Posted on 09-11-2005
Filed Under (Media Relations) by italovignoli

Oltre che dal sottoscritto, l’editoriale di Toni Muzi Falconi sul ruolo strategico delle relazioni con i media è stato commentato da Carlo Prato e Gianluca Comin, professionisti che arrivano dal mondo delle imprese, e da Riccardo Sabbatini, giornalista del Sole 24 Ore.

Questo è l’intervento di Gianluca Sabbatini, che Toni invita a leggere e rileggere:

Concordo pienamente con le argomentazioni di Toni Muzi Falconi sulla pratica “dell’off the record”. Anche dal punto di vista dei giornalisti si tratta di uno “strumento” da maneggiare con grandissima circospezione. Al di là degli aspetti morali e deontologici a cui faceva riferimento Toni è una condotta che può danneggiare la qualità dell’informazione a danno degli investitori - c’è anche il fatto che le nuove regolamentazioni (market abuse) circoscrivono fortemente il perimetro delle notizie per le quali può essere omessa una fonte.

Per la verità la nostra legge deontologica (quella dell’ordine dei giornalisti) prescrive già un obbligo di trasparenza ed il diritto, che pure abbiamo, di non rivelare la fonte va limitato a casi di assoluta necessità. In alcuni codici deontologici statunitensi (ad esempio quello del Nyt) si prescrive che, quanto meno, venga indicata l’area da cui provengono le notizie “riservate” (ad esempio espressioni “fonti del palazzo di giustizia”, “fonti aziendali”, “fonti delle società finanziarie che seguono l’operazione” vanno preferite alla supergenerica “fonte informata dei fatti”). Con il market abuse vi è un obbligo preciso di indicare la fonte in un’area finora rimasta grigia (quella dei report finanziari).

Più in generale vi sarà un maggior pressing su chi scrive una notizia. La nuova legge, senza dubbio, impone una maggiore responsabilità a quanti “diffondono” notizie finanziarie e, nei fatti, attribuisce loro un ruolo di mercato. In grande sintesi: se la notizia “off the record” è giusta, il giornalista che la diffonde limita i rischi di insider trading. Se, viceversa, è falsa chi la diffonde è corresponsabile (consapevolmente o meno) di manipolazione. Nelle vicende finanziarie estive questo ruolo ambivalente della stampa ha avuto modo di manifestarsi appieno. Personalmente, nella mia attività professionale, ho spesso trovato d’utilità che il management aziendale (attraverso i comunicatori) faccia conoscere anche “off the record” un approccio strategico che si sta o si intende seguire in una determinata vicenda.

Ciò che, in ogni caso, non impone affatto di diffondere in forma anonima notizie “price sensitive”. Si avvicina di più a quello stile “riflessivo” di cui Toni parlava nella sua comunicazione. Giacchè sono in argomento vorrei comunque segnalare un’altra pratica altrettanto diffusa tra comunicatori (management) e giornalisti. Quella del “te lo dico ma non lo puoi scrivere”. Anche questa può essere fonte di pasticci non da poco. Soprattutto quando un giornalista è sulla buona strada per raggiungere la “verità” per proprio conto. L’esperienza pratica, comunque, non consente facili teorizzazioni. Ad esempio un giornale può aver un vantaggio nel conoscere in anticipo una notizia per poterla valorizzare adeguatamente. E dunque quando il “silenzio stampa” è limitato nel tempo può essere d’utilità per giornalisti e comunicatori.

Confermo, è un testo da leggere e rileggere.

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Posted on 09-11-2005
Filed Under (Other) by italovignoli

La BBC ha pubblicato i risultati di una ricerca sui gusti “culinari” dei telespettatori inglesi, che hanno elencato le 50 cose da mangiare prima di morire. Nonostante trovi la lista abbastanza opinabile, ho scoperto di aver già assaggiato il 90% dei piatti (se piatti, in alcuni casi, si possono definire). Ho aggiunto i miei commenti.

  1. Pesce fresco: ça va sans dire, un appuntamento fisso
  2. Aragosta: straordinaria quella alla catalana del ristorante La Lepanto di Alghero
  3. Bistecca: la migliore in assoluto da LG Prime Steak House a Palm Springs, in California
  4. Cibo tailandese: qualche volta, senza infamia e senza lode
  5. Cibo cinese: il migliore a Birmingham nel 1987, ospite di un giornalista inglese, ma ottimo anche il Mandarin di Ghirardelli Square a San Francisco, nel 1989
  6. Gelato: in Italia si va quasi sempre sul sicuro, ma a me piace particolarmente la piccola gelateria di Corso Garibaldi a Milano, con il gelato allo zenzero
  7. Pizza: ricordo la margherita del Trianon di Napoli, per il fascino del luogo, ma sono quasi tutte buone quelle italiane, mentre è da evitare Pizza Hut
  8. Granchio: una granseola indimenticabile a Chioggia, ospite di un giovane rampante che poi mi ha tirato un pacco indimenticabile
  9. Curry: i ristoranti indiani e pakistani di Londra sono stati per anni la mia salvezza, quando la cucina inglese era ancora un grosso punto interrogativo
  10. Gamberi: indimenticabili quelli di un “plateau impériale de fruits de mer” a Cancale, di fronte al Mont Saint Michel, in una fredda serata di gennaio
  11. Moreton Bay Bugs (aragoste del Queensland, regione dell’Australia): mi manca
  12. Clam chowder (zuppa di vongoloni tipica di San Francisco): da mangiare servita nella ciotola scavata nel pane, da Scoma’s al Molo 47
  13. Barbecue: eccezionale quello del mio amico Alessandro Lattuada, un appuntamento fisso all’inizio di ogni estate
  14. Pancakes: stucchevoli quelle con lo sciroppo d’acero, niente di speciale le altre, le lascio volentieri a George Walker Bush
  15. Pasta: da segnalare il menù di primi del Ristorante l’Ambasciata di Quistello, dei fratelli Tamani, ma in Italia c’è l’imbarazzo della scelta
  16. Cozze: l’unica cosa che ricordo volentieri di Bruxelles, oltre alla Grand Place e alla birra dei padri trappisti con il triplo malto
  17. Cheesecake: monumentale quella di alcuni bed & breakfast inglesi
  18. Agnello: straordinario, anche per l’ambiente, la “sella d’Abbacchio disossata al forno farcita con carciofi, pecorino e menta romana” di Sora Lella, sull’Isola Tiberina di Roma
  19. Cream tea: eccezionale, un pasto completo con “clotted cream” e scones, quello della “Old Village Tea House” di Shanklin, sull’Isola di Wight
  20. Alligatore: sembra pollo, come gli altri rettili (nello Utah ho mangiato anche il crotalo)
  21. Ostriche: erano insieme ai gamberetti nel ristorante di Cancale di cui sopra, e in molti altri ristoranti in Bretagna e Normandia, e in qualche ristorante di Parigi
  22. Canguro: è la specialità del ristorante australiano della modernissima Potsdamer Platz a Berlino, ma non andateci per assaggiarlo, perché non ne vale la pena
  23. Cioccolato: quello al peperoncino di Modica, i cru di Amedei di Pontedera, le tavolette al pistacchio e agli anacardi della Perugina, mette allegria
  24. Sandwich: in questo momento, credo che i migliori siano quelli inglesi di Pret à Manger, stuzzicanti e ben farciti, che trovate un po’ dappertutto a Londra e negli aereoporti
  25. Cucina greca: ricordo una cena a Peania, con quella che sarebbe poi diventata mia moglie, innaffiata da due bottiglie di vino retsina ghiacciato che andava giù come l’acqua
  26. Hamburger: la maledizione della cucina moderna
  27. Cucina messicana: quella che si mangia in Italia credo sia solo una lontana parente di quella vera, ma non è male per una serata in allegria
  28. Calamaro: ottimo quello alla griglia
  29. American diner breakfast: uova, carni, formaggi, legumi, toast, burro, 2 caffè, crema di latte, zucchero e patatine fritte, fa male solo a elencare i componenti
  30. Salmone: crudo all’aneto, in un ristorantino di Gamla Stan, la città vecchia di Stoccolma, oppure in Scozia, vicino alla distilleria di Glenfiddich
  31. Cacciagione: non si trovano più le lepri di una volta, fatte in umido nel paiolo sul fuoco di legna
  32. Cavia o Criceto: mi manca
  33. Pescecane: la pinna caudale si utilizza per un ottimo brodo, che ricorda quello di arzilla (la razza in dialetto romanesco)
  34. Sushi: ogni tanto mi piace, ma sarei curioso di assaggiare quello originale giapponese
  35. Paella: quella di Valencia è un palmo sopra a tutte le altre che ho assaggiato in Spagna e nei ristoranti spagnoli in Italia, dove - peraltro - non è poi così malaccio
  36. Barramundi (carpa del Queensland): mi manca
  37. Renna: veramente buona quella di Fem Sma Hus (cinque piccole case), ristorante di Gamla Stan a Stoccolma
  38. Kebab: ottimo quello che ho mangiato a Bergama (Pergamo) in Turchia
  39. Capesante: gratinate sono molto buone, e si trovano sia in Italia sia in Francia (dove si chiamano “coquilles Saint Jacques”)
  40. Australian meat pie: mi manca
  41. Mango: un frutto senza infamia e senza lode (non amo molto la frutta esotica)
  42. Durian fruit: mi manca
  43. Polpo: eccellente quello di un ristorantino sul porto di Kalymnos, nell’omonima isola greca famosa per le spugne
  44. Rib: erano molto buone quelle di Chicago Meat Packers, ristorante londinese in Charing Cross Road scomparso da tempo
  45. Roast beef: una delle poche cose che in Inghilterra facevano bene anche quando non avevano ancora imparato a cucinare
  46. Tapas: più che un cibo, uno stile di vita
  47. Pollo/maiale alla creola: ha tutto un altro sapore quando si mangia sotto le palme accompagnati dal suono di una “steel band”
  48. Haggis: una roba ai limiti del commestibile inventata dagli scozzesi, probabilmente per tenere gli inglesi lontani dalle loro terre
  49. Caviale: stuzzicante, forse più per l’idea che per la realtà
  50. Cornish pasty: l’originale è simile a un panzerotto ripieno di carne e patate, ma oggi se ne trovano decine di varianti, nessuna delle quali riesce a lasciare una vera traccia di sé

Questi sono i cibi che mi mancano: sono tutte cose “dell’altro mondo” (inteso come Australia).


Moreton Bay Bug


Barramundi


Australian Meat Pie

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