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Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
15 Dec
Le dimensioni, stimate, del mercato mondiale delle relazioni pubbliche le trovate nelle note 1 e 2 di questo articolo/saggio di Toni Muzi Falconi (che invito a leggere per intero, visto che si tratta di un’analisi lucida ed esauriente della situazione della nostra professione a livello mondiale, ancorché tarata su un livello altissimo di consulenza strategica, perché è questo l’ambito in cui opera Toni).
Li riassumo rapidamente, per sommi capi (sono dati 2003, per cui potrebbero essere inferiori alla realtà attuale, ma - per semplificare il ragionamento - li utilizzo così come se fossero quelli odierni): un totale di circa 3 milioni di professionisti a livello mondiale, per un fatturato complessivo di circa 400 miliardi di Euro, con 80 mila professionisti solo in Italia.
La lista dei blog scritti da un professionista o da un gruppo di professionisti di relazioni pubbliche elencati da Constantin Basturea nella sua PR and Communications Blogs List sono circa 800 a livello mondiale. La lista è completa ma incompleta, nel senso che i problemi linguistici hanno permesso a Constantin di elencare tutti i blog in lingua inglese ma non tutti quelli nelle altre lingue, che ci sono solo se l’autore si è “autodenunciato” con un messaggio. In Italia ce ne sono cinque e forse ne mancano altrettanti (per esempio, Carlo Odello), per cui il totale a livello mondiale potrebbe salire a 2.000 blog.
Una semplice divisione ci dice che, spannometricamente, solo un professionista di relazioni pubbliche su 1.500 (ovvero, una percentuale ridicola) ha sentito l’esigenza di scrivere un blog, per studiare il fenomeno, condividere le metodologie, confrontare le opinioni, promuovere il business, o più semplicemente per “stare” all’interno di un mercato che sta cambiando.
Gli altri, troppi, non stanno nemmeno alla finestra.
Questo, purtroppo, è frutto - a mio parere - di una serie di equivoci che hanno caratterizzato il mercato delle relazioni pubbliche dal momento del suo concepimento, quando i professionisti erano pochi ed erano tutti - autenticamente - spronati dal sacro fuoco della passione. In quel momento, negli Stati Uniti come nella maggior parte dei Paesi, compresa l’Italia, si decise che era opportuno evitare barriere all’ingresso, ovvero il “licensing” (certificazione).
I motivi erano molti ed estremamente validi (primo fra tutti, chi avrebbe certificato i certificatori?), ma non facevano i conti con la realtà di una professione che - per sua stessa natura - lasciava troppo spazio a chi è dotato di capacità di affabulazione (il classico “pierre”) e allo stesso tempo ne toglieva a chi è dotato di capacità professionali. Io, che non sono una persona che ispira simpatia al primo contatto, ho perso un paio di gare perché “con quella faccia, come fa a essere uno che si occupa di comunicazione”.
Nel corso degli anni, il focus della professione si è progressivamente spostato dai professionisti ai pierre, fino a quando - con l’arrivo di internet - la situazione è degenerata. Oggi, per “entrare in affari” bastano un PC e un telefono cellulare, e non si parla certamente di conoscenze ed esperienze professionali, ivi compresa la conoscenza della grammatica e della sintassi della lingua italiana.
Oggi, tutti i professionisti, quelli veri, pagano le conseguenze di questa situazione. La loro proposta, infatti, è talmente diversa da quella dei “pierre” che infestano il mercato da non essere credibile (è un paradosso, lo so, ma mettetevi nei panni di un interlocutore aziendale che si trova di fronte due/tre professionisti che gli parlano di strategie e tattiche e 997/998 cialtroni che “fanno cose e vedono gente”: i due/tre sembrano contaballe, o forse - se sono simpatici - solo un po’ matti).
Purtroppo, trovare una via d’uscita da questa situazione non è facile. Ma non disperiamo, e forse è anche per questo motivo che continuiamo a scrivere di queste cose.
Per concludere, tre note:
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