
Secondo l’ultima edizione dello studio realizzato da Xiti Monitor, la media europea degli utenti Firefox ha superato il 20% del totale degli utilizzatori di browser. La percentuale è cresciuta in tutti i Paesi: la Finlandia ha raggiunto il 38,4% e la Germania ha superato il 30%. L’Italia è arrivata al 13,1%, e l’Irlanda - il Paese più fedele a Microsoft, che è il più grosso contribuente di quello Stato - è addirittura al 17,1%. In generale, le percentuali sono più alte nei Paesi dell’Est europeo, con l’eccezione dell’Ucraina, che è il Paese con la percentuale più bassa in assoluto.

Così come avviene in Europa, la percentuale degli utilizzatori sta crescendo anche negli altri continenti: nei Paesi del Pacifico ha raggiunto il 18,6% e nell’America del Nord il 15,88%, mentre nelle altre aree è ancora inferiore al 10%.
I risultati, in francese, li trovate su questo sito.
All’ingresso del nono concorrente, che possiede 103 motorini pur avendo un solo sedere da metterci sopra, abbiamo appreso che la trasmissione trasmette una scarica di “drenalina” (spettatore anonimo, cinquantenne, analfabeta di ritorno). La casa ricorda vagamente un tugurio, e questo ha sconvolto quasi tutti i concorrenti che sono già entrati. Qualcuno ha addirittura detto: “Ho sbagliato edizione”. Ci sono solo sette letti, qualcuno addirittura nascosto, per dodici persone che devono dormire. Le donne, tranne la giapponese, hanno tutte i beni al sole (si fa per dire). Data la stagione, e il tugurio, le mise sono abbastanza stonate, ma nessuna arriva al livello di quella di Alessia Marcuzzi, che indossa distrattamente un Saint Honoré a tre strati, con esposizione di una parte delle proprietà private. Comunque, tranquilli, perché Augusto - il decimo concorrente, con accento tra Arezzo e Perugia - combatte a 360°. E vanno più o meno tutti “alla grande”. In mezz’ora credo di aver visto tutto… Adesso tocca alla Gialappa’s.
P.S. - Non poteva mancare la studentessa dello IULM: è di Nonantola, in provincia di Modena, e ha due beagle. E’ entrata con un’altra in abito da sera che sculettava portando una pentola di pasta e fagioli.
Tom Murphy parla di blogger che se la tirano, al punto da disegnare - a parole - un sistema di caste fortemente gerarchico. Peccato che, a forza di tirarsela, qualcuno abbia finito per inciamparci…
Il post di Tom Murphy è da leggere, e contiene tutti i link necessari per seguire la querelle online. Il mondo dei blog è e deve rimanere piatto, con un forte interscambio - anche nelle posizioni di “classifica” (se di classifica si può parlare: io preferisco pensare che i blog che hanno più lettori sono scritti meglio e toccano temi di maggiore interesse) - tra gli autori. Altrimenti non facciamo altro che duplicare il mondo dei media tradizionali, con le grandi firme e i peones.

Una delle menti più brillanti nel mondo del marketing delle tecnologie, Guy Kawasaki, l’uomo che ha inventato il termine “evangelist” quando ha convinto - dal nulla - decine di software house a sviluppare programmi per Macintosh, oggi brillante saggista e venture capitalist, ha incominciato a scrivere un blog. Era una di quelle cose che, senza saperlo, aspettavo da tempo, e vi consiglio caldamente di leggerlo. Siccome è online dall’inizio del mese, vi consiglio di leggere anche gli arretrati: ci sono già diversi articoli interessanti.
Fa davvero tenerezza il minuetto tra Vincenzo De Tommaso e Vincenzo Cosenza, che danno grande visibilità a quanto dichiarato in questa pagina del sito Creative Commons, e cioè che Microsoft Corporation ha dato un contributo di 25.000 dollari nell’ambito della campagna per la raccolta di fondi della comunità che supporta le licenze Creative Commons.
Fa tenerezza perché è un minuetto all’insegna dell’opacità piuttosto che della trasparenza:
Negli Stati Uniti, Robert Scoble, da solo, è riuscito a modificare la percezione di Microsoft, ottenendo risultati migliori rispetto a quelli che sarebbero riusciti a ottenere le agenzie di relazioni pubbliche, con un atteggiamento abbastanza distaccato rispetto all’azienda, e molto più vicino a quello dell’opinione pubblica che a quello del management (e in particolare a quello di Steve Ballmer). Robert Scoble, nei suoi articoli, è sempre trasparente, anche quando parla di Microsoft (a parte il fatto che è talmente popolare che tutti sanno che è un dipendente Microsoft, assunto proprio perché era un blogger molto conosciuto - e molto bravo, aggiungo io, anche se per un lungo periodo ho avuto un’opinione completamente diversa).
Come sanno i lettori di questo blog, io lavoro - come volontario - all’interno della comunità OpenOffice.org, dove mi occupo di marketing e soprattutto di relazioni con la stampa. Come ho già scritto più volte, considero Microsoft una delle aziende più importanti nella storia dell’information technology e del personal computing, e devo a Microsoft - indirettamente, visto che è sempre stata un concorrente dei miei clienti - una parte del mio lavoro. Peraltro, non riesco a dimenticare che Microsoft si è nel corso del tempo trasformata in un’azienda dai forti tratti monopolistici, e in questo ha probabilmente rimpiazzato IBM (a cui il mercato, con il sonoro ceffone PS2/OS2, ha tolto una parte di questi tratti, che aveva fino a quel momento).
Ho appena scoperto, leggendo questo articolo di Marketing Blog (di cui consiglio caldamente la lettura), che il 9 agosto 2005, quando scrivevo Non conosco le regole sulla pubblicità ingannevole, ma l’uso del rosso (colore Telecom) e la presenza del 12 e del 412 vecchi e rimbambiti - che inducono a pensare che il numero 892892 sia un servizio Telecom - forse vanno oltre i limiti della trasparenza. Ma, ripeto, non conosco le regole sulla pubblicità ingannevole, anche se mi piacerebbe che qualcuno più esperto si pronunciasse sul tema, avevo perfettamente ragione. Infatti, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria si è espresso in questo modo, confermando che la pubblicità era ingannevole proprio per questi motivi. Attendo con impazienza le scuse di tutti coloro che mi hanno insultato per aver dubitato delle capacità creative degli eritrociti, di cui continuo a ricordare con emozione la home page:

La stessa dal 31 luglio 2005, e forse anche da prima. Indubbiamente, un bell’esempio di coerenza nella comunicazione.
Secondo una ricerca realizzata dalla società Dynamic Market su un campione di 1.700 utenti aziendali, l’Europa è piena di “email-dipendenti”. Il 75% degli intervistati, infatti, dichiara di non poter fare a meno dell’email, e uno su cinque è addirittura affetto da “dipendenza”, ovvero controlla la posta elettronica in maniera compulsiva e cade nel panico se non riesce ad accedervi.
I cinque usi principali della posta elettronica sono: scambiare documenti (74%), fissare appuntamenti (66%), trovare documenti inviati ad altri (63%), trovare contatti (62%) e comunicare (60%). Inoltre, il 56% usa l’email per gestire gli accordi con clienti e fornitori, il 46% per delegare compiti e mansioni, e il 33% come promemoria.
In Italia, la media degli utenti incomincia a controllare l’email alle 8:40 e finisce alle 17:50, dedicando un totale di due ore durante le quali legge 32 messaggi (con punte di 450) e ne scrive 24 (con punte di 350). Durante queste ore vengono gestite anche le email personali.
Secondo lo studio, gli utenti rientrano in quattro categorie in base all’uso dell’email:
Il 31% dei dipendenti ha un dispositivo mobile che usa per controllare l’email quando si trova fuori dall’ufficio: un laptop (26%), un telefono cellulare (10%), o un dispositivo portatile BlackBerry o simile (2%). Qualcuno ha più di un dispositivo.
E’ uscito più o meno il giorno del mio compleanno, ma l’indirizzo è stato reso pubblico solo da pochi giorni. Si tratta della terza edizione dello studio Public Relations Generally Accepted Practices (GAP) realizzato dallo Strategic Public Relations Center della University of Souther California Annenberg, che si trova a Los Angeles. Lo studio dipinge una realtà profondamente diversa dalla nostra (si parla anche di budget), che continuerà a rimanere tale ancora per molti anni (soprattutto sotto il profilo dei budget). Istruttivo.

Lo sapete da dove proviene Erik Kim, il Chief Marketing Officer di Intel, assunto da Paul Otellini nel settembre del 2004 per guidare l’operazione di rebranding dell’azienda?

A questo punto, mi chiedo se l’ovale derivi dal logo “intel inside” o dal logo Samsung. Un dubbio amletico, che nasce da questa insolita coincidenza cosmica. Ce la faremo a sopravvivere?

Questo è il nuovo logo Intel, che coinvolge un ridisegno complessivo anche dei loghi delle piattaforme (Centrino, VIIV) e del processori (Pentium, Xeon, Itanium). A differenza del nuovo logo Kodak, questo mi sembra un’evoluzione azzeccata di tutti i “segni” che hanno accompagnato l’azienda in questi ultimi anni: senza citarlo, infatti, il logo evoca il tormentone “intel inside”, e rinnova la font (che era, effettivamente, un po’ datata).