Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

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Ufficio Stampa

Pubblico integralmente, dal volume “Comunicare: un passaporto per il terzo millennio (piccola enciclopedia per i comunicatori del duemila)” di Claudio Maffei, pubblicato nel 1999.

UFFICIO STAMPA

Quando ero Presidente della Ferpi, la Federazione delle Relazioni Pubbliche Italiana, ricevevo regolarmente gli sfogli dei giornalisti. Alcuni amici, oggi direttori di grandi testate, mi chiamavano spesso, un po’ per prendermi in giro, ma soprattutto per farmi notare la petulanza, l’incompetenza, l’improvvisazione e la mancanza di professionalità di chi si occupava di uffici stampa.

“Claudio, è una tua associata Pinco Pallina?”. “Ehm… sì”. “Le puoi dire che non andrè mai, neppure in fotografia, alla biciclettata ecologica organizzata dall’azienda produttrice di Ariasan? Mi ha tempestato di telefonate perfino sul cellulare e al numero di casa!”.

Sono sempre rimasto molto imbarazzato di fronte a queste ironiche sfuriate, ma oggi, passato dall’altra parte del tavolo, capisco tutto lo sdegno e la rabbia.

“Pronto? Casa Bocca? C’è Giorgio?…”, e la fanciulla imperterrita… “Ah, mi scusi signora, ma il commendator Tibiletti avrebbe il piacere di averlo al vernissage in occasione dell’inaugurazione della nuova ala dello stabilimento della Pan & Salam”.

Quante volte giornalisti di grande prestigio hanno ascoltato questo ritornello?

Sembra impossibile, ma mentre ci avviamo verso il terzo millennio alcuni imprenditori pensano ancora di poter risolvere i rapporti con la stampa con questo tipo di telefonate o attraverso pressioni, conoscenze, sfoggio di potere aziendale o invio di comunicati di nessun interesse.

Il settimanale Cuore aveva creato una rubrica dal titolo “E chi se ne frega, raccolta dei migliori comunicati giunti in redazione”. E giù con serate svolte in prestigiose cornici alle quali hanno partecipato popolari conduttori televisivi, davanti ad affollatissime platee che hanno calorosamente applaudito i volti noti delle reti RAI e Mediaset. E giù commendatori che hanno ricevuto premi per la loro professionalità scrupolosa e pignola, per una vita generosa e altruista, attenta alle esigenze delle maestranze.

Il tutto, naturalmente, concluso da un bel: “Con preghiera di pubblicazione”.
E perché mai? Perché un giornale dovrebbe pubblicare una pagina smaccatamente pubblicitaria, di nessun interesse per il lettore, per di più gratuitamente? Forse perché il giornalista è stato invitato a mangiare una pizzetta e a bere un bianchino?
Stiamo parlando di nuovi valori, di un periodo in cui trionferanno la verità, l’onestà, la solidarietà e la trasparenza. Credo proprio che dovranno cambiare i comportamenti delle imprese nei confronti della stampa e dovremo smettere di agire attraverso le furbizie, i mezzucci, le scorciatoie…

Claudio Maffei parla di un ufficio stampa generalista, diverso da quello specializzato nelle tecnologie avanzate a cui mi riferisco nei miei articoli. Sembra, però, che i problemi siano simili, se non addirittura identici…

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  • Ancora sul comunicato stampa

    Secondo le affermazioni di alcuni affermati professionisti statunitensi, come Steve Rubel, il comunicato stampa è morto. Io non ne sono così sicuro, anche se ritengo che sia necessario ripensare lo strumento secondo logiche più attuali.

    Oggi, la maggior parte dei comunicati stampa viene pubblicata online, dove sono migrate le pagine di notizie dei media. Per questo motivo, il testo va impostato in modo diverso rispetto al passato, quando c’erano più spazio e più tempo per scrivere.

    I primi due paragrafi sono fondamentali, e devono riassumere tutto il contenuto. Sono i paragrafi utilizzati per le news e i lanci delle agenzie.

    Il resto del comunicato stampa deve approfondire i primi due paragrafi, e aggiungere le informazioni che non potevano trovare spazio al loro interno (come i dettagli sul prodotto o sul fatturato, oppure il programma di canale, o le dichiarazioni dei diversi esponenti dell’azienda).

    Una volta definito il testo, si passa alla distribuzione, che avviene quasi esclusivamente via e-mail, anche se ci sono ancora alcuni giornalisti che preferiscono il fax.

    La distribuzione via e-mail consente una personalizzazione maggiore che nel passato, quando si utilizzava la posta. Infatti, un tempo partiva una busta per redazione, mentre oggi si spedisce a più destinatari per ogni testata, a seconda dell’argomento e delle competenze/responsabilità dei singoli giornalisti.

    Questo, ovviamente, impone l’utilizzo di una mailing list diversa per comunicato stampa, e di un software in grado di gestire questa mailing list (un personal list server).

    Certo, è più comodo usare Outlook e sparare i comunicati stampa sempre allo stesso gruppo (o, nella migliore delle ipotesi, a un gruppo diverso per cliente) piuttosto che costruire ogni volta una mailing list dedicata.

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  • Rispettiamo il comunicato stampa

    Il comunicato stampa non è l’unico strumento delle relazioni con i media: questo, però, non giustifica in alcun modo la scarsa attenzione che le agenzie italiane di relazioni pubbliche specializzate nel settore delle tecnologie avanzate pongono sulla sua redazione, sia in termini di correttezza grammaticale e sintattica, sia in termini di qualità della traduzione e dell’adattamento dalla lingua inglese alla lingua italiana (ovviamente, quando il comunicato stampa viene tradotto da un originale sviluppato per un mercato completamente diverso), sia in termini di chiarezza e leggibilità dei contenuti.

    Questa scarsa qualità dei comunicati stampa spiega l’altrettanto scarsa qualità dei risultati che la maggior parte di queste agenzie riesce a ottenere, e che permette a Quorum PR - l’agenzia di cui sono fondatore e presidente - di ottenere crescite della visibilità sulla stampa che vanno dal 160 al 530% rispetto all’anno e all’agenzia precedente, in soli dodici mesi. Tra l’altro, crescite basate sull’aumento della qualità degli articoli e del mix delle testate (a sostegno di queste affermazioni ci sono le rassegne stampa), e quindi ancora più significative rispetto a quanto potrebbe far presupporre la percentuale stessa.

    I comunicati stampa di qualità scadente sono talmente tanti che per trovare gli esempi sufficienti a illustrare le diverse tipologie di problemi è stato sufficiente analizzare solo quelli distribuiti nel corso dell’ultima settimana, da lunedì 25 luglio a venerdì 29 luglio.

    Grammatica e sintassi

    Come la mettiamo con le virgole? L’utile netto relativo al secondo trimestre del 2005, è stato rettificato… e Gli obiettivi, confermano le previsioni…. Qui ci vuole un bel manuale di punteggiatura.

    Non è che manca un pezzo fondamentale per tenere in piedi il periodo? Il miglioramento dell’utile operativo è principalmente dovuto all’aumento del fatturato che ha raggiunto, nel primo semestre 2005. Ciò costituisce una crescita del 5% (a valuta costante) rispetto ai 202 milioni di Euro relativi ai primi 6 mesi del 2004. Forse, dopo 2005 ci vuole una virgola e l’ammontare del fatturato, a meno di non voler costringere il lettore a fare i conti.

    Traduzione e adattamento

    Parliamo di Spirito Santo? L’effetto dell’ammortamento di beni immateriali… In italiano, immateriale significa “non costituito da materia”, ed è difficile - se non impossibile - che un bene ammortizzabile possa non essere costituito da materia, a meno di non voler contabilizzare proprio lo Spirito Santo. In inglese il termine “immaterial”, quando utilizzato in ambito finanziario, contraddistingue i beni accessori, ovvero quelli che non sono contraddistinti da un particolare valore per l’azienda.

    Sono azioni o sono liquidi? 0,27 dollari per azione diluita… In italiano, il verbo diluire significa “allungare un liquido con un altro” o “sciogliere una sostanza in un liquido”, oppure (figurativo) “esprimere con sovrabbondanza di parole, togliendo vigore e efficacia al discorso o alla narrazione”, ma non può essere assolutamente riferito al valore delle azioni. Negli Stati Uniti, il regolamento della SEC (Standard Exchange Commission) impone di specificare che il valore delle azioni è “diluted” rispetto a quello originale quando sono stati effettuati degli stock split dopo la quotazione in Borsa (e siccome quasi tutte le aziende hanno effettuato almeno uno stock split, tutte le azioni hanno un valore diluted).

    In entrambi i casi, sarebbe stato necessario documentarsi prima di tradurre in modo scolastico (e pedissequo) il termine. Per documentarsi, ci vuole umiltà, passione e professionalità, elementi che purtroppo mancano nella maggior parte degli addetti (che, in questo caso, possono fregiarsi - orgogliosamente, e a ragione - della definizione di “pierre”).

    Dov’è il buon senso? Una rete wireless altamente gestibile… Ci vuole molto a capire che “highly manageable” non si può tradurre con “altamente gestibile” perchè la frase che ne risulta non ha alcun senso? Quando parlano, dicono che una cosa è “alta da gestire” oppure che è “facile da gestire”? La procedura da seguire è questa: si collega il cervello (se c’è), si traduce e si adatta, e poi si rilegge. E se la frase non funziona, si cerca di trovare una soluzione diversa che mantenga il sognificato (quello corretto, ovviamente).

    E’ un individuo o un’azienda? Ha chiuso il secondo trimestre dell’esercizio 2005 con un reddito netto di 31,2 milioni di dollari… Gli individui hanno un reddito e le aziende fanno un utile (che poi si traduce in reddito dei soci).

    Chiarezza e leggibilità

    Qui basta un unico esempio: Per sfruttare questo flaw, un utente potrebbe venire indotto a visualizzare o fare il rendering di un’immagine elaborata con intenti malevoli. Creando un’immagine elaborata maliziosamente, un attacker è in grado di minacciare uno stack overflow all’interno del componente render dell’immagine, compromettendo così la macchina obbiettivo dell’azione maliziosa. Dopo aver tradotto (si fa per dire…) la frase, hanno provato a rileggerla? E, ipotizzando che l’abbiano riletta, la hanno trovata chiara e comprensibile? Le due domande sorgono spontanee…

    E non credo ci sia bisogno di spiegare i motivi per cui dei comunicati stampa che contengono questo tipo di errori hanno meno probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli scritti in modo chiaro e corretto, e come - nel medio e lungo periodo - il fatto di distribuire solamente comunicati stampa scritti in modo chiaro e corretto crei un rapporto di fiducia con i giornalisti tale da far si che essi vengano pubblicati in modo quasi automatico - ovviamente, quando i contenuti sono tali da giustificarlo - dalla maggior parte delle testate. E come, a forza di distribuire comunicati stampa scritti male, si riesca addirittura a ridurre il numero degli articoli rispetto a quello “fisiologico”, ovvero a quello che verrebbe pubblicato senza fare nulla, a seguito della semplice presenza dell’azienda sul mercato (in Italia c’è il massimo specialista mondiale di questa particolare specialità: una scelta sicura, se volete che dell’azienda non parli proprio nessuno…).

    Ripeto, è bastata solo una settimana, alla fine di luglio, quando il numero dei comunicati stampa è ridotto rispetto a quello dei mesi che vanno da settembre a novembre e da gennaio a giugno (e quindi, in pura teoria, c’è più tempo per curare gli aspetti qualitativi) per trovare un numero sufficiente di esempi di comunicati stampa che contengono errori. E ho trascurato, volutamente, quelli in cui mancava l’elemento principale: la notizia. No comment…

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    Piaggeria o incompetenza?

    Ho riletto più volte l’articolo di Giuseppe Turani. E’ talmente favorevole a Microsoft da perdere qualsiasi credibilità, soprattutto se pensiamo che si parla di un sistema operativo, e quindi di un oggetto che tradizionalmente ha incominciato a funzionare solo con il primo o addirittura il secondo Service Pack, com’è successo nel caso di Windows XP.

    Gustatevi le chicche dell’articolo, a partire dal titolo e dal sottotitolo:

    Longhorn, il nuovo Windows su misura per l’era Internet

    Molte novità “estetiche”, prima tra tutti la sparizione delle icone
    Ma la vera innovazione sono tutte le possibilità di condividere documenti

    Inutile commentare a questo punto: più avanti ci sono le spiegazioni dettagliate del significato di queste affermazioni.

    Bisognerà aspettare fino al 2006, ma il nuovo sistema operativo di Microsoft (destinato a far girare i computer [e probabilmente anche le balle] di oltre il 90 per cento di quelli che nel mondo ne usano uno) arriverà. Arriverà e sarà una rivoluzione davvero. [...] In un certo senso si può dire che con questo sistema operativo si entrerà sul serio nell’era dell’informatica, poi c’è da sperare che si vada avanti. Quello che è sicuro è che per molti milioni di persone lavorare con un personal computer diventerà più semplice e, forse, persino più divertente. [...]

    Ma, comunque, già l’anteprima [...] consente di capire in che direzione si va. Ed è la direzione giusta. Tanto per cominciare si può parlare dell’aspetto. E là non c’era molto da fare: lo schermo è quello che è e le cose che ci vanno sopra sono sempre quelle. Allora, i tecnici di Microsoft hanno fatto due cose. Prima hanno introdotto le finestre “glass”. Finestre, cioè, che sembrano fatte di vetro. Il che significa che quando aprite un menù non vi trovate di fronte al solito rettangolo (bianco o colorato) che cancella tutto quello che c’è dietro. E quindi se come sfondo usate la fotografia della vostra fidanzata, dei vostri figlioli o del Monte Bianco, quell’immagine continuerà a sorridervi dallo schermo. E’ una sciocchezza, ovviamente, una cosa da niente. Ma molto piacevole a vedersi. Fa un bell’effetto. E’ una cosa carina.

    Con la seconda novità andiamo già un po’ più sulla sostanza. Oggi, per lavorare con Windows, molti [quelli che non hanno ancora capito che esistono i menù] tengono sullo schermo tutte le iconcine che sono collegate ai vari programmi. In molti casi (e il mio è uno di questi) lo schermo appare come una giungla di iconcine. [lo schermo è una selva di icone? sorge il sospetto che Giuseppe Turani non sia poi così qualificato per commentare le innovazioni - sempre che lo siano - di un sistema operativo] Con Longhorn [...] tutto ciò non sarà più necessario. Quando infatti si andrà a aprire il menù “start”, dove si trova l’elenco dei programmi, non trovate nessun elenco, ma una casella: basterà scrivere le prime lettere del programma che cercate e subito vi apparirà il nome per esteso, cliccate e si parte. Insomma, basterà scrivere “exc” per vedere scattare Excel. O Photo per vedere partire Photoshop. E così via. La stessa vale ovviamente anche per le cartelle personali di lavoro. [bestia, che innovazione! forse Giuseppe Turani non si è accorto che questa funzionalità già esiste, anche se è meno accessibile di come la descrive lui]

    E quindi si può cominciare a tenere lo schermo pulito, senza più quella selva di iconcine che oggi ci consente di trovare in fretta il programma o la cartella che ci interessa. Ancora piccole cose, si dirà. Ma abbastanza importanti per chi sui computer ci sta tutto il giorno. [e nonostante ciò non ha ancora capito come funziona]

    Ma sembra che nella versione definitiva Longhorn sarà anche capace di qualche magia vera e propria. [Bill Gates come Harry Potter?] Si dice che sarà sensibile all’ambiente. Il che non significa che non sporcherà per terra, ma che saprà capire dove si trova il computer in quel momento e che quindi assumerà la configurazione necessaria. Esempio. Se voi avete un notebook che usate sia a casa che in ufficio, può essere che in ufficio vi servano certe cartelle e a casa altre. Ebbene, il notebook attrezzato con Longhorn dovrebbe essere in grado di capire (in base ai collegamenti che trova) se siete a casa o in ufficio, e a quel punto predisporrà le cose sullo schermo nel modo da voi desiderato. [ma non aveva appena detto che lo schermo era finalmente pulito? mettiamoci d'accordo: le icone ci sono o non ci sono?]

    Ma questa è solo una delle magie. La seconda è ancora più interessante e riguarda quelli che, per lavoro, fanno spesso delle riunioni aziendali. Di norma, in queste riunioni, arriva uno con il suo notebook e poi comincia a proiettare su uno schermo le cose che vuole spiegare o fare vedere agli altri. Ebbene, con Longhorn questo non sarà più necessario. Tutti arriveranno nella sala riunioni con il loro bravo notebook. Il sistema operativo sarà in grado di individuare tutti i notebook presenti e stabilirà una specie di sottorete aziendale (che riguarda quella stanza) e quindi l’oratore dovrà solo richiamare i documenti che gli interessano sul proprio schermo: essi appariranno come d’incanto anche sugli schermi degli altri presenti in sala. La cosa, naturalmente, vale per tutti i notebook. In sostanza, invece di passarsi i fogli di carta con su tabelle e appunti, sarà sufficiente richiamare le cose sul nostro schermo e subito appariranno anche sugli schermi degli altri partecipanti alla riunione. [credo che Giuseppe Turani abbia fatto un po' di confusione: così come lo ha descritto, infatti, si tratterebbe di un fenomeno miracoloso simile alla transustanziazione]

    E questo apre una nuova categoria di lavoro che è il “lavoro condiviso”. Ognuno sta davanti alla propria macchina, ma si lavora tutti insieme, condividendo le stesse cose. Naturalmente, il sistema della riunione nella stessa sala può essere allargato, e quindi (con qualche accorgimento in più) qualche partecipante al “lavoro condiviso” può trovarsi anche a Palermo o in Sud Africa: non importa, si potrà lavorare comunque tutti insieme. [continuo a sospettare che Giuseppe Turani non abbia le idee chiare in merito: architetture del genere sono già disponibili, con garanzie di sicurezza infinitamente superiori a quelle offerte da Windows, per cui Microsoft non avrebbe fatto altro che integrare tecnologie già esistenti]

    Ma dove Longhorn dà il meglio di sé, probabilmente, è nell’organizzazione del lavoro dentro il computer. Fino a oggi, se ci pensate, l’organizzazione del lavoro con un computer è identica a quella che si fa di solito in un ufficio. I vari documenti vengono collocati in varie cartelle, le cartelle vengono poi raggruppate secondo altri criteri e quando vi serve una cosa si vanno a aprire via le cartelle maggiori, poi quelle minori fino a arrivare al documento che ci serve. Esattamente come si fa in un ufficio “cartaceo” con gli armadi per i documenti e le cartelle di cartoncino. Con Longhorn questa epoca va in soffitta. Voi scrivete i vostri documenti e li registrate sull’hard disk dove capita. Non ha più alcuna importanza. Ma come farete a ritrovarli dopo? Provvederà il sistema operativo. Alla richiesta di mostravi i documenti, ve li farà vedere tutti, ovunque essi siano registrati. Vi appariranno in una sola schermata. Dopo di che voi potrete ordinarli secondo moltissimi criteri: per data, per autore. Per tipo di documento, ecc. A quel punto (se ad esempio avete chiesto i documenti redatti dal vostro collega Rossi) Longhorn vi consentirà di andare avanti introducendo via vari filtri. Quello che Rossi ha scritto in dicembre e novembre, i documenti di Rossi (nel periodo indicato) che riguardavano l’America e l’Inghilterra) e così via. [Giuseppe Turani ha mai usato la funzionalità di ricerca di Windows? fa esattamente quello che a lui sembra una grande novità]

    In sostanza, si tratta un po’ di quello che oggi fa Google Desktop, ma moltiplicato per mille. E’ bene precisare, a questo punto, che Longhorn non lavora solo sui titoli dei ma sui contenuti e quindi non gli scappa praticamente niente. Se volete tirare fuori i documenti in cui avete parlato di bulloni piuttosto che dell’inflazione, basta dirlo al sistema e la cosa verrà fatta molto rapidamente. Il sistema, poi, fa alcune altre piccole magie. Ad esempio vi può presentare i documenti che cercate sotto forma di elenchi (modo consueto) oppure ve li presenta a mucchietti: questo sono i documenti di Rossi, questi quelli sull’Africa, questi altri quelli sull’America, e così via. Ma fa ancora qualcosa di più. Se volete vi apre subito i documenti. Vi fa vedere cioè la prima pagina. E quindi voi potete controllare se c’è davvero quella tabella o quell’immagine che cercavate. Insomma, sotto questo aspetto, il Windows di oggi vi sembrerà davvero la preistoria dell’informatica. [Arrigo Sacchi direbbe: straordinario!]

    Ma non è finita, già oggi Microsoft sta distribuendo un prodotto (Office Comunicator) che probabilmente verrà inglobato in Longhorn. E si tratta di una piccola meraviglia. Nasce sull’intuizione che ha dato vita agli instant message. In pratica, voi arrivate in ufficio e accendete il vostro personal computer. Questo fa un rapidissimo giro d’orizzonte sulla rete e vi dice subito chi c’è e chi non c’è. Se gli altri hanno avuto la bontà di lasciare dietro di sé qualche informazione, Comunicator vi informa. Il tale è online, ma sta telefonando. Il tale altro è online ed è libero. L’altro ancora è in una riunione che finirà alle 11. E avanti così. Non solo: se siete autorizzati, Comunicator vi consente anche di leggere l’agenda del vostro collaboratore. E poi vi consente una serie di scelte. Potete mandare una mail, potete telefonare, potete mandargli dei documenti. Il tutto premendo pochissimi tasti. Tutto questo, ovviamente, funziona in qualunque parte del mondo si trovino, rispetto a voi, i vostri collaboratori. Basta che siano in rete. [e qui raggiungiamo veramente il massimo: Longhorn permetterà finalmente di inviare e-mail e documenti o addirittura di telefonare in qualsiasi parte del mondo! erano anni che si attendeva un'innovazione del genere...]

    In conclusione, con Longhorn diventa molto più facile aggirarsi fra i documenti e diventa molto più facile dare il via al cosiddetto “lavoro condiviso”. In pratica si dà un altro senso all’idea di “stare in rete”. Non solo per curiosare. Sarà come ritrovarsi tutti in una sorta di grande open space planetario, dove tutti si potrà lavorare sugli stessi documenti e sugli stessi materiali. [e finalmente avremo una "grande ammucchiata" tecnologica]

    C’è bisogno di altri commenti?

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  • Un capolavoro assoluto

    Come dice giustamente Massimo Mantellini, l’articolo di Giuseppe Turani comparso ieri su Affari & Finanza è un capolavoro assoluto. Chiedo umilmente scusa per non averlo letto e commentato immediatamente, ma provvederò a recuperare il tempo perduto. Una cosa è certa, di fronte a un tale coacervo di piaggerie è molto, mooolto, mooooolto difficile - se non impossibile - sostenere l’assoluta indipendenza dei giornalisti. Voci non confermate, a cui fino a oggi non avevo dato credito, affermano che Microsoft detiene il 3% del capitale di Repubblica, e articoli come quello di Giuseppe Turani non fanno che rendere credibili queste illazioni.

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  • Non è la RAI…

    La BBC ha un sito dedicato al software open source.

    Questa è la traduzione del testo che introduce il sito:

    Questo sito fornisce informazioni e collegamenti ai progetti open source della BBC: elenca i progetti iniziati e gestiti dalla BBC in cui il codice sorgente è stato rilasciato come open source, e non quelli a cui la BBC ha dato solamente un contributo.

    Per la BBC, lo sviluppo del software open source è un’estensione della missione di servizio pubblico. Il rilascio di software open source aggiunge valore al lavoro che è stato finanziato dal pubblico [con il pagamento del canone, N.d.R.], e gli permette di ottenere liberamente degli strumenti che altrimenti non potrebbe avere in altro modo. Inoltre, permette a chi opera al di fuori della BBC di estendere i progetti in modo tale da poter essere riutilizzati in futuro dalla stessa BBC.

    Non ci sono dubbi: non è la RAI…

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  • Sembra la RAI…

    Brani e frasi scelte, dalla Guida allo Stile della BBC (non ho potuto fare a meno di evidenziare alcuni passaggi: il grassetto mi è proprio scappato).

    Scrivere bene è importante per un giornalista, ed è particolarmente importante per i giornalisti della BBC: insieme all’impegno per l’accuratezza, l’imparzialità e la correttezza, è parte del contratto non scritto con i cittadini che pagano il canone. Un ascoltatore, il dottor King, ha scritto: “La BBC viene ascoltata in tutto il mondo, e dovrebbe essere un esempio di inglese corretto”. Gli ascoltatori si aspettano che la BBC mantenga questo standard, ed è una responsabilità che fa onore a un servizio pubblico e un ruolo che la BBC ha avuto sin dalla sua nascita. E c’è un motivo: un inglese ben scritto è più facile da capire di un inglese scritto male.

    Il nostro lavoro è quello di comunicare in modo chiaro ed efficace, di essere compresi senza difficoltà, e di offrire agli ascoltatori un uso intelligente della lingua, che essi possono apprezzare. Scrivere bene non è un lusso, è un obbligo: il nostro uso, e soprattutto il nostro cattivo uso, dell’inglese, provoca un gran numero di reazioni da parte del nostro pubblico. Non è nell’interesse di nessuno di confonderli, annoiarli, disilluderli o esasperarli.

    La maggior parte degli ascoltatori non viene offesa, o addirittura non nota, un cattivo inglese. Ma molti lo notano e ne sono offesi. La prima categoria non viene offesa da un buon inglese, anche se non lo apprezza. La seconda categoria, al contrario, sarà felice, e diminuiranno le probabilità che spenga il televisore, o che scriva una lettera di lamentele, a cui qualcuno dovrà rispondere.

    Il fatto è che un buon inglese non offende nessuno, e quindi serve meglio il nostro pubblico. I migliori giornalisti riconoscono che scrivere bene non è un obbligo noioso ma una necessità: questa guida è un piccolo contributo per il raggiungimento di questo obiettivo. [...].

    L’inglese, come ogni lingua viva, non rimane immutato, e questo crea delle difficoltà. Alcuni dei nostri ascoltatori hanno delle opinioni radicate su cosa è giusto e cosa è sbagliato: essi si lamentano quando noi ci discostiamo dalle loro preferenze, e ci accusano di abbassare gli standard oppure di non averne. Il nostro compito è di tirare una linea sottile tra il conservatorismo e il radicalismo, e di scrivere in modo tale da non alienare le simpatie di nessuna parte del pubblico. A questo si aggiunge il problema che gran parte delle notizie viene scritta in fretta, con un occhio al testo e l’altro all’orologio. Scrivere sotto pressione è il nostro mestiere, e non c’è ragione per un uso sgrammaticato, inelegante o trascurato dell’inglese. [...].

    Per concludere, dobbiamo essere coscienti del terribile impoverimento della lingua introdotto da quei canali che sembrano determinati a ridurre l’uso dell’inglese a livelli da bar. I motivi di tutto questo non sono chiari. Pigrizia? Cattivo insegnamento nelle scuole? Il desiderio di non sembrare sorpassati? Probabilmente, c’è un po’ di tutto questo, indipendentemente dalla causa, e i risultati sono purtroppo chiari: indipendentemente dal numero delle persone che frequentano i nostri corsi sui media, ci sono lettori, giornalisti e annunciatori che utilizzano l’inglese come se si ispirassero l’uno con l’altro, ma mano che parlano… La televisione è un mezzo di comunicazione di massa, e quando non riesce più a utilizzare la lingua inglese in modo corretto cessa di comunicare in modo efficace e perde ogni significato.

    Sembra la RAI…

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  • No, non è la BBC…

    Qualche esempio di “topica” giornalistica, dalla Guida allo Stile della BBC.
    Alcune persone hanno la capacità di morire più di una volta, come risulta da questi due titoli:

    • Per la seconda volta in sei mesi, un detenuto della prigione di Durham è morto impiccandosi nella sua cella.
    • Un attentatore suicida ha colpito ancora nella città di Gerusalemme.

    Secondo questo giornalista, l’aldilà esiste:

    • Sessanta donne affermano di essere state assaltate da un ginecologo appena deceduto.

    Qualche volta, ricordarsi del soggetto della frase non è una brutta cosa:

    • Un pedone che attraversava Tower Bridge ha visto il corpo: era un afro-caraibico alto circa un metro e ottanta.

    Qualche volta, pensare due volte prima di scrivere non fa male:

    • E’ triste e tragico allo stesso tempo sapere che se sei un contadino rischi di morire tre volte di più di un operaio.

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  • Time

    Il Time ha pubblicato una lista dei 50 siti più “trendy” del 2005. Ci sono anche una quindicina di blog (nell’articolo, l’indirizzo e una breve descrizione di ciascuno di essi). Ovviamente, sono tutti in inglese.

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  • Cos’è una notizia?

    Dimentichiamoci per un momento delle definizioni scolastiche, ovvero “il cane che morde l’uomo non è una notizia, mentre l’uomo che morde il cane è una notizia”. Queste andavano bene in un mondo molto meno soggetto alla pervasività dei media, come quello in cui tutti noi abbiamo vissuto fino alla fine degli anni ottanta (e forse addirittura fino alla metà degli anni novanta).

    Oggi è più difficile dare una definizione di notizia, perché talvolta anche i giornali più seri - quelli che consideriamo, per consuetudine, dei punti di riferimento per l’etica professionale e la correttezza dell’informazione - utilizzano delle fonti senza verificarne l’esattezza, quando questo gli permette di trarre delle considerazioni che “fanno” notizia (ovvero fanno scalpore, casino, chiasso… e se nel processo ci sono delle vittime, chissenefrega…).

    Per questo motivo, ho pensato a una definizione sintetica di notizia, che si ispira alla famosa definizione di rigore data dal “mitico” Vujadin Boskov, allenatore - credo - della Sampdoria (all’epoca della definizione) - durante un’intervista televisiva: “rigore è quando arbitro fischia”. E allora: “notizia è quando giornalista pubblica”.

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