La prima: la ricchezza di un paese non si misura solo dal reddito pro capite, dal GDP nazionale, ma anche dalla qualità della vita. L’abbondanza delle merci disponibili e la capacità di distribuzione capillare, e grosso ricambio delle medesime. Se negli USA il GDP pro capite è il doppio di quello italiano (36.000$ di contro a 18.000$ nel 2004), non significa che noi siamo, detto in maniera rude ma efficace, soltanto più “poveri” del 50%. Siamo in realtà molto più poveri, perché il nostro sistema di grande distribuzione è molto più limitato, ed in generale i prezzi di tutte le merci sono più alti, sia perché essi sono gravati di imposte che variano dal 20% dell’IVA fino al 70% (!) per il carburante; gravami che se introdotti negli USA porterebbero a sollevazioni popolari immediate. Considerando anche il fatto che la “income tax”, nella combinazione di tasse statali, federali e locali, è generalmente più bassa di quella italiana, ecco che ci troviamo ad essere probabilmente più poveri non del 50%, ma del 75%.

La frase è prelevata pari pari da questo articolo di Paolo Bernardini, italiano, che riflette sul modello americano dopo due mesi di esperienza come “visiting professor” alla University of Missouri di Saint Louis.