Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
24 Apr
Yogi Berra è un giocatore di baseball noto per le sue improbaili battute. Una di queste, però, nella sua ingenuità anticipava quello che sarebbe successo in Italia con l’avvento dell’Euro: “a nickel ain’t worth a dime anymore”, che potremmo parafrasare in “duemila lire non valgono più un euro”. Preveggente…
Le altre battute di Yogi Berra le trovate a questo indirizzo.
Ne segnalo alcune:
E poi hanno il coraggio di prendere in giro il Trap…
Tags: pr20 Apr
I vaticanisti sono una ristretta cerchia di giornalisti che assurge a inaspettata notorietà ogni morte di Papa, quando viene tolta dal congelatore delle rispettive testate e spedita a Portapporta per fare da spalla a Bruno Vespa. In occasione della recente indigestione di fatti vaticani, dovuta alla malattia e alla morte di Giovanni Paolo II e all’elezione di Benedetto XVI, il leader dei vaticanisti è stato senza ombra di dubbio Orazio Petrosillo del Messaggero, secondo - come presenze - soltanto a Bruno Vespa (e ci mancherebbe) ma saldamente davanti a tutti gli altri, compreso il cardinale anchorman Ersilio Tonini. Finito il Conclave, Orazio si è rifiutato di tornare nel congelatore ed è rimasto in Piazza San Pietro (nella foto, lo vediamo seduto sotto una colonna, mentre legge il giornale)…

Il problema si verificherà quando non lo faranno più entrare a Portapporta…
13 Apr
Avete bisogno di trovare un nome per un’azienda, un prodotto, un’iniziativa? Niente paura, ci pensano quelli di eNormicom

11 Apr
Certo, avere la conferma di certe cose a cinquant’anni, dopo averle sospettate per tutta una vita, fa abbastanza male.
Il concetto è semplice: chi è alto e bello fa carriera. E io non sono né alto né bello, epperdipiù (non è un errore, è voluto) sono anche cicciottello.
Aristotele, in tempi non sospetti, aveva detto che “la bellezza personale è la migliore di tutte le raccomandazioni, ben più di qualsiasi lettera di referenze”.
La rivista The Regional Economist ha pubblicato un articolo in cui viene addirittura quantificato in termini percentuali il maggiore guadagno dei belli e longilinei, che è del 5% in più rispetto alla media, e il minore guadagno dei brutti e brevilinei, che è del 9% rispetto alla media. Una situazione che viene confermata dalla differenza tra l’altezza media degli statunitensi, che è di 177 centrimetri (un centimetro in meno del sottoscritto), e quella di una buona parte dei top manager delle grandi aziende, che è di 188 centimetri.
Quindi, se lavorate in un’azienda statunitense, non fate come me, che cercavo di ottenere dei buoni risultati e nella maggior parte dei casi ci sono anche riuscito, ma cercate di crescere!
7 Apr
Oggi ho scoperto il PIPA, il Program on International Policy Attitudes della University of Maryland, un’istituzione che effettua ricerche sull’opinione pubblica internazionale in merito a problemi di politica estera e a problemi internazionali. Il link che stavo seguendo era quello di un’indagine molto recente (i risultati sono stati annunciati oggi), secondo la quale i cittadini di 20 Paesi su 23 vorrebbero che l’Europa avesse una maggiore influenza degli Stati Uniti negli affari internazionali. Interessante, ma più interessante ancora - almeno per noi italiani - è una precedente ricerca del 25 gennaio, che analizza l’atteggiamento dei cittadini di 22 Paesi nei confronti dell’economia mondiale, nazionale e familiare. La ricerca è stata completata prima del Natale 2004.
I risultati mettono in evidenza come gli italiani siano, in questo momento, la seconda popolazione più pessimista in assoluto, prima dei coreani del sud (quelli del nord non si possono pronunciare), considerando la media delle risposte:

Condizioni dell’Economia Mondiale: il 67% degli italiani ritiene che stiano peggiorando, e il 17% ritiene che stiano migliorando. Peggio di noi solamente la Corea del Sud, mentre il Giappone - che ha la percentuale più bassa di ottimisti, il 12% - ha una percentuale molto più bassa di pessimisti, il 45%.

Condizioni dell’Economia Nazionale: l’81% degli italiani ritiene che stiano peggiorando, e il 12% ritiene che stiano migliorando. Peggio di noi le Filippine con l’82% e la solita Corea del Sud con l’88% di pessimisti.

Condizioni dell’Economia Familiare: il 58% degli italiani ritiene che stiano peggiorando, e il 15% (la percentuale più bassa in assoluto, alla faccia delle dichiarazioni del governo) ritiene che stiano migliorando. Peggio di noi, per la percentuale dei pessimisti, solo il Messico con il 69% e la solita Corea del Sud con il 71%.
Dei dati che fanno meditare, e confermano che le previsioni pessimistiche degli economisti sono condivise dalla maggioranza degli italiani. I grafici permettono di verificare come, con l’eccezione della Francia, i cittadini di tutti gli altri Paesi europei abbiano un atteggiamento molto più ottimista di quello degli italiani nei confronti della situazione economica mondiale, nazionale e familiare. Davanti a queste cifre, è molto difficile continuare a sostenere che tutto va bene, e soprattutto che le tasse dimuiscono e i salari aumentano…
2 Apr
Il testo completo, in inglese, di questo stupendo pesce d’aprile, lo trovate sul sito Technology Pundits. Quella che segue è una traduzione italiana “quasi” integrale dei primi paragrafi, i più divertenti.
I dettagli della fallita fusione tra Microsoft e Oracle
Oggi, Microsoft e Oracle hanno lasciato trapelare i dettagli della loro fallita fusione, che - se avesse avuto successo - avrebbe fatto nascere un’azienda più potente della maggior parte dei governi.
L’idea della fusione era nata dalla constatazione che nessuna delle due aziende sarebbe mai riuscita a battere l’altra sul mercato, e che la battaglia avrebbe arrecato danni a entrambe sui margini e sulla capitalizzazione. Si attendeva la reazione del DOJ (Department of Justice) e dell’EU (European Union), ma il 90% dei dipendenti delle due entità - stufo di avere a che fare con le due aziende - era partito per le vacanze, lasciando solo alcuni addetti alla manutenzione alle prese con il comportamento anti-competitivo della Sony PSP.
Il nome della nuova azienda
Il nome della nuova azienda - dietro suggerimento di Jennifer, la figlia di Bill Gates - sarebbe stato formato dalle prime due lettere di Microsoft e dalle ultime cinque di Oracle, ovvero Miracle (miracolo).
Come slogan, erano stati presi in considerazione “E’ un miracolo se funziona” e “E’ un miracolo se ti puoi permettere le nostre soluzioni”. Le strutture di marketing e relazioni pubbliche delle due aziende si erano poi accordate su “E’ un miracolo se ascoltiamo i nostri clienti”.
Era destino che la Miracle Company non dovesse nascere
4 Mar
Secondo la società di consulenza Grant Thornton, che ha condotto una ricerca a livello mondiale, gli imprenditori italiani usano la posta elettronica - in media - per un’ora al giorno, come i giapponesi, e un po’ di più di francesi, polacchi, turchi, greci e russi, ma dietro a tutti gli altri (dai filippini agli irlandesi). Gli italiani sono i terzultimi, prima dei giapponesi e dei francesi, a ritenere che l’uso di internet abbia contribuito ad aumentare il loro fatturato.
Il grafico dell’Economist visualizza la classifica dei 24 Paesi della ricerca Grant Thornton.

31 Jan
Faceva un caldo insopportabile. Quando suonò il campanello, mi avviai verso la porta gridando “Chi è!”. “Computerworld Italia”, rispose una voce femminile. Guardai attraverso lo spioncino. L’immagine, deformata dal vetro convesso, mi fece pensare più a un’allucinazione che alla realtà.
La biondona in minigonna entrò con andatura ondeggiante. “Devo consegnare il primo numero di Computerworld Italia a Italo Vignoli”.
“Sono io”, ribattei con aria seccata. Da quando avevano scoperto che ero nato il 12 agosto – la stessa data della presentazione alla stampa del personal computer IBM – non avevo più pace.
Ogni mese ricevevo chili di questionari dalle società di ricerca, quintali di offerte dai concessionari, tonnellate di carta stampata dalle case editrici.
Ero talmente stufo che esclamai: “Mi spieghi cosa c’entro io con Computerworld Italia: sono laureato in lettere, odio matematica e fisica, faccio il geografo, e non ho mai visto un computer in vita mia”.
Il tono seccato non sorprese la biondona, che replicò con arguzia: “E se, leggendo il primo numero di Computerworld, lei scoprisse che l’informatica è la passione della sua vita?”.
“Impossibile!”, bofonchiai, spalancando la porta con un gesto che non ammetteva repliche. La biondona uscì con aria palesemente scocciata. Prima di salire sull’ascensore, si voltò e mi gettò fra i piedi il mitico primo numero di Computerworld Italia.
Lo raccolsi: il fascino della biondona aveva colpito nel segno: “E se avesse ragione?”, pensai. “In fin dei conti, il fatto di essere nato proprio il 12 agosto potrebbe essere veramente un segno del destino!”.
Guardai la prima pagina, e rimasi colpito dal titolo su diciotto colonne: “1982-1992: dieci anni di informatica”. “Com’è possibile”, pensai, “raccontare in anticipo dieci anni di storia?”.
Incuriosito, mi trasferii in terrazzo – o meglio, nella foresta tropicale che mia madre spacciava per terrazzo – e mi sdraia sulla chaise-longue di vimini. Prima di iniziare a leggere, mi versai un bicchiere di acquavite di ciliegie ghiacciata.
Iniziai a sfogliare Computerworld Italia: il contenuto manteneva le promesse. E c’erano anche le fotografie! Da qualche parte, lessi che l’editore poteva contare su una rete capillare di informatori.
Dopo una decina di pagine, avevo già fatto la conoscenza con decine e decine di personaggi, da Don Estridge – quello del 12 agosto – a Rod Canion, da Steve Jobs a Bill Gates, e così via.
Buttavo l’occhio qua e là sulle pagine, e mi soffermavo soprattutto sulle fotografie. Gli americani erano davvero impagabili, con i loro bretelloni rossi e le loro T-shirt da sera, stampate con lo sparato e il cravattino, quasi fossero degli smoking.
A forza di sfogliare, giunsi al 1985, con la caduta del primo mito: Steve Jobs, il geniale creatore del personal computer e del Macintosh, veniva sostituito alla guida di Apple da John Sculley, uno che nella sua vita non aveva fatto altro che vendere gassosa e patatine fritte per conto della Pepsi Cola.
Superai il 1986. Ormai sapevo tutto sull’evoluzione del personal computer IBM, sul successo di Compaq, sull’arrivo dei cloni, sull’evoluzione del software applicativo, e sul fenomeno delle copie pirata, che sembrava essere un cancro soprattutto italiano.
Giunsi al 1987. Notai subito la foto di una premiazione: in mezzo a un gruppo di personaggi inequivocabilmente inglesi spiccava un giovane barbuto, che teneva in mano un trofeo come fosse un carciofo.
Lessi la didascalia: “Italo Vignoli, Direttore Marketing Communications della Divisione Stampanti della Honeywell, ritira il premio RITA, conquistato dalla Compuprint 4/66 durante il ‘Which Computer? Show’ di Birmingham, il 17 febbraio 1987″.
Riguardai la foto, rilessi la didascalia. Riguardai e rilessi per almeno una dozzina di volte. E poi mi decisi a ingurgitare d’un sorso il bicchiere di acquavite. Com’ero ingrassato!
Poi ci ripensai: “Impossibile! Sarà un caso di omonimia”. Mi resi conto, però, che non si era mai visto un caso di omonimia con la stessa faccia, barba compresa.
“Calma, qui ci vuole calma e sangue freddo!”, esclamai ad alta voce, quasi per convincere me stesso. “Dunque, in meno di cinque anni io dovrei passare da Redattore Geocartografo del Touring Club Italiano a Direttore Marketing Communications della Honeywell. Ridicolo, semplicemente ridicolo!”.
A chi era potuta venire un’idea così balzana? Sfogliai le pagine di Computerworld Italia alla ricerca del numero di telefono della redazione.
Mi rispose una voce cortese e professionale, che mi passò subito il caporedattore: “E lei, invece di essere contento, protesta perché le abbiamo rivelato che nel 1987 vincerà un premio. Pensi a quello che dovrebbe dire Steve Jobs, dopo aver scoperto la sua fine!”.
Il caporedattore continuò: “Le dò un consiglio: visto che quelli della Honeywell non si sono ancora fatti vivi, gli scriva. E si accorgerà che abbiamo visto giusto”.
La frase successiva fu quella che mi convinse: “Per quale motivo lei crede che John Sculley abbia deciso di lasciare la Pepsi e di andare alla Apple? Ma perché aveva letto su Computerworld come sarebbe andata a finire!”.
Presi carta e penna, e iniziai:
“Gentili Signori, forse voi non lo sapete, perché non avete ancora letto il primo numero di Computerworld Italia, ma nel 1987 io e la 4/66 faremo grandi cose…”.
Il resto è storia.
Technorati tags: history of information technology
Tags: Marketing, pr