Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for September 25th, 2006

La creazione, Linux style

Carino, anche se un po’ troppo lungo per i miei gusti…

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  • Come si fa un tiggì

    Ce lo spiega Sergio Lepri, uno dei mostri sacri del giornalismo italiano (si autodefinisce, scherzando, Vecchio Giornalista), in questa lettera pubblicata da Articolo 21, in cui elenca 12 regolette. Si tratta di una lucida sintesi delle cose da tenere a mente non solo per fare un buon tiggì, ma in genere per fare del buon giornalismo di servizio, ovvero quel “giornalismo che è sì, un potere, ma solo nella misura in cui è un servizio da svolgere, con umiltà, a favore dei cittadini, e soltanto di loro”.

    Regola numero 2. “Notizia” è il racconto di un fatto. “Notizia” è l’informazione che accresce le nostre conoscenze (e anche le nostre curiosità), che ci aiuta a essere più liberi nei nostri giudizi, più padroni delle nostre scelte, più sicuri nelle nostre decisioni, più responsabili nella conduzione della nostra vita familiare e professionale.

    Regola numero 6. Il giornalismo in genere ma soprattutto il giornalismo di un servizio pubblico ha così, accanto alla sua finalità istituzionale di informare, anche una funzione sociale: di contribuire alla crescita culturale di chi ascolta. Ecco perché chi è incaricato di condurre il telegiornale deve preoccuparsi non soltanto del rispetto della grammatica e della sintassi, ma anche delle parole che usa e della corretta pronunzia sia dei nomi italiani, sia dei nomi propri stranieri di persona e di luogo.

    Regola numero 8. La cosiddetta “audience” registrata dal sistema dell’Auditel non fornisce un’indicazione di gradimento, ma soltanto il numero dei televisori accesi, e non dice se la visione e l’ascolto da parte dei telespettatori sono attivi e consapevoli. Non può essere quindi la preoccupazione dell’“audience” a stimolare la competitività con gli altri telegiornali concorrenti. La competitività si misura non con i numeri, ma con la qualità dell’informazione: la saggia scelta delle notizie, il linguaggio chiaro con cui le notizie vengono scritte o dette, anche la buona dizione.

    Regola numero 9. Il giornalismo è mediazione tra la fonte e il fruitore dell’informazione. Il giornalista vede, ascolta e racconta, facendo una sintesi del fatto. Far raccontare un comizio direttamente all’oratore o mettere il microfono davanti alla bocca del protagonista di un convegno perché riassuma lui il proprio intervento non è giornalismo. L’intervista al termine della riunione o per la strada – senza neppure far domande e senza repliche - soddisfa l’interessato ed evita le sue possibili critiche, ma è, da parte del giornalista, una rinunzia alla propria professionalità. Così, infatti, il giornalista non è più un giornalista ma soltanto un reggitore di microfono, e il telegiornale non è più un organo giornalistico di informazione, ma soltanto un veicolo tecnico di trasmissione, più o meno come un ufficio postale.

    Regola numero 12, ed è la regola che riassume tutte le altre. A differenza del direttore di un giornale a stampa o di un telegiornale dell’emittenza privata, che può fare quello che vuole, salvo risponderne al proprio editore, il direttore di un telegiornale di servizio pubblico può fare meglio o meno bene il suo giornale, ma non può farlo diverso da quello imposto da queste regole, e ne risponde ai cittadini. Ecco perché si può dire che per un bravo giornalista dirigere un TG RAI è facilissimo. Diventa difficile soltanto se qualcuno cerca di impedirglielo.

    La regola prosegue senza interruzioni, mentre io ho ritenuto opportuno sottolineare quest’ultima frase, estrapolandola ed evidenziandola in grassetto.

    E allora a questo qualcuno diciamolo ad alta voce noi telespettatori e telespettatrici: vogliamo che i telegiornali del servizio pubblico (che oltretutto paghiamo) ci diano soltanto le informazioni che ci servono per conoscere bene quello che succede e per sentirci quindi uomini e donne liberi di giudicare, di scegliere e di decidere. Anche informazioni di politica, quindi, ma di politica seria, fatta di cose concrete (lavoro, salari e stipendi, pensioni, costo della vita, case, servizi pubblici e così via), non di chiacchiere e di battute, di ironie e di sarcasmi, a volte anche di insulti.

    Per concludere, una regola che - secondo me - è valida non solo per i giornalisti che fanno il tiggì, ma anche per gli altri operatori del sistema televisivo.

    Dodici regole da leggere, meditare e metabolizzare.

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