Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

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La mia tragedia in tre atti con Telecom

E’ una storia comica e triste allo stesso tempo, che mi ha portato a chiudere - per sempre - qualsiasi forma di rapporto con questa azienda, dopo aver sopportato per anni angherie, disservizi, errori e maltrattamenti di ogni genere, a più riprese. Siccome non perdo occasione per esternare il mio atteggiamento negativo verso Telecom, ho deciso di raccontare i passaggi più significativi di questa tragedia in tre atti.

Prima di entrare nel merito, però, ritengo opportuno fare una premessa di carattere storico: Telecom nasce a Torino nei primi decenni del 1900 come investimento del finanziere Gualino, un uomo con un eccezionale fiuto per gli affari che aveva fondato verso la fine del 1800 la Società Idroelettrica Piemontese (SIP) e aveva ottenuto il monopolio della produzione di energia elettrica per un’ampia zona geografica, un’attività che lo aveva reso incredibilmente ricco, al punto da avere una villa con un ippodromo privato a Mirafiori, grande quanto l’intero stabilimento FIAT (che venne successivamente costruito proprio nell’area dell’ippodromo).

Telecom, infatti, ha continuato per decine d’anni a chiamarsi SIP e ad avere la sede legale a Torino. Il problema è che ha costruito e gestito da monopolista la nostra rete telefonica (un’infrastruttura strategica, la cui inadeguatezza è stata una delle tante “palle al piede” dell’Italia) con una competenza e dei modi che stanno a metà tra quelli di un elettricista e quelli di un idraulico.

Ma veniamo alla tragedia in tre atti, che - come ogni tragedia che si rispetti - ha un prologo semiserio, un intermezzo triste e una conclusione tragica.

1° atto: il prologo semiserio

E’ il 1988: sono il Responsabile della Divisione Hi-Tech di SCR Shandwick, e gestisco il cliente Hayes, l’azienda che ha inventato il modem per personal computer. Ho appena conosciuto a Parigi Dennis Hayes, fondatore e CEO dell’azienda, che mi ha appena regalato un esemplare del primo modem a 1200bps (baud per second) omologato in Italia, come segno di riconoscimento per la mia attività di relazioni pubbliche proprio durante il processo di omologazione. All’epoca, SIP (preferisco chiamarla così) vendeva a peso d’oro dei modem ARE a 300bps che avevano le dimensioni di una scatola da scarpe, mentre il mio modem Hayes era grosso come un libro. Torno a casa, collego il modem al mio PC e cerco di collegarmi a MCI Mail: il modem compone il numero ma invece di ricevere il segnale dell’altro modem viene inondato dall’interminabile serie di rumori metallici della centrale elettromeccanica a cui era collegato il mio telefono di casa, per cui si rifiuta di proseguire. Riprovo, fino a rinunciare per l’evidente impossibilità di far colloquiare un modem con quello che sembra uno schiacciasassi e non una linea telefonica.

Il giorno successivo telefono al 187, il mitico numero dell’assistenza SIP (quella dell’idraulico): espongo il problema, ma l’addetto non è in grado di darmi una risposta per cui mi passa “un tecnico”. Riespongo il problema: la linea telefonica è troppo rumorosa per consentire la connessione del modem. Obiezione: a noi non risulta che lei abbia un modem SIP, per cui si tratta sicuramente di un modem non omologato che - ovviamente - non può funzionare. Obiezione respinta: ho in mano la fotocopia dell’omologazione da parte dell’Istituto Superiore di Comunicazione. Seconda obiezione: va bene, il modem è omologato, ma rimane il fatto che lei non lo ha acquistato da SIP, per cui sta compiendo un’operazione proibita dalle condizioni di monopolio. Seconda obiezione respinta: i modem di ultima generazione sono equiparati ad apparecchi telefonici, per cui - se omologati - sono liberalizzati. Terza obiezione: ma lei è proprio sicuro di aver bisogno del modem? Terza obiezione respinta con insulti.

Morale della storia: ho dovuto aspettare quasi un anno la trasformazione della centrale elettromeccanica in centrale elettronica.

2° atto: l’intermezzo triste

E’ il 1996: sono l’Amministratore Delegato di Qwerty, agenzia di relazioni pubbliche specializzata nel settore hi-tech. La crescita ci spinge a cercare un ufficio di maggiori dimensioni, per avere una vera sala riunioni e un vero magazzino per i prodotti, oltre a una sistemazione più comoda per tutti. Troviamo un open space di 400 metri quadrati, con una sala riunioni di 100 metri quadrati, al secondo piano di un edificio degli anni cinquanta (ristrutturato), con tetto a spioventi. Provvedo immediatamente a richiedere cinque linee telefoniche, di cui tre per la voce con ricerca automatica, una per il fax e una per il modem. Una volta ottenuti i numeri, indico quali saranno il capofila della ricerca automatica e il fax per poter stampare i biglietti da visita, e fisso la data per l’installazione delle linee - il mercoledì della settimana successiva - specificando che avremmo traslocato durante il week end che seguiva l’installazione, per cui le linee avrebbero dovuto essere spostate tra il venerdì e il lunedì.

Il martedì mattina chiamano due allegri imbecilli di un’azienda incaricata da SIP che avvisano di essere venuti a installare le linee. Io rispondo che l’appuntamento era per il giorno successivo, e che in quel momento non riesco a essere presente perché sono impegnato in una riunione, ma i due insistono per incominciare il lavoro.

Preoccupato, cerco di chiudere la riunione nel più breve tempo possibile e mi precipito nel nuovo ufficio. Quando sono davanti allo stabile, uno dei due imbecilli mi saluta con un sorriso che non lascia dubbi sull’assenza di neuroni da una delle finestre del primo piano: “Signor Vignoli, noi abbiamo già finito: la stavamo aspettando per farle firmare il foglio di lavoro”. “E’ difficile che possiate aver finito, visto che l’ufficio è chiuso e le chiavi le ho solo io”. “Ma come, le linee non andavano nei locali del primo piano? Abbiamo chiesto all’elettricista dove andava il centralino” (1 elettricista + 2 idraulici = SIP). “Ma non avete chiesto se era il centralino di Qwerty, che va al secondo piano…”. “Allora vuol dire che dobbiamo rifare tutto?”. “Vedete un po’ voi…”. Controllo la realizzazione del lavoro, ma non so ancora cosa mi aspetta: il prologo della tragedia.

I due lobotomizzati tornano in sede, e comunicano che l’azienda è operativa, per cui è possibile - contrariamente a quanto richiesto dal sottoscritto - traslocare immediatamente le linee. Da notare che nell’open space di 400 metri quadrati c’era solo una cassetta degli attrezzi, e nella sala riunioni di 100 metri quadrati non c’era nemmeno quella. Quindi, senza che io lo sappia, parte il disco “l’utente ha cambiato numero…”.

Dopo un paio d’ore ricevo una telefonata sul cellulare da uno dei nostri clienti, che mi chiede come ci troviamo nella nuova sede. “Come nella nuova sede, ma se ti abbiamo comunicato da tempo che traslochiamo durante il prossimo week end?”. “Ma se il vecchio numero telefonico dice…”. Non lo faccio nemmno finire, e chiamo immediatamente la SIP: “O togliete immediatamente il disco, o succede qualcosa di veramente spiacevole…”. Stranamente, trovo una persona cortese, che agisce immediatamente e dopo un quarto d’ora mi avvisa che il problema è stato risolto.

Purtroppo, non è ancora nulla rispetto a quello che mi aspetta dopo il trasloco: la tragedia.

Il lunedì mattina siamo nel nuovo ufficio, per l’ultimo atto del trasloco, che è rappresentato dall’installazione del centralino. Nel frattempo, io ho collegato il modem, che funziona senza problemi, per cui non sospetto che nessuna delle altre quattro linee funziona perché:

  • SIP aveva deciso che il numero che avevo scelto come capofila della ricerca automatica doveva essere il numero del fax (per cui chi ci telefonava sentiva il fischio del fax e riattaccava, convinto di aver sbagliato numero)
  • SIP aveva deciso che il numero che avevo scelto per il fax doveva essere un normale numero di telefono (per cui chi tentava di inviarci un fax non riusciva, perché dall’altra parte non c’era il fax ma una delle linee voce)
  • il numero che SIP aveva scelto, di sua spontanea volontà e contro la mia richiesta, come capofila della ricerca automatica, era completamente muto (si sarebbe poi scoperto che i due cerebrolesi avevano “dimenticato” di collegare la linea)
  • l’ultimo numero funzionava, per modo di dire, in quanto sollevando la cornetta si sentiva forte e chiaro il segnale di una radio FM ma non il segnale di centrale (si sarebbe poi scoperto che i due cerebrolesi avevano lasciato un avvolgimento di circa dieci metri di cavo - crepi l’avarizia - che faceva egregiamente la funzione di antenna e malissimo quella di connessione telefonica)

Su tutte le furie, telefono dalla linea del fax (era l’unica da cui si poteva chiamare) urlando come un forsennato: “Stia calmo, sono cose che succedono…”. L’installazione al piano sbagliato, la partenza del disco, quattro linee su cinque che non funzionano: forse succedono, ma in questo caso sono successe tutte a me.

Aspetto un’ora, e poi richiamo: “Qui non funziona nulla, cosa aspettate a intervenire?”. “Abbiamo controllato: è tutto a posto”. “Come è tutto a posto: una linea è muta, nell’altra c’è un DJ, e le altre due sono invertite. Qui non è a posto nulla…”. “Ma lei non può cambiare i numeri con quelli che noi abbiamo messo per la ricerca automatica e il fax?”. “Ma si rende conto di cosa mi chiede, con i biglietti da visita per dieci persone e la carta intestata stampati, e l’informazione comunicata a tutti i clienti e a tutti i giornalisti, che sono un migliaio?”. “Caspita, con quante persone avete a che fare…”. “O mi passa qualcuno in grado di ragionare, o arrivo in Via Mecenate con un fucile a pompa…”. “Piano con le minacce…”. “Non sono minacce, è la realtà: mi passi il suo superiore”.

Per farla breve, dopo circa un’ora passata a parlare al telefono con una serie di imbecilli di rara potenza, che incomincio a insultare senza ritegno, vengo “trionfalmente” trasferito al Direttore Tecnico dell’Area Milano Sud, che - a dire di colui che me lo aveva passato - mi avrebbe definitivamente sistemato. Io riesco a spiegare a questo signore, utilizzando l’ultimo briciolo di calma che mi era rimasto in corpo, la situazione… “Signor Vignoli, ammetterà che se è così come dice lei sembra una farsa piuttosto che un impianto di telefonia… Comunque, domani mattina alle 8 sono da lei a controllare”.

Alle 8 ho aperto la porta dell’ufficio, alle 8 e 10 il signore mi ha chiesto se poteva fare una telefonata: nell’ordine, si è fatto passare tutti coloro che avevano messo mano alla mia pratica, e gli ha comunicato che il giorno successivo - sempre alle 8 - dovevano essere di fronte al mio ufficio.

Morale: il mercoledì c’erano dodici uomini SIP (compresi i due cerebrolesi), oltre al Direttore Tecnico, che hanno completamente rifatto l’impianto, riattribuito secondo le mie indicazioni i numeri per il capofila della ricerca automatica e il fax, e collaudato tutte le linee. Da quel momento, il funzionamento dell’impianto è stato perfetto, e anche i successivi interventi per l’installazione delle linee ISDN sono filati lisci come l’olio. La tragedia si era conclusa.

3° atto: la conclusione tragica

E’ il 2003: sono Co-Chairman della Technology Practice di Fleishman-Hillard, all’epoca la più grande agenzia di relazioni pubbliche nel mondo, per cui la connessione ADSL di casa è di fondamentale importanza, visto che lavoro con colleghi che si trovano in ogni continente. Tra il 25 aprile e il 1° maggio vado a Berlino, come turista, ignaro del fatto che la SIP - proprio in quei giorni - ha deciso di fare un intervento di manutenzione nella centrale di zona. Il provider del servizio ADSL, ovviamente, non è SIP, ma il concetto di “monopolio occulto” proprio del nostro Paese fa sì che la linea ADSL venga gestita comunque da loro.

Quando torno a casa, sulla linea non c’è più traccia né del segnale ADSL né di alcun altro segnale (come si dice in gergo, manca la portante). Ne sono sicuro, perché - prima di telefonare - verifico che vi sia totale assenza di segnale elettrico (è vero che la linea telefonica non è una linea elettrica, ma il segnale è comunque composto da impulsi elettrici, per cui se non c’è traccia di segnale elettrico non c’è nemmeno traccia di segnale telefonico). Chiamo il numero verde del mio provider ADSL (Telvia, lo posso consigliare), spiego la situazione e chiedo di procedere con sollecitudine in quanto so già che sarà necessario convolgere SIP. Ricevo via e-mail copia del messaggio inviato a SIP, in cui c’è una spiegazione dettagliata del problema (compreso il mio suggerimento di riattaccare il doppino in centrale).

Per un intero mese, rimango senza segnale ADSL perché l’assistenza SIP continua ad affermare che il problema non sussiste, che loro vedono benissimo il mio modem (come facciano non lo so, visto che non ho un modem ma un router), che il segnale c’è, che l’assegna di segnale elettrico non significa che manchi anche il segnale telefonico (probabilmente, hanno detto ai tecnici che l’ADSL funziona con dei microscopici cinesini che corrono all’interno del tubo di rame portando ciascuno un pacchetto di dati), che la devo smettere di protestare quando sono io a non saper configurare il modem (aridaje), che …, che …, che … Alla fine, esausto, chiedo un sopralluogo a mie spese, previo appuntamento telefonico.

Ovviamente, il tecnico non chiama per prendere l’appuntamento (così come avevo richiesto) ma si presenta fresco come una rosa a mio figlio, che era appena tornato a casa da scuola, per dirgli: “Dica a suo padre che ce lo poteva dire subito che non c’era nessun segnale telefonico, così saremmo andati in centrale e avremmo scoperto che il doppino era stato staccato” (parole più o meno testuali riportate da mio figlio).

Che dire? Meglio un no comment…

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  • FIAT: un’opinione “forte”

    Se qualcuno vuole un’opinione “forte” sulla FIAT, consiglio la lettura di cinque interventi di Antonio Tombolini:

    Io non sono sufficientemente esperto di economia e finanza per dare un giudizio, ma trovo questa interpretazione convincente.

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  • Cerchiamo di migliorare l’Italia

    Invito tutti a visitare il blog di Beppe Grillo per sostenere l’iniziativa di democrazia popolare volta a chiedere le dimissioni del governatore della banca d’italia antonio fazio (le maiuscole a chi se le merita), che - con il suo comportamento - sta gettando alle ortiche (per non dire peggio) la reputazione dell’Italia e degli italiani. Qui trovate il testo della lettera aperta che verrà pubblicata sul quotidiano Repubblica, a spese di chi vorrà contribuire, e qui gli estremi del conto corrente della Banca Etica su cui effettuare il bonifico. E’ un’iniziativa interessante, che merita di essere sostenuta.

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  • 892892

    Io mi chiedo di quale considerazione godano gli utenti italiani di telefonia presso le agenzie di pubblicità, se dobbiamo sorbirci degli autenti “insulti mediatici” come quello che ci sta ossessionando da qualche settimana per la promozione del nuovo servizio 892892. Più guardo la coppia di “iapinidi” più sono convinto della necessità di eliminare - anche se solo professionalmente - la coppia creativa che ha concepito un simile scempio.

    Tra l’altro, quello che non si riesce assolutamente a comprendere dalla pubblicità è che il servizio non solo è a pagamento, ma che - evitandolo (com’è giusto che sia, visto l’insulto alla nostra intelligenza) - prima o poi riusciremo a permetterci una vacanza esclusiva o un collier di diamanti o la casa dei nostri sogni…

    Queste, infatti, sono le tariffe:

    Telecom Italia e altre reti fisse

    12 centesimi di Euro alla risposta + 3 centesimi di Euro al secondo ovvero 5,52 Euro per una telefonata di tre minuti

    Telecom Mobile

    15,49 centesimi di Euro alla risposta + 3,1 centesimi di Euro al secondo ovvero 5,73 Euro per una telefonata di tre minuti

    Vodafone Mobile

    15,49 centesimi di Euro alla risposta + 4,16 centesimi di Euro al secondo ovvero 7,64 Euro per una telefonata di tre minuti

    Wind Mobile

    15 centesimi di Euro alla risposta + 3,1 centesimi di Euro al secondo ovvero 5,73 Euro per una telefonata di tre minuti

    Meditate, gente, meditate, e - soprattutto - non telefonate…

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    Autoreferenziale

    A forza di sentir dire a Vittorio Zambardino che i blog italiani sono “autoreferenziali” mi è venuto l’uzzolo di cercare sul dizionario della lingua italiana il significato della parola, che a me - onestamente - non piace (detesto, in genere, tutte le parole che finiscono in “ale”, prima fra tutte “valoriale”, che è sbagliata - o meglio, non esiste - perchè si dice “dei valori”).

    La prima definizione l’ho trovata sul Dizionario De Mauro della Lingua Italiana, a questo indirizzo: che fa riferimento esclusivamente a sé stesso o ai propri bisogni, non curandosi d’altri o d’altro.
    Una definizione molto più dotta l’ho trovata, com’era logico, sul forum dell’Accademia della Crusca, a questo indirizzo: Il termine “autoreferenziale” è adoperato soprattutto in logica e serve a indicare un enunciato che, in qualche modo, si riferisce già a sé stesso (si pensi, ad esempio, al paradosso di Epimenide, cretese, il quale dice: “tutti i cretesi sono bugiardi” - la dimensione “autoreferenziale” permette di individuare il paradosso, secondo il quale lo stesso enunciato “tutti i cretesi sono bugiardi” andrebbe considerato a sua volta come una bugia).

    La definizione, che vi invito a leggere, si conclude in questo modo: … a volte si tende a complicare ciò che è semplice per dissimulare, aggiungerei io, una qualche insipienza, che a guardar bene farebbe comunque mostra di sé proprio attraverso la nostra dimensione “autoreferenziale”.

    Sull’insipienza di chi utilizza “autoreferenziale” preferisco non disquisire, ma mi chiedo comunque perché non si utilizza invece la più semplice e più chiara locuzione “parla di sé” o “fa riferimento esclusivamente a sé stesso”.

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  • Ma come parli…

    Una raccolta delle espressioni più utilizzate dai manager, con la loro traduzione in linguaggio normale:

    Manager: Interessante…
    Traduzione: E’ una vera idiozia.

    Manager: Non posso dire di non essere d’accordo.
    Traduzione: Hai ragione, ma devi fare come dico io.

    Manager: Dobbiamo dimostrare la nostra flessibilità.
    Traduzione: Lo devi fare in questo modo, che ti piaccia o no.

    Manager: Abbiamo un’opportunità.
    Traduzione: Siamo nel guano fino alle orecchie, ma dobbiamo uscirne.

    Manager: Hai dimostrato il tuo impegno.
    Traduzione: Ma come ti è venuto in mente di fare una cosa simile…

    Manager: Aiutami a capire.
    Traduzione: Non ho idea di cosa tu stia parlando, e forse nemmeno tu…

    Manager: Bisogna analizzare il problema sotto tutti i punti di vista.
    Traduzione: Il grande capo è convinto che si tratta di un’ottima idea.

    Manager: Seguiremo la metodologia più corretta.
    Traduzione: Si fa come dico io…

    Manager: Il “total cost of ownership” è un problema significativo per il desktop computing.
    Traduzione: Vogliamo tutti i vantaggi e nessuno dei costi.

    Manager: Dobbiamo sfruttare le nostre risorse.
    Traduzione: Devi lavorare durante il weekend.

    Manager: Vogliamo che tu sia il leader di questo progetto.
    Traduzione: Voglio qualcuno che si faccia carico dei miei errori.

    Manager: Dobbiamo essere più orientati al marketing.
    Traduzione: Dobbiamo dimenticarci dell’etica professionale.

    Manager: Sono contento che tu me lo abbia chiesto.
    Traduzione: Abbiamo un’ottima risposta per questa domanda.

    Manager: Ho visto che hai convolto i tuoi colleghi nella proposta.
    Traduzione: Da solo, non saresti mai riuscito a fare una cosa così stupida.

    Manager: Il nostro business sta attraversando una fase di cambiamento epocale.
    Traduzione: Non abbiamo idea di quello che abbiamo fatto fino a oggi, ma in futuro faremo qualcosa di completamente diverso.

    Manager: A valore aggiunto.
    Traduzione: Più caro.

    Manager: Vogliamo fornire un prodotto di qualità.
    Traduzione: Il prodotto arriverà in ritardo e sforerà il budget.

    Manager: Il sistema deve essere flessibile.
    Traduzione: In realtà, non sappiamo cosa vogliamo.

    Manager: Empowerment (sostantivo)
    Traduzione: La possibilità di accusare un collaboratore dei propri errori.

    Manager: Non dico di no, ma non dico nemmeno di si.
    Traduzione: No.

    Manager: Apprezzo la tua idea, e penso che possa tornare utile in futuro.
    Traduzione: Dimenticala in fretta.

    Manager: Le iniziative della nostra divisione avranno successo solo se riusciremo a collaborare con il resto dell’azienda, gestendo le relazioni tra le diverse organizzazioni e sfruttando al massimo le sinergie con le altre risorse.
    Traduzione:Dobbiamo trovare un centro di costo su cui scaricare le nostre spese.

    Manager: Un’idea intrigante, che merita un’ulteriore analisi da parte del management.
    Traduzione: No.

    Manager: Abbiamo imparato la lezione, e non ripeteremo l’errore.
    Traduzione: Per favore, evitiamo di parlare di questo problema.

    Manager: Per risolvere questo problema, ci vuole buon senso.
    Traduzione: Dovete pensare come me.

    Manager: Le persone sono la nostra risorsa migliore.
    Traduzione: I dipendenti sono la più grossa tra le voci di spesa.

    Manager: Capisco che sei sovraccarico. Per aiutarmi ad aiutarti, tieni un diario giornaliero di tutto quello che fai, e di quanto tempo hai bisogno per ogni attività. In questo modo, cercherò di darti i miei suggerimenti.
    Traduzione: Se hai tempo di scrivere questa lista, non sei abbastanza carico. Se non hai tempo, almeno ti togli di torno.

    Manager: Questo incarico è un’ottima opportunità professionale per te.
    Traduzione: E’ un lavoro di merda che nessuno vuole fare.

    Manager: Questo è il progetto di maggior successo a cui ho mai partecipato!
    Traduzione: Il report è piaciuto a tutti. Ancora meglio, l’azienda ha cambiato strategia prima della sua conclusione.

    Manager: Stiamo prendendo in considerazione diversi approcci innovativi.
    Traduzione: Non abbiamo assolutamente idea di quello che dovremmo fare.

    Manager: Il team di progetto ha lavorato coscienziosamente e ha fatto notevoli progressi.
    Traduzione: Il progetto è in ritardo sul programma.

    Manager: Abbiamo bisogno di un piano strategico, qualcosa di livello più alto.
    Traduzione: Non riesco a comprendere i dettagli, per cui non devono essere importanti…

    Manager: La nostra proposta offre opportunità uniche agli impiegati e ai clienti.
    Traduzione: Opportunità per gli impiegati: lavorare di più. Per i clienti: spendere di più.

    Manager: Siamo diversi.
    Traduzione: Siamo troppo pigri per studiare cosa fanno i concorrenti.

    Manager: Ho analizzato la situazione, e quello che ho scoperto mi preoccupa.
    Traduzione: Mi spiace che tu abbia scoperto che te lo stavamo mettendo nel …

    Manager: Mi piacciono le tue idee.
    Traduzione: Utilizzerò le tue idee come fossero le mie.

    Manager: E’ uno standard di settore.
    Traduzione: Non abbiamo idea del motivo per cui lo facciamo in questo modo.

    Manager: E’ in fase di sviluppo.
    Traduzione: Non ci abbiamo mai pensato… e avremmo dovuto farlo.

    Manager: Hai il mio totale supporto.
    Traduzione: Se qualcosa va storto, noi non ci conosciamo.

    Manager: Anche se non possiamo prevedere quello che succederà in futuro, continiamo a puntare alla crescita e alla creazione di opportunità per i nostri collaboratori. Il nostro obiettivo è quello di legare la crescita a iniziative per il recupero della produttività, in modo tale da evitare le riduzioni di personale che spesso risultano dagli aumenti di efficienza.
    Traduzione: Ringrazia di avere ancora un posto di lavoro.

    Manager: Ne siamo perfettamente coscienti.
    Traduzione: Speravamo che la persona che ha sollevato il problema se ne fosse dimenticata con il passare del tempo.

    Manager: E’ una soluzione innovativa.
    Traduzione: Non lo abbiamo mai fatto in questo modo, per cui - se non funziona - non conosco né te né il progetto.

    Manager: Facciamo la stessa cosa, ma in modo diverso.
    Traduzione: Abbiamo completamente cambiato idea.

    Manager: La buona notizia è che il sistema è flessibile. La cattiva notizia è che il sistema è flessibile.
    Traduzione: Il sistema non fa assolutamente quello che dovrebbe fare. In realtà, non abbiamo ancora capito cosa fa.

    Manager: Questo succede una volta ogni morte di papa.
    Traduzione: Ci pensiamo quando uno dei nostri grandi clienti solleva il problema.

    Manager: Non sono previste modifiche al team di management.
    Traduzione: Siamo alle coltellate in corridoio.

    Manager: Le tue affermazioni sono emotive e immature.
    Traduzione: Non sono d’accordo, e sono il tuo capo.

    Manager: Adotta un modello di business diverso dal suo predecessore.
    Traduzione: Tieni la testa bassa fin quando non hai capito da che parte tira il vento.

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  • Le parole del successo

    Le parole possono determinare il successo o il fallimento di una soluzione, un prodotto o un servizio.
    In media, un bambino di un anno ha un vocabolario di tre parole, eppure i genitori riescono ugualmente a parlare con lui. A due anni, il vocabolario è salito a 272 parole, a tre a 900, a quattro a 2.000. Un adulto pronuncia da 125 a 200 parole al minuto, e fino a 18.000 al giorno. Purtroppo, non tutte in modo appropriato o corretto.
    La comunicazione usa le parole, e lo deve fare in modo professionale. I materiali di vendita, i manuali, persino il sistema di risposta automatica del telefono devono utilizzare parole positive, coinvolgenti. Se un cliente incontra parole fredde, poco chiare, troppo tecniche, rischia di vedere l’azienda sotto la stessa luce. Scegliere queste parole è un lavoro da professionisti.
    Secondo lo psichiatra John Reitmann, un individuo impiega il doppio del tempo per comprendere una frase che utilizza un approccio negativo rispetto a una frase positiva.
    Fortunatamente, esistono parole di ogni tipo: parole di fede, parole di incoraggiamento, parole di lotta, parole straniere, parole semplici, parole grosse, parole conclusive. Ciascuna di esser ha uno scopo. Scegliete quella giusta per la vostra situazione.
    Per far crescere e tenere aggiornato il vocabolario, è indispensabile leggere. In questo modo, avrete sempre la parola giusta per ogni situazione sulla punta della lingua, o sulla punta delle dita.

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  • Il linguaggio della tecnologia

    La tecnologia è spesso difficile da spiegare in modo semplice e comprensibile a chi è privo del necessario background, ma in qualche caso le espressioni utilizzate sono talmente poco comprensibili da essere totalmente prive di significato (e questo, indipendentemente dal background). E pensare che, per evitare delle brutte figure e aumentare in modo esponenziale le opportunità di pubblicazione del comunicato stampa (perché nella maggior parte dei casi si tratta proprio di comunicati stampa), sarebbe sufficiente far rileggere il testo a una persona dotata di senso critico e soprattutto estranea al processo di redazione. Una persona, insomma, che si trova nella stessa situazione del destinatario del messaggio.
    In occasione del CeBIT, la più importante fiera mondiale dell’information technology, che si è tenuta a Hannover - città della Bassa (intesa come piatta) Sassonia, caratterizzata da un clima a dir poco infame - a metà marzo, qualcuno ha provato a mettere insieme un piccolo “museo degli orrori” attingendo alle cartelle presenti in sala stampa:

    • Networking: è davvero importante poter disporre di una “estensione SAN su MAN/WAN”, e di una “infrastruttura di automazione della conoscenza” con delle “autentiche funzionalità interlinguistiche”?
    • Grafica 3D: la funzione di “antialiasing di elevata qualità, con oversampling arbitrario, per una risoluzione ottimale” che vantaggi offre all’utente? E, soprattutto, a cosa serve, a parte la risoluzione?
    • Telefonia: tra le funzionalità di un telefono, il supporto di SDP, RTP, RTCP, VAD, CNG, NAT traversal e STUN è più importante della possibilità di effettuare una normale conversazione telefonica, che non viene citata?
    • Multimedia: i lettori DVD supportano DVD-R, DVD-RW, DVD+R, DVD+RW, DVD-RAM, CD, MP3 e JPEG, e alcuni - i più recenti - anche Blu-Ray e HD-DVD. Quale acquistare?

    Torna alla mente il gioco di parole sull’acronimo PCMCIA: Personal Computer Memory Card International Association. All’epoca della sua presentazione, erano nate diverse interpretazioni che giocavano sulla complessità della sigla, tra cui una delle più carine era “People Can’t Memorize Computer Industry Acronyms”, ovvero “la gente non può ricordare gli acronimi dell’industria dei computer”.

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  • Calendario

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