Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for the ‘Dolce Vita’ Category

Pechino, la scoperta continua

Ho trascorso la seconda giornata del soggiorno “pechinese” in giro per la città, prima allo zoo, poi all’acquario e infine al tempio delle cinque pagode. In totale, credo di aver fatto una dozzina di chilometri a piedi (e infatti, le mie gambe hanno apprezzato molto la riunione del pomeriggio).

La prima osservazione riguarda i bambini: perché le mamme italiane fanno figli urlanti e maleducati che passano una parte significativa dei primi anni di vita a rompere le balle agli adulti, mentre le mamme cinesi fanno bambini silenziosi ed educatissimi, che non rompono le balle e si tengono a rispettosa distanza dal prossimo?

Qualcuno si chiederà come ho fatto a capire che i bambini cinesi sono educatissimi, visto che non conosco la lingua cinese in nessuna delle sue varianti. Diciamo che il sospetto viene quando più di un bambino - lo zoo era pieno - si ferma all’istante se la mamma lo richiama usando lo stesso termine con cui le altre mamme bloccano i rispettivi figli.

E’ la prima volta, negli ultimi anni, che mi trovo a camminare tranquillo e disinvolto tra gruppi di “orridi” (questa è la mia definizione dei bambini da zero a sei anni) senza provare nessuna forma di repulsione nei loro confronti. Anzi, mi sono addirittura divertito a scattare qualche foto… Perché le mamme italiane non fanno bambini cinesi?

La principale attrazione dello zoo di Pechino sono i panda giganti, e non tanto gli adulti - immobili nelle loro pose improbabili - quanto i cuccioli, di notevoli dimensioni, che passano la propria esistenza pancia all’aria a sgranocchiare germogli di bambù. Per il resto, uno zoo senza infamia e senza lode, con qualche animale di queste lande in più rispetto allo zoo di Roma, o al più noto zoo di Berlino.

L’acquario è una costruzione moderna, che contiene al suo interno diversi settori, a partire dalla fauna delle foreste umide dove ci sono una serie di pesci del sud dell’Asia, tra il buffo (con i labbroni siliconati) e il gigantesco (immaginatevi una carpa lunga più o meno tre metri, con una bocca immensa) per finire a quelli delle barriere coralline (con i soliti pesci colorati). Per finire, la solita vasca con i delfini e le orche, con lo spettacolo (che non ho visto).

Davanti all’uscita dello zoo c’è il tempio delle cinque pagode, che ospita il museo della scultura. Siccome ero già abbastanza stanco, ho deciso di visitare questa struttura e non quella che avevo pianificato, che avrebbe richiesto un’altra ora di cammino.

Memore dell’esperienza del giorno prima, mi sono avvicinato con circospezione all’ingresso, per evitare che l’energumeno di turno mi respingesse a spintoni (in caso di chiusura). Il tempio, però, era aperto, per cui l’energumeno mi ha ignorato e sono entrato incolume dopo aver pagato il biglietto (un po’ meno di 2 euro).

I templi sono delle oasi di silenzio all’interno di una città per il resto caotica e rumorosa (tutti i cinesi urlano, con l’eccezione dei bambini, e suonano in continuazione il clacson e il campanello delle biciclette).

Il tempio delle cinque pagode è interessante, e ricco di decorazioni scultoree - che un tempo erano policrome, a giudicare da qualche traccia di colore - sulle pareti esterne e sugli archi dei due portali di ingresso e di uscita. Intorno, una miriade di lastre tombali, di forma sicuramente inusuale per le nostre abitudini.

Ho documentato tutto quello che ho visto con un buon numero di foto, ma non ho avuto il tempo di scaricarle e convertirle. Visti i tempi, ho l’impressione che riuscirò a farlo solo quando sarò tornato a Milano. Siate pazienti.

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Pechino, prime impressioni

Sono arrivato nel nuovo terminal dell’aereoporto di Pechino, disegnato da sir Norman Foster, una struttura molto bella e funzionale nonostante le dimensioni enormi (una superficie superiore a quella dei 5 terminal di Heathrow messi insieme).

Malpensa - a confronto - è una caccola, e nonostante ciò funziona peggio, visto che i bagagli a Pechino sono arrivati nel momento in cui i passeggeri arrivavano al nastro dopo aver compiuto le formalità doganali.

Dall’aereoporto all’albergo ho preso il bus pubblico, investendo ben 2 euro per il tragitto. Ho fatto vedere all’autista il nome dell’albergo scritto in ideogrammi e lui ha cominciato a urlare in cinese un chilometro prima della fermata, ma tutto si capiva tranne Beijing Friendship Hotel. Per fortuna, avevo seguito il tragitto sulla pianta di Pechino, per cui mi sono alzato e sono sceso come se fossi stato un madrelingua pechinese.

Purtroppo, quelli che sanno due parole (di numero) in inglese sono una rarità. In albergo, cinque stelle, sono solo alla reception e di parole ne sanno solo quattro, e comunque ti salutano dicendo “nihao” e se non sei pronto a rispondere “nihao” vanno avanti ad libitum, anche se tu hai salutato in inglese.

Nel pomeriggio ho fatto un giro nei dintorni dell’albergo, e ho scoperto che i monumenti sono chiusi il lunedì (avranno importato questa bella stronzata dall’Italia?). Il bello è che l’ingresso dei templi è aperto per il culto, per cui non ti dicono “closed” (anche a gesti, ci vorrebbe poco) ma fanno barriera a spintoni per fartelo capire. Poi ti fanno vedere un foglio pieno di ideogrammi e lasciano intendere che bastava leggere…

Sono entrato in un centro commerciale completamente dedicato a PC ed elettronica. I commessi ti saltano addosso peggio che al bazar di Istanbul, per cui sono uscito dopo un paio di grugniti (sono notoriamente asociale, e i commessi rompiballe sono una delle specie che detesto di più). Penso comunque di tornarci perché i due rivenditori Canon che ho visto avevano una scelta di obiettivi impressionante, e se non ho capito male i prezzi sono più o meno la metà rispetto all’Italia.

I ristoranti hanno le foto dei piatti, e non c’è nemmeno la scritta “restaurant” (che ormai dovrebbe essere internazionale). Non oso pensare cosa finirò col mangiare nei prossimi giorni.

I cinesi sono europei con gli occhi a mandorla e i capelli grossi e dritti. Sono comiche le ragazze con la coda di cavallo, perché per i primi 10 centimetri sembra un bastone e poi si piega verso il basso. Ovviamente, i giovani si arricciano i capelli con il gel, ma siccome sono grossi e non ci stanno nemmeno con la coccoina, l’effetto è abbastanza ridicolo.

L’abbigliamento è occidentale, e firmatissimo (taroccatissimo). Siccome l’abito non fa status, le macchine di lusso si sprecano (le Audi, tanto per fare un esempio, partono dal modello A4) e le pubblicità dei Rolex quasi quasi ci sono anche nei vespasiani. I cellulari non si contano, ovviamente, e sono nelle mani di tutti, comprese le persone anziane (o che sembrano tali, anche se i cinesi raggrinziscono come e forse più di noi, per cui le rughe sono un po’ lo specchio dell’età).

La prima impressione, comunque, è quella di un Paese che procede verso l’occidentalizzazione a tappe forzate, senza nemmeno chiedersi se questo sia un bene oppure no. Certo, Pechino non è lo specchio della Cina e un pomeriggio passa in fretta, ma il feeling è questo. Starbucks, per esempio, era pieno, e non credo che il “double frappuccino with muffins” appartenga alla cultura orientale più del tè.

Domani mattina proseguo nella scoperta della città con lo zoo (una foto al panda è di prammatica), il parco dei bambù e un tempio dove c’è anche un museo d’arte. Alla fine, se ci riesco, cercherò di fare il tragitto in barca fino al Palazzo d’Estate e di fare un giro anche lì. Poi in taxi verso una delle sedi Sun, dove incominciano i meeting.

Stay tuned, domani sera la seconda puntata, magari con qualche foto.

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Nicchie

Oggi ho visto un furgoncino simile a quelli delle paninerie notturne o delle porchetterie, dipinto a nuovo e con un bel marchio dorato che recitava “catering per set cinematografici e feste private”. Purtroppo, visto il servizio di sicurezza (stavano girando un qualcosa di fronte alla sede del Touring Club Italiano in Corso Italia, a Milano), non ho potuto verificare se gli addetti erano multilingue, ma il sospetto - vista la “parannanza” da tristellato Michelin - c’è (ed è anche abbastanza forte). Un servizio per due nicchie completamente diverse tra loro, e senza sovrapposizione, visto che si “gira” di giorno e si “festa” di notte. Interessante.

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Scritto per i piedi

Ispirato da questa dotta discussione sulle Birkenstock e sui loro dintorni, a cui ho contribuito con un’altrettanto dotta citazione sulle MBT (Masai Barefoot Technology, le uniche scarpe basate su tecnologia svizzera, anche se non aiutano a diventare puntuali), che ha suscitato la curiosità di PM10, ho pensato che la chiusura estiva poteva essere festeggiata disquisendo amabilmente delle scarpe - davvero orrende, ma funzionali - che dopo quarant’anni esatti di piedi doloranti (le mie estremità sono una specie di antologia dei difetti e delle malformazioni disponibili sul mercato: piede piatto, alluce valgo bilaterale di tipo ereditario, dita a martello, infiammazione cronica al tendine di Achille, e i fermo qui) mi hanno fatto riscoprire l’emozione di mettere un piede a terra senza sentire una fitta da qualche parte (oltre ad aver ridotto i problemi di postura che causavano un’infiammazione ricorrente al legamento crociato del ginocchio destro e un po’ di dolori alla schiena).

Tra l’altro, visitando il sito Birkenstock ho scoperto che esiste una versione finlandese dello stesso concetto di scarpa - Finnamic (ho già pianificato una visita al loro negozio, con la speranza che siano distribuite un po’ meglio delle MBT - ci vuole veramente poco - anche se il numero dei modelli è inferiore, e l’aspetto estetico altrettanto orrendo) - che è nato dall’osservazione della camminata dei Masai, un’etnia africana di nobili guerrieri che “costruisce” le proprie calzature utilizzando dei pezzi di copertone.

I Masai sono conosciuti per le loro qualità podistiche, e per il loro nobile portamento, e sembra che non soffrano né di dolori né di difetti sia alle estremità sia alla schiena. Una piccola differenza con il sottoscritto, comunque, c’è: il mio peso, che forse ha avuto una qualche influenza sui problemi “architettonici” dei miei piedi, è pari a quello di due (e forse tre) Masai, e di quelli più robusti.

UPDATE: Come non detto, le scarpe Finnamic si trovano solo in pochi negozi, i cui commessi - in realtà, l’impatto è stato con una sola commessa del negozio “flagship” di Viale Tunisia a Milano, ma è stato sufficiente - capiscono di scarpe quanto io capisco di giardinaggio (chi mi conosce comprende il paragone…). Invece, ho trovato un negozio fornito di MBT in Corso Lodi 12 a Milano (Bottega del Cuoio), dove il proprietario - utente della tecnologia Masai - è in grado di dare consigli agli eventuali acquirenti.

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  • Porca vacca, non c’è posto…

    Emirates Palace di Abu Dabi

    Giuro che l’anno prossimo prenoto per tempo… La suite da 680 metri quadrati con annessi e connessi (biglietti aerei in prima classe, maggiordomo personale, limo, autista, trattamenti termali quotidiani all’Anantara Spa, viaggio in Iran per vedere i migliori tappeti con jet privato che prevede mete “accessorie” come le terme sul Mar Morto del Kempinski Hotel Ishtar in Giordania o l’immersione nel Bahrain alla ricerca di perle per gioielli personalizzati, tutte con assistente personale, partitella a golf con i principi e i reali all’Abu Dhabi Golf Club e visita a Yas Perfume per il profumo personalizzato) è prenotata fino alla fine di agosto.

    In alternativa, o in aggiunta, nel prezzo - un milione di dollari - ci sta un po’ tutto, una battuta di pesca d’altura e un tour del deserto al tramonto. Come ricordo della vacanza, una bottiglia di champagne Emirates Gold, le perle nere di Robert Wang e una selezione di fucili da caccia Holland Sporting Guns.

    Fonte: ArabianBusiness attraverso Travelblog.

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  • Uno che se la gode

    We’re staying out on vacation another week

    Contrary to what I previously said, I am staying on Grand Cayman for another week.

    Here’s a taste of why.

  • Like swimming in an aquarium
  • Parrot fish and friends
  • Rock lobster and friends
  • Puffer fish
  • Our home away from home, aka The Reef Resort
  • Our cat away from cat
  • E come darli torto…

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