Caro Carlo,
Prendo atto del tuo dissenso dal mio dissenso (giocare un po’ con le parole non fa mai male), e ti ringrazio del complimento (immeritato, io non faccio altro che quello che ogni professionista degno di questo titolo dovrebbe fare).
A questo punto, ci scappa una provocazione per le aziende del settore agro-alimentare, quelle che utilizzano le cialtronissime agenzie di relazioni pubbliche di cui tu parli ripetutamente nel tuo blog e che poi si lamentano delle stesse, probabilmente perché non ottengono i risultati che si aspettano (la conoscenza superficiale di cui ti ho accusato era un trucco - bieco, lo ammetto - per farti dichiarare l’origine delle tue informazioni).
I responsabili marketing e comunicazione delle aziende agro-alimentari si sono mai chiesti, per esempio, perché alcuni prodotti francesi sono delle icone internazionali nei rispettivi settori mentre i loro corrispettivi italiani faticano a trovare un posizionamento adeguato persino sul mercato nazionale? Prendiamo ad esempio i formaggi: l’Italia ha materie prime e varietà di prodotti finiti che superano largamente quelli francesi. Eppure, a livello mondiale la parola formaggio evoca la Francia. Un gioiello come il provolone del monaco fatto con il latte delle mucche di razza agerolese (che rischia addirittura di scomparire) è quasi sconosciuto, mentre in tutte le vetrine delle salumerie che si rispettino c’è sicuramente un Roquefort da bere con un costosissimo Sauternes. Agerola è grande più o meno come Roquefort, ma non ci sono caseifici, non c’è un consorzio dei produttori, non ci sono indicazioni che facciano pensare al provolone (che, grazie alla pubblicità, è sinonimo di Auricchio). A Roquefort è difficile sbagliarsi: ogni luogo parla di formaggio e affini, dal museo al consorzio dei produttori, dai ristoranti con le degustazioni guidate di tre o cinque varietà di Roquefort (con ovvio accostamento di vini) ai nomi degli esercizi pubblici (ricordo, per l’assonanza, il Café du Bleu).
Oppure, vogliamo parlare della Champagne, con il suo omonimo prodotto riconosciuto in ogni parte del mondo? O del cognac? Qualcuno ha dei dubbi sul fatto che il fermacarte di plexiglas che contiene una scheggia di “crie” (il terroir della Champagne) o l’ampolla con la “partie des anges” (il profumo dell’evaporazione) inviati a qualche decina di giornalisti italiani non fossero un’operazione di relazioni pubbliche? Operazioni che hanno dato i loro frutti, in termini di “ricordo” del prodotto. Dopo, è stato molto più facile distribuire i comunicati stampa (erano ancora i tempi dell’invio per posta) perché c’era la certezza che questi venissero perlomeno aperti. Ovviamente, era comunque necessario che anche i contenuti fossero all’altezza.
Forse sto andando fuori tema, visto che i vini e gli alcolici esulano dal settore agro-alimentare. Ma volevo fare degli esempi corretti e documentati, e non lanciare proclami a vuoto.
I responsabili marketing e comunicazione delle aziende agro-alimentari hanno mai provato a convocare più agenzie, andando a pescare anche fuori dal proprio settore? E prendere qualche rischio, puntando su chi ha idee e background professionale e non solo su chi ha sorrisi e ammiccamenti? Qualche anno fa ho fatto una presentazione al Consorzio dei Produttori di Vino dell’Oltrepò Pavese. Perfetta, secondo il giudizio espresso sia direttamente che indirettamente. Ma non avevamo abbastanza esperienza, per cui il budget è rimasto dov’era e la reputazione dei vini dell’Oltrepò Pavese è caduta ancora più in basso. Saremmo riusciti a cambiare la situazione? Non posso assicurarlo, ma posso garantire che ci avremmo provato con tutte le nostre forze.