento di una soluzione, un prodotto o un servizio.
    In media, un bambino di un anno ha un vocabolario di tre parole, eppure i genitori riescono ugualmente a parlare con lui. A due anni, il vocabolario è salito a 272 parole, a tre a 900, a quattro a 2.000. Un adulto pronuncia da 125 a 200 parole al minuto, e fino a 18.000 al giorno. Purtroppo, non tutte in modo appropriato o corretto.
    La comunicazione usa le parole, e lo deve fare in modo professionale. I materiali di vendita, i manuali, persino il sistema di risposta automatica del telefono devono utilizzare parole positive, coinvolgenti. Se un cliente incontra parole fredde, poco chiare, troppo tecniche, rischia di vedere l’azienda sotto la stessa luce. Scegliere queste parole è un lavoro da professionisti.
    Secondo lo psichiatra John Reitmann, un individuo impiega il doppio del tempo per comprendere una frase che utilizza un approccio negativo rispetto a una frase positiva.
    Fortunatamente, esistono parole di ogni tipo: parole di fede, parole di incoraggiamento, parole di lotta, parole straniere, parole semplici, parole grosse, parole conclusive. Ciascuna di esser ha uno scopo. Scegliete quella giusta per la vostra situazione.
    Per far crescere e tenere aggiornato il vocabolario, è indispensabile leggere. In questo modo, avrete sempre la parola giusta per ogni situazione sulla punta della lingua, o sulla punta delle dita.

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  • Filed under: Italians
  • Preoccupante

    Ampia sintesi di un articolo comparso su Repubblica, interessante e preoccupante allo stesso tempo:
    L’allarme di Confindustria: “Italia in declino, ultima in Europa”
    Il reddito pro-capite nazionale è tornato ai livelli degli anni Settanta
    L’Italia è un paese dove si produce di meno e si paga di più, dove l’istruzione arranca e il costo dei servizi e della burocrazia sono montagne invalicabili, dove il declino non è più una sensazione ma un’inesorabile serie di cifre messe assieme dal Centro Studi della Confindustria per elaborare il primo check-up completo sullo stato della competitività in Italia.
    L’analisi, che verrà aggiornata ogni tre mesi, traccia un responso che lascia pochi dubbi: il Paese è in piena fase di rallentamento, e in alcuni casi è addirittura tornato indietro di trent’anni. Basti pensare al livello del reddito pro capite: nel 1986 quello italiano sembrava aver preso il volo, era più alto del 6% rispetto alla media europea. Nel 2003, il suo livello si è riabbassato alla media dell’UE, come negli anni Settanta.
    Stesso risultato se il paragone viene fatto con il reddito pro capite USA: poco più di vent’anni fa il nostro era l’80% di quello medio americano, ora è scivolato al 70. I favolosi anni della crescita sono davvero un ricordo lontano. Trent’anni fa, la produzione del Paese viaggiava a tassi di crescita del 3%, mentre oggi annaspa all’1.
    Oggi, ci sono di mezzo il caro petrolio e l’euro forte che penalizzano le esportazioni (la quota italiana sul commercio mondiale, dal 1996 al 2004, è scivolata dal 4,8 al 3,8%). Gli altri Paesi europei hanno parato i colpi meglio di noi, sia per quanto riguarda la capacità di produrre (nel 2004, il PIL della Ue è cresciuto a un ritmo del 2,2%), che per quanto riguarda quella di vendere (Francia e Germania hanno mantenuto stabili al 5% le loro quote sul mercato mondiale).
    Nella crisi che ci affligge ci sono precise responsabilità nazionali: i prezzi non diminuiscono e la ricerca non viene sostenuta. E poi l’elettricità e i servizi: un’impresa italiana, per produrre, paga una bolletta più alta del 20% rispetto alla media UE. Il peso della burocrazia la soffoca: per aprire una attività economica in Italia ci vogliono 9 procedimenti e 3.800 dollari, in Danimarca ne bastano quattro ed è tutto gratis.
    Il consumatore italiano che apre un conto corrente in banca paga 113 euro all’anno per usufruire di una quota standard di servizi, mentre il suo collega olandese ne paga 25 e la media UE è di 75 euro l’anno. E il guaio è che, a differenza dei prezzi di ristoranti, alberghi, pizzerie - ancora alti, ma con prospettive di rallentamento - per quelli dei servizi bancari è previsto un ulteriore balzo in avanti.
    Il futuro non lascia grandi speranze: alla ricerca, che dovrebbe essere la spinta propulsiva della crescita, l’Italia dedica investimenti per l’1,1% del PIL, contro una media europea del 2 (ma la Francia destina il 2,2, la Germania e la Danimarca il 2,5, la Svezia il 4,7). Ci sono pochi laureati (il 12% dei giovani fra i 25 e i 34 anni) e pochi ricercatori (il 2 per mille degli occupati, contro una media europea del 6), che dal 1991 al 2001 sono diminuiti a un tasso dell’1,6% l’anno.

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  • Filed under: Other
  • Throughput


    Grazie a questa lumaca, un gruppo di ricercatori israeliani è riuscito a dimostrare che lo SNAP (SNAil-based data transfer protocol, o protocollo di trasferimento dei dati basato su lumaca) è più veloce dell’ADSL. Tutti i dettagli della storia li trovate in questa pagina. Nel 2004, un analogo esperimento era stato portato a termine con tre piccioni.

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  • Stupidità umana

    Ho ripreso in mano, dopo qualche tempo, un breve e divertente saggio di Carlo Maria Cipolla su “le leggi fondamentali della stupidità umana”.
    Gli enunciati delle cinque leggi meritano di essere ricordati:

    1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
    2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
    3. Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
    4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
    5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

    Cipolla ci ricorda anche che:

    • Persone che uno ha giudicato in passato razionali e intelligenti si rivelano poi all’improvviso inequivocabilmente e irrimediabilmente stupide.
    • Giorno dopo giorno, con un’incessante monotonia, si è intralciati e ostacolati nella propria attività da individui pervicacemente stupidi, che compaiono improvvisamente e inaspettatamente nei luoghi e nei momenti meno opportuni.

    Concluderei con un celebre slogan: “Meditate gente, meditate…”.

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  • Preveggente

    Yogi Berra è un giocatore di baseball noto per le sue improbaili battute. Una di queste, però, nella sua ingenuità anticipava quello che sarebbe successo in Italia con l’avvento dell’Euro: “a nickel ain’t worth a dime anymore”, che potremmo parafrasare in “duemila lire non valgono più un euro”. Preveggente…
    Le altre battute di Yogi Berra le trovate a questo indirizzo.
    Ne segnalo alcune:

    • Always go to other people’s funerals, otherwise they won’t come to yours
    • Baseball is ninety percent mental and the other half is physical
    • I never said most of the things I said
    • I’m not going to buy my kids an encyclopedia: let them walk to school like I did
    • In theory there is no difference between theory and practice, in practice there is
    • The future ain’t what it used to be
    • You better cut the pizza in four pieces because I’m not hungry enough to eat six

    E poi hanno il coraggio di prendere in giro il Trap…

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  • Calendario

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