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Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
17 Dec
L’argomento è piuttosto complesso per cui ho deciso di affrontarlo per gradi, iniziando da una serie di considerazioni e informazioni che possono aiutare chi non lo ha mai affrontato a costruirsi le basi per il successivo approfondimento.
Parto da una cosiderazione, e cioè che il concetto di modello di business nel settore delle agenzie di relazioni pubbliche sembra essere piuttosto vago, visto che la ricerca della frase a business model for pr agencies trova più di 5 milioni di pagine online, dall’analisi delle quali si evince che la maggior parte delle agenzie confonde il termine business model con quello di value proposition (le due pagine di WikiPedia sintetizzano i due concetti e forniscono utili spunti di approfondimento).
Per chi volesse ulteriormente approfondire il concetto di business model, consiglio la lettura del blog e l’osservazione degli schemi pubblicati da Alex Osterwalder, un consulente svizzero che offre una visione sintetica ma estremamente efficace - a mio modo di vedere - di questo tema abbastanza complesso. In particolare, lo schema del business model concept e delle sue declinazioni mi sembra molto chiaro.
Per chi ha voglia di studiare il tema dei modelli di business - secondo me, lo dovrebbero fare tutti quelli che hanno responsabilità di management all’interno di un’azienda, a maggior ragione se oltre a essere manager sono anche imprenditori - consiglio la lettura del saggio Clarifying business models: origins, present and future of the concept scritto dallo stesso Osterwalder insieme a Yves Pigneur e Christopher Tucci.
L’attuale modello di business delle agenzie di relazioni pubbliche, anche se non vi sono tracce storiche, è nato - probabilmente - all’inizio degli anni ‘70, nel periodo in cui le teorie per il controllo della qualità sono state estese dal mondo della produzione a quello dei servizi, e si riconduce al modello di business detto industrialization of services. Un modello nato e cassato, si potrebbe dire, visto che Theodore Levitt lo ha criticato nel 1972 e ha rincarato la dose nel 1976.
E’ vero che l’analisi di Ted Levitt non si riferisce al mondo della consulenza ma a quello delle aziende che erogano prodotti/servizi (per esempio, McDonald’s e VISA), ma il punto debole di queste aziende - secondo Levitt - sta nel fatto che i singoli componenti del servizio vengono gestiti, sotto il profilo amministrativo, come eventi isolati e non come elementi di un processo, e questo somiglia molto alla parcellizzazione in ore - ed è qui che arriva il time sheet - dell’attività di relazioni pubbliche.
Detta così, probabilmente, appare come una semplificazione eccessiva. In realtà, il modello di business “senza time sheet” che ho adottato nel 1992 con Qwerty - sulla base delle considerazioni che avevo fatto negli anni in cui ero stato responsabile di una business unit e dei relativi clienti all’interno di SCR Shandwick, Burson Marsteller e SECI MS&L - e ho portato avanti anche all’interno di Fleishman-Hillard, fino a quando è stato possibile (poi ho dovuto cedere alla stupidità dei controller statunitensi, e abbiamo incominciato a perdere soldi e clienti, così come gli altri uffici dell’azienda facevano già da tempo), è un po’ più complesso e comprende anche la struttura organizzativa dell’agenzia, che non è gerarchica ma “aperta” e “a matrice”, e fortemente orientata alla creazione del valore.
In questo modo, apparentemente senza controllo (sottolineo, apparentemente, ed è questo che faceva letteralmente impazzire i controller), sono riuscito a ottenere - in tre anni - rispettivamente il 18, il 21 e il 25% di utile lordo, contro un obiettivo del 16%. E siccome alla fine dell’anno l’utile lordo dell’intera agenzia era inferiore al 10%, è evidente che le business unit organizzate in modo tradizionale non facevano altro che perdere i soldi che noi guadagnavamo. I nostri time sheet erano perfetti, perché erano precompilati in base alle richieste dei controller… ma non avevano nessun rapporto con la realtà.
E con questo, credo di aver messo sul tavolo un numero sufficiente di provocazioni per i vostri commenti, o più semplicemente per i vostri ragionamenti, se volete rimanere alla finestra.
Technorati tag: public relations, business model
7 Responses for "PR e modelli di business: un punto di partenza"
Un post veramente interessante. L’idea dei timesheet in un’agenzia di PR, poi, è veramente deprimente. Nell’associazione dove lavoro vennero sperimentati a inizio anni Novanta. Risultato: un delirio generale, e un calo della produttività senza precedenti. Il problema è sempre la misurabilità: quando fai fatica a definire i risultati - e le PR sono un mondo assai aleatorio - allora cerchi di definire il processo per poterlo fatturare ai clienti.
Ciao Italo,
leggo con piacere il tuo post e avendo vissuto il periodo di Fleishman e in parte anche quello di Qwerty mi tornano in mente molti ‘nanetti’ a proposito dei time sheet ma non rispondo al tuo post per un ‘incontro’ tra vecchi amici! Il punto, che mi sta a cuore da un po’ di tempo, è il ripensaemnto dei modelli di business e NON solo per una agenzia di PR. La gestione dell’informazione, la condivisione della medesima, i rapporti tra colleghi e il ruolo delle tecnologie mi fanno spesso riflettere su come innescare un processo virtuoso.
Cerco di spiegare e sintetizzare al meglio riflessioni ed esperienze partendo da degli esempi veri: dopo Fleishman, come sai, ho lanciato - come responsabile marketing - una start up o meglio un, lo definisco io così, portalone nel settore elettrico e guarda caso una delle cose che ha funzionato meglio era una collaborazione con dei professori per la creazione dei contenuti del portale: definito un piano editoriale (sempre flessibile sulla base delle evoluzioni del mercato) una serie di materiali e altre cose che servivano al portale questa attività girava e gira tuttora da sola benissimo. E’ importante notare che nell’esempio c’era e c’è ancora un ottimo rapporto umano ma il punto è che definiti bene i compiti, i ruoli e gli obiettivi e trovato un accordo economico non c’era bisogno di nessun time sheet…
Voglio andare però oltre nei ragionamenti, potremmo anche immaginare organizzazioni che io definisco OPEN come open sono molti software e mi viene da dire che moltissime organizzazioni e moltissime professioni saranno sempre più open: io so fare bene delle attività ti vendo la mia conoscenza per il tempo che ti serve. In questo la tecnologia ci aiuta moltissimo e probabilmente gli ostacoli maggiori sono culturali! E’ la pigrizia di dover imparare qualcosa di nuovo che blocca un processo virtuoso di creazione di organizzazioni basate su nuovi modelli, porto un altro esempio: pochi giorni fa dopo un confronto che durava qualche mese su l’utilizzo di alcune tecnologie e sull’organizzazione interna dell’azienda, con mia grande soddisfazione, il mio attuale capo mi ha detto: “Jacopo mi rendo conto che bisogna cambiare l’approccio, che non bisogna fossilizzarsi su come si sa lavorare” e a mio avviso ha centrato il punto.
Sto però anche sperimentando come sia necesseario un processo virtuoso di coinvolgimento, come un’organizzazione possa crescere se è in grado di stimolare le competenze reciproche di condividere degli obiettivi… l’argomento è lungo e lo riprenderò anche sul mio blog (www.jaky.biz/blog) ma spero di aver lasciato qaulche spunto di riflessione.
Jacopo Sagramoso
Avendo lavorato anche in un reparto di disegno processi in una multinazionale dell’IT, posso dirlo con cognizione: il back office, di cui il time sheet è l’espressione più immediata, è la vera iattura moderna per il lavoratore, è lavoro che giustifica se stesso, in un certo senso è una bestemmia a qualsiasi intelligenza. Tempo perso dietro le procedure, risorse economiche sprecate (per non parlare di quelle intellettuali) e conseguente innalzamento dei prezzi dei servizi per giustificare interi reparti dedicati a controllare altri lavoratori.
Il punto è che il backoffice è lo specchio di una società che non punisce abbastanzna le distorsioni e i moral hazard. La mancanza di etica e una società malata hanno prodotto questi risultati.
Peraltro, lavorando - e meno male - nelle PR, dove si procede per obiettivi, l’unico senso di un timesheet è quello di poter calcolare il ROI. Tuttavia, come faccio con un lavoro che mi prende diversi brevi intervalli ogni giorno? Compìlo il time sheet alla carlona così a londra sono contenti.
Grazie per i link.
ciao
z
Ti correggo, ma ci tornerò sopra sul blog, l’unico senso di un timesheet è quello di avere l’illusione di calcolare il ROI. In realtà non calcoli una cippa, e perdi del tempo a inventarti il modo in cui hai impiegato il tuo tempo (e siccome sei comunque condizionato dalla presenza del timesheet, non utilizzi il tuo tempo per essere propositivo e creare dei nuovi servizi a valore aggiunto che vanno a beneficio dei clienti). Come in qualsiasi altra industria, anche in quella delle PR il timesheet è un lavoro che giustifica se stesso.
Ti invito ad insistere perchè stai affrontando un tema davvero interessante e devo dire con coraggio, visto che di certi argomenti non si ama parlare.
Sono forse il più giovane tra voi. Anche a me è stato più volte richiesto di tenere un timesheet ma anch’io, partendo da considerazioni simili alle vostre, ho spiegato che non era possibile. Questo perché il tempo dell’attività di RP e ufficio stampa è per sua natura frammentato in moltissime piccole porzioni di tempo dedicate alle più varie attività. E poi soprattutto perché credo che i timesheet servano più a ripararsi dalle critiche che non ad altro. Intendo dire: se si lavora per obiettivi l’importante è raggiungere gli obiettivi. Però una valutazione del tempo speso è necessaria per il calcolo del ROI. Ad esempio ora so per certo che fare uffici stampa per eventi occasionali nel mondo dell’agroalimentare conduce a ROI più bassi rispetto a uffici stampa sempre nello stesso settore ma su base annuale. A questo sono giunto per stime, ma si tratta pur sempre di stime. Non credo ci sia altra possibilità nel nostro lavoro e in questo senso i nostri capi sono messi in crisi.
[...] che le relazioni pubbliche siano uno strumento costoso, consiglio di dare un’occhiata a un paio di post che ho scritto verso la fine del 2006, e a questo in inglese che ho scritto [...]