In Italia, i consumi di carni di volatili da allevamento (polli e tacchini) sono crollati al punto da mettere in crisi un intero settore industriale. Ancora una volta, è un fenomeno che riguarda solo il nostro Paese, e non tocca il resto d’Europa. Toni Muzi Falconi si chiede se il fenomeno sia da ascrivere alla scarsa - se non nulla - fiducia che i cittadini ripongono nelle dichiarazioni del Ministro della Salute. Personalmente, non sono d’accordo. Secondo me, il crollo dei consumi di carne avicola è un altro segno della forte immaturità del popolo italiano di fronte a fenomeni in cui l’aspetto emotivo supera il contenuto dell’informazione. Più o meno, quello che è successo con il referendum sull’energia nucleare, i cui risultati - influenzati dalla reazione emotiva all’incidente di Chernobyl - non ci hanno sicuramente messo al riparo dai danni di un possibile incidente (le nubi radioattive che verrebbero scatenate da un incidente in una delle centrali nucleari che si trovano nei Paesi confinanti con l’Italia valicherebbero tranquillamente i nostri confini, e colpirebbero gli abitanti delle regioni prealpine) ma ci hanno messo in una posizione di fragilità - per quanto riguarda gli approvvigionamenti di energia - rispetto agli altri Paesi, che abbiamo scontato - e con questo non voglio certo dire che questa è stata l’unica causa del problema - con un indebolimento del nostro sistema industriale.

Io trovo emblematico di questa immaturità il successo dei giubbotti Refrigiwear, che sembrano essere i più venduti in Italia (secondo dichiarazioni non suffragate da dati numerici, e quindi di dubbia - o nulla - autorevolezza). Si tratta di un marchio sconosciuto anche negli Stati Uniti, il Paese d’origine, perché riservato solamente alle aziende che hanno dipendenti che lavorano a temperature molto basse (fino a 50° gradi sotto zero) come gli operatori delle celle frigorifere, e che non può essere acquistato dai privati ma solo dalle aziende. In Italia, i giubbotti Refrigiwear vengono non solo acquistato ma addirittura ostentati come se fossero dei capi di design. E pensare che le loro caratteristiche sono legate a esigenze che non hanno nulla a che vedere con la moda ma con la praticità, tanto che il modello corto negli Stati Uniti si chiama “trucker” (ovvero camionista) e il modello lungo “inspector” (ovvero ispettore, e non stiamo parlando del Tenente Colombo). In Europa, sono solo gli italiani ad acquistare Refrigiwear, e se non ci credete credo che per cambiare idea vi potrà bastare la visita di questa pagina sul sito dell’azienda.

Sembra, ma sono solo voci, e sarebbe veramente il colmo per chi ha fatto a gara per accaparrarsi il prodotto durante l’inverno del 2002, che il primo modello arrivato in Italia sia stato quello destinato a chi maneggiava quarti di bue all’interno delle celle frigorifere. Bisogna fare tanto di cappello, sotto il profilo della comunicazione, a chi è riuscito a trasformare un indumento “tecnico” in un capo che fa tendenza, con un prezzo superiore di almeno un ordine di grandezza rispetto a quello originale.

E pensare che le informazioni, sia nel caso della carne avicola che nel caso degli indumenti da lavoro Refrigiwear, sono alla portata di tutti.

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