Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for October, 2005

PR e blog

Edelman è la più grande agenzia di relazioni pubbliche indipendente - nel senso che appartiene ancora alla famiglia Edelman e non a una delle grandi società finanziarie che operano nel mondo della comunicazione - e occupa stabilmente una delle prime cinque posizioni della classifica mondiale del settore. Di queste agenzie, è anche l’unica ad avere il CEO - Rick Edelman, che ho citato più volte - che pubblica un blog. Recentemente, Edelman ha assunto Phil Gomez, il decano dei professionisti di relazioni pubbliche che pubblicano un blog, ed è notizia di oggi che assunto anche Guillaume du Gartier, uno dei professionisti di relazioni pubbliche europei più attivi nel mondo dei blog.

In questo caso, l’indipendenza dell’agenzia le permette di investire in un settore - quello della comunicazione online - che sta acquistando caratteristiche e confini sempre più connotati, per prepararsi all’auspicabile crescita del settore stesso nei prossimi anni. Anche questo è un modo per fare cultura delle relazioni pubbliche, e in questo Edelman sta conquistando una posizione di leadership nei confronti delle altre agenzie multinazionali - che, appartenendo a un gruppo quotato in borsa, devono sottostare alle leggi dettate dagli analisti che privilegiano la stupidità dei risultati trimestrali di breve periodo di fronte all’intelligenza degli investimenti nel medio e nel lungo periodo - che stanno ancora a guardare (con l’eccezione, forse, di Hill & Knowlton, che però non ha la stessa capacità di aggregazione e coinvolgimento, in quanto manca di un leader che blogga dotato del carisma di Rick Edelman).

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    Ripubblico integralmente, dal Corriere della Sera di oggi, perché condivido ogni parola dell’articolo.

    La banca, le volpi e il governatore di Francesco Giavazzi

    La cerimonia con cui ieri a Roma si è celebrata la Giornata del risparmio, più che la Festa dei risparmiatori mi ha ricordato un allegro convegno di volpi che si ritrovano dopo aver visitato i pollai.

    L’invitato d’onore, il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è la stessa persona che solo un anno fa passeggiava a braccetto con Emilio Gnutti e Gianpiero Fiorani, il primo già condannato per insider trading, reato ora contestato anche al secondo. I banchieri che lo hanno ascoltato sono i medesimi che hanno abilmente trasferito titoli Cirio dai loro bilanci ai portafogli dei risparmiatori poco prima del fallimento dell’azienda; che hanno fatto lo stesso con le obbligazioni argentine e che hanno incassato da Parmalat laute provvigioni per collocare i titoli della società di Collecchio presso i risparmiatori, e anche presso qualche loro fondo di investimento.

    Sono trascorsi due anni dal fallimento di Parmalat, tre da quello di Cirio. I risparmiatori hanno subito perdite ingenti, solo in parte poi risarcite dalle banche. “L’affare Parmalat - ha scritto la Banca dei regolamenti internazionali - ha messo in luce carenze a ogni possibile livello: amministratori, revisori, banche, promotori finanziari, agenzie di rating, nonché i responsabili della sorveglianza su ciascuna di queste attività”. Ma a oggi queste carenze sono ancora tutte lì e la legge che doveva risolverle si trascina stancamente in Parlamento.

    Nel frattempo, Parmalat è stata rimessa in piedi da Enrico Bondi, un uomo che non si lascia facilmente spaventare. A capo di un’azienda che aveva fatto un buco di oltre 14 miliardi di euro, non solo ha salvato la maggior parte dei posti di lavoro, ma ha avuto il coraggio di presentare il conto alle banche, che sotto sotto speravano di averla fatta franca. È un conto salato: ha chiesto risarcimenti per 10 miliardi di dollari alle banche americane e per 7 miliardi di euro a quelle italiane. Lunedì 7 novembre si terrà la prima assemblea della nuova Parmalat, che Bondi nel frattempo è riuscito a riportare in Borsa. Le banche italiane, non sorprendentemente, stanno cercando di licenziare Bondi: vogliono mettere al suo posto un professionista di loro fiducia con il compito di insabbiare le cause legali e le richieste di rimborso. Se ci riusciranno, a perderci saranno ancora una volta i risparmiatori. (Non tutte le banche, per la verità: Mediobanca non aveva mai accettato di lavorare per Parmalat, neppure quando tutti rincorrevano l’azienda di Collecchio. Oggi sostiene Bondi).

    Il ministro dell’Economia non ha partecipato alla Giornata del risparmio: c’è un limite alla decenza e Giulio Tremonti ha il senso del ridicolo.

    Nell’estate di due anni fa, pochi mesi prima del fallimento di Parmalat, quando era ancora ministro, in una riunione del Comitato per il credito e il risparmio, Tremonti aveva manifestato pubblicamente la sua preoccupazione per gli indizi che gli giungevano da Collecchio e ne aveva chiesto conto al Governatore, senza peraltro ottenere risposta. Quella richiesta pochi mesi più tardi gli sarebbe costata il posto. Ma i tempi sono cambiati. Il Tremonti di quei giorni avrebbe approfittato della Giornata del risparmio per attribuirsi il merito di aver visto lontano e chiedere il conto a Fazio e ai banchieri. Ieri invece ha fatto in modo di non esserci.

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  • 892892: è scappato qualche e-mail di troppo?

    A me sono giunte, nella stessa mattinata, 3 email pubblicitarie dell’892892. Sono quindi uno e trino, come qualcuno dotato di maggiore awareness del sottoscritto. Resta da capire se nei 17 milioni che Fullsix gestisce, io conti per 1 o per 3…

    Pubblico questo commento solo per dovere di informazione, e mi chiedo: se il numero 892892 avesse utilizzato un’altra agenzia di pubblicità e un’altra agenzia di marketing online - con qualche guru di meno e qualche professionista di buon senso in più - si sarebbe trovato nella condizione di dover abbassare i prezzi per fare un’evidente azione di recupero di fronte alla sollevazione del popolo dei navigatori, che è avvenuta solo ed esclusivamente nei confronti delle loro tariffe? Tutti gli altri servizi, infatti, non solo continuano a mantenere le loro tariffe di assoluta rapina, ma non hanno fino a oggi mostrato nessuna intenzione di abbassarle. Peraltro, le loro pubblicità - in genere bruttine, ma molto meno brutte e sbagliate di quella del numero 892892 - non hanno scatenato nessun tipo di protesta. Forse si tratta anche di una delle campagne di maggior successo degli eritrociti, ma forse sarebbe stato meglio - per il committente - puntare su una campagna di scarso successo…

    Secondo me, continua ad avere ragione Sergio Zyman - che ha pianificato per anni le campagne della Coca-Cola - quando sostiene che una pubblicità non deve essere bella e non deve far discutere, ma deve solo far raggiungere all’azienda o al prodotto i suoi obiettivi di vendita.

    Io faccio tanto di cappello (o “chapeau”, visto che parlo forbito) alla società Numero Italia, perché ha dimostrato una capacità e una velocità di reazione insolite per il mercato italiano delle telecomunicazioni, ma mi piacerebbe fare un paio di calcoli per scoprire quanto gli è costata - in termini di danno d’immagine e di fatturato (credo che abbiano dovuto riscrivere il loro business plan, perché non è uno scherzo passare da 1,8 Euro al minuto a 1,8 Euro per otto minuti) - la “creatività” degli eritrociti. Ma, si sa, il sangue non ha prezzo…

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  • Cinque anni di evoluzione e rivoluzione nell’uso dei media

    Sale l’onda digitale ma i media a stampa tengono

    Negli ultimi quattro anni, fra il 2001 e il 2005, gli utenti “abituali” dei cellulari si sono raddoppiati (+ 19 milioni) raggiungendo la quota di quasi 40 milioni. Contemporaneamente, le persone in grado di usare un computer sono aumentate di 5 milioni e hanno raggiunto i 15 milioni. Gli utenti di internet sono cresciuti di oltre 5 milioni giungendo a più di 11 milioni di utenti abituali, e quasi 18 milioni di utenti complessivi. Infine, gli utenti della TV satellitare sono ulteriormente cresciuti di 2 milioni di utenti e hanno raggiunto i 6,5 milioni.

    Sul piano delle diete mediatiche individuali e della stratificazione della popolazione in base al numero di media abitualmente utilizzati, rispetto alla struttura descritta nel 2002 si contraggono di poco i “marginali” (persone che usano un solo mezzo: dal 9,1% all’8,3%) e di quasi niente i “poveri di media” (persone che usano 2-3 media: dal 37,5% al 37,4%), mentre si riducono in modo un po’ più significativo i cosiddetti “consumatori medi” (persone che usano 4-5 media: dal 36,3% al 33,8%). Nella parte alta della stratificazione, ossia nel gruppo degli “onnivori” (persone che usano quasi tutti i media a disposizione) e nel gruppo dei cosiddetti “pionieri” (utenti di tutti i media a disposizione) vi sono significativi incrementi: i primi passano dal 14,8% al 17,2% (pari a 8,6 milioni di persone) mentre i secondi crescono di un punto percentuale e arrivano a 1,6 milioni di persone.

    Nella generale rivoluzione digitale che sta interessando il nostro paese e che porta a significativi incrementi di tutti i mezzi connessi a tale universo, i media a stampa tengono o flettono solo di poco, rimescolandosi nelle diete mediatiche degli italiani, e ribadiscono ancora una volta la loro insostituibilità. I quotidiani flettono di 1,8 milioni di copie, e scendono poco al di sotto dei 20 milioni di utenti abituali, ma flettono meno della metà fra gli utenti occasionali per cui si mantengono comunque intorno ai 27,5 milioni di lettori. Tiene la quota dei lettori di libri (pari a 23,4 milioni), che flettono di pochissimo fra i lettori abituali, attestandosi sui 15,8 milioni, e crescono molto tra quelli occasionali (+2,4 milioni). Le stesse dinamiche articolate di tenuta riguardano i settimanali (22 milioni di lettori) e i mensili (11,6 milioni).

    L’evoluzione e la rivoluzione nel settore della televisione sono ravvisabili, oltre che nell’ulteriore incremento di 1,3 milioni di utenti, prima di tutto nella moltiplicazione delle TV: fra i 49 milioni di italiani che usano la televisione tradizionale ce ne sono 8 che guardano la TV satellitare, 3 che usano la TV digitale terrestre e persino 1 milione che guarda la TV via internet. Il barometro delle preferenze del pubblico (raggruppando le programmazioni in cinque settori: fiction, informazione, intrattenimento, cultura e sport) segna in testa la fiction con il 97,6% (in calo del 2,2% rispetto al 2001), poi l’informazione con il 91,1% (con un incremento del 14% rispetto a quattro anni fa) e poi l’intrattenimento al 70,1% (con una crescita del 4,4%). La cultura (33,5%) e lo sport (30,5%) vengono per ultimi (ma anch’essi crescono intorno al 4% rispetto al 2001).

    Ma cosa pensano gli italiani della televisione? I giudizi negativi e pessimistici non mancano, anche se sono controbilanciati da quelli sostanzialmente ottimistici: per il 47,7% le nuove offerte televisive sono “solo un modo per spillare soldi, perché si paga per vedere quello che prima si vedeva gratis”, e tuttavia il 51,4% pensa che “la televisione svolge un ruolo insostituibile nel panorama dei media, nonostante le nuove tecnologie” e il 55,5% che in fondo “la televisione la vedono tutti, perché non se ne può fare a meno”. Questo non impedisce che la maggioranza sia convinta che “la televisione negli ultimi anni è peggiorata” (54,3%) e che “i giovani vedono molta televisione e ne sono molto attratti” (51%). Complessivamente, cresce l’intolleranza per la volgarità, fino al 57% delle opinioni degli italiani.

    Sembra inoltre che sul piano delle nuove tecnologie sia aumentata la dotazione delle case degli italiani: nel 55,4% delle abitazioni c’è un computer, che nell’11% dei casi non è connesso a internet, nel 12% è connesso ma non viene usato e nell 32,4% è connesso e viene usato per navigare.

    A seguito del grande incremento di utenti internet, cominciano a diventare interessanti anche le dimensioni degli acquisti on line: nel 2005 si può affermare che - fra i 18 milioni di utenti internet - ci sono più di 3 milioni di italiani che fanno acquisti online, di cui il 45% perché “è economico e trovo i prezzi più convenienti”, il 29,3% perché “è comodo, non devo muovermi”, il 19,5% perché “è veloce, faccio molto prima” e il 6% perché “è sicuro, non ho mai avuto problemi”. Fra le motivazioni di chi usa internet ma non ama fare acquisti c’è al primo posto la questione della “mancanza di fiducia” (40,6%), al secondo “la mancanza di necessità” (34,7%), al terzo “la sicurezza dei sistemi di pagamento” (20,8%) e infine il fatto di “non saperlo fare” (3,9%). Tuttavia, è interessante il fatto che - indipendentemente dall’acquisto - circa 10 milioni di utenti, più della metà del totale, usano internet per informarsi prima di acquistare qualcosa.

    Per quanto riguarda i cellulari, è interessante sottolineare che le videochiamate, che oggi vengono utilizzate solo dall’8% degli utenti, diventeranno fra breve “un modo normale per comunicare” per il 47% degli intervistati, e solo pochi si pongono “problemi di privacy” (30%) o fanno considerazioni negative “sull’utilità e il costo impegnativo di tale tecnologia” (22,7%).

    Per concludere, la radio si sta trasformando in un new media: il 18% degli utenti la ascolta “dove capita, anche su internet o sul cellulare”, il 44,5% ascolta le informazioni utilizzando in modo indifferente qualsiasi messo (radio, internet, cellulare, quotidiani, televisione), il 37% fa lo stesso anche per quello che concerne l’ascolto della musica, e infine il 45,3% afferma “informazioni e musica passano dappertutto e per me è indifferente il luogo in cui ascolto le trasmissioni radio”.

    Una considerazione del tutto personale: un’istituto autorevole come il Censis dovrebbe avere l’accortezza di far scrivere il comunicato stampa che parla di un rapporto sulla comunicazione a una persona che conosce la sintassi e soprattutto l’uso della punteggiatura nella lingua italiana. Ho speso più tempo a correggere il testo di quanto ne avrei impiegato a riscriverlo.

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  • Una provocazione…

    Caro Carlo,

    Prendo atto del tuo dissenso dal mio dissenso (giocare un po’ con le parole non fa mai male), e ti ringrazio del complimento (immeritato, io non faccio altro che quello che ogni professionista degno di questo titolo dovrebbe fare).

    A questo punto, ci scappa una provocazione per le aziende del settore agro-alimentare, quelle che utilizzano le cialtronissime agenzie di relazioni pubbliche di cui tu parli ripetutamente nel tuo blog e che poi si lamentano delle stesse, probabilmente perché non ottengono i risultati che si aspettano (la conoscenza superficiale di cui ti ho accusato era un trucco - bieco, lo ammetto - per farti dichiarare l’origine delle tue informazioni).

    I responsabili marketing e comunicazione delle aziende agro-alimentari si sono mai chiesti, per esempio, perché alcuni prodotti francesi sono delle icone internazionali nei rispettivi settori mentre i loro corrispettivi italiani faticano a trovare un posizionamento adeguato persino sul mercato nazionale? Prendiamo ad esempio i formaggi: l’Italia ha materie prime e varietà di prodotti finiti che superano largamente quelli francesi. Eppure, a livello mondiale la parola formaggio evoca la Francia. Un gioiello come il provolone del monaco fatto con il latte delle mucche di razza agerolese (che rischia addirittura di scomparire) è quasi sconosciuto, mentre in tutte le vetrine delle salumerie che si rispettino c’è sicuramente un Roquefort da bere con un costosissimo Sauternes. Agerola è grande più o meno come Roquefort, ma non ci sono caseifici, non c’è un consorzio dei produttori, non ci sono indicazioni che facciano pensare al provolone (che, grazie alla pubblicità, è sinonimo di Auricchio). A Roquefort è difficile sbagliarsi: ogni luogo parla di formaggio e affini, dal museo al consorzio dei produttori, dai ristoranti con le degustazioni guidate di tre o cinque varietà di Roquefort (con ovvio accostamento di vini) ai nomi degli esercizi pubblici (ricordo, per l’assonanza, il Café du Bleu).

    Oppure, vogliamo parlare della Champagne, con il suo omonimo prodotto riconosciuto in ogni parte del mondo? O del cognac? Qualcuno ha dei dubbi sul fatto che il fermacarte di plexiglas che contiene una scheggia di “crie” (il terroir della Champagne) o l’ampolla con la “partie des anges” (il profumo dell’evaporazione) inviati a qualche decina di giornalisti italiani non fossero un’operazione di relazioni pubbliche? Operazioni che hanno dato i loro frutti, in termini di “ricordo” del prodotto. Dopo, è stato molto più facile distribuire i comunicati stampa (erano ancora i tempi dell’invio per posta) perché c’era la certezza che questi venissero perlomeno aperti. Ovviamente, era comunque necessario che anche i contenuti fossero all’altezza.

    Forse sto andando fuori tema, visto che i vini e gli alcolici esulano dal settore agro-alimentare. Ma volevo fare degli esempi corretti e documentati, e non lanciare proclami a vuoto.

    I responsabili marketing e comunicazione delle aziende agro-alimentari hanno mai provato a convocare più agenzie, andando a pescare anche fuori dal proprio settore? E prendere qualche rischio, puntando su chi ha idee e background professionale e non solo su chi ha sorrisi e ammiccamenti? Qualche anno fa ho fatto una presentazione al Consorzio dei Produttori di Vino dell’Oltrepò Pavese. Perfetta, secondo il giudizio espresso sia direttamente che indirettamente. Ma non avevamo abbastanza esperienza, per cui il budget è rimasto dov’era e la reputazione dei vini dell’Oltrepò Pavese è caduta ancora più in basso. Saremmo riusciti a cambiare la situazione? Non posso assicurarlo, ma posso garantire che ci avremmo provato con tutte le nostre forze.

    E arrivo alla provocazione. C’è qualcuno, tra i responsabili marketing e comunicazione del settore agro-alimentare, disposto a scommettere su una squadra composta da un vecchio scorbutico, un marchettaro blogorroico di mezz’età e una signora che sorride ma non ammicca? Garantiamo passione e competenza, discussioni accese e opinioni forti, e una metodologia professionale che ha sempre funzionato, in qualsiasi settore sia stata applicata (alimentare, ingegneria civile, tecnologia, persino moda). Offriamo tre mesi a metà prezzo alle prime tre aziende, poi si paga, e se funziona - e noi ne siamo convinti - si paga sempre più salato (il sale, d’altronde, è il primo condimento di molti prodotti agro-alimentari).

    Un saluto particolarmente cordiale, Italo

    P.S. - Per contattarci, basta andare sul sito Quorum PR e inviare un e-mail a uno dei nostri indirizzi.

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  • Dissento energicamente

    Dissento energicamente da quello che ha scritto ieri Carlo Odello, con cui mi ero trovato più volte d’accordo in passato.

    L’articolo contiene due concetti che ritengo profondamente sbagliati:

    - una generalizzazione priva di fondamento, relativa al fatto che le agenzie di relazioni pubbliche sono fatte di “yes-women con il tailleur ultima griffe tutte sorridenti e ammiccanti”, e prova ne sia che il sottoscritto - che è tutto meno che yes-men, griffato, sorridente e ammiccante - fa questo mestiere con un certo successo da quasi vent’anni;

    - un’affermazione che potrebbe essere addirittura offensiva, e che sarebbe bello che venisse rettificata sulla base di una conoscenza un po’ più approfondita del mondo delle relazioni pubbliche: “la competenza degli addetti delle agenzie di PR è nel migliore dei casi appena sufficiente a fornire le indicazioni utili ai giornalisti per decidere se un fatto interessa o no (e sottolineo nel migliore dei casi, perché molti PR non sanno neanche di cosa parlano, emettono onde sonore, non frasi di senso compiuto)” [sono il primo a ironizzare sul cialtronismo di alcune agenzie di relazioni pubbliche, ma da qui a fare di ogni erba un fascio ce ne passa...].

    L’articolo, purtroppo, parte da una visione e una concezione completamente sbagliate delle relazioni pubbliche, e cioè che “la funzione degli agenzie di PR dovrbbe essere quella di esploratori, di procacciatori di contatti con la stampa”. Nulla di più sbagliato e di più discutibile. Le relazioni pubbliche sono una leva del marketing strategico, e il loro ruolo - contrariamente a quello che scrive Carlo Odello - è proprio quello di aiutare il management delle aziende a trasformare le attività dell’azienda - indipendentemente dal settore di appartenenza - in contenuti fruibili dalla stampa. Senza nessun tipo di “infiocchettamento”, e - quando è necessario - grazie a una conoscenza del mercato e a una competenza tecnica che è simile a quella degli esponenti dell’azienda stessa (come sarebbe possibile, in caso contrario, scrivere un comunicato stampa, un intervento per un articolo di scenario, le risposte a un’intervista - scritta, ovviamente - o un’opinione per un confronto, oppure suggerire l’approccio migliore per un’intervista o per una presentazione?). Queste sono solo alcune delle responsabilità delle relazioni pubbliche, e rappresentano un valore aggiunto alle competenze interne dell’azienda - estremamente importanti - a cui si sommano nell’ambito della strategia di comunicazione.

    Molto spesso, i “fatti da trasformare in notizie” di cui parla Carlo Odello - i fatti che cercano i giornalisti - non vengono nemmeno alla superficie perché le persone interne all’azienda - anche se “rispondono alle domande più tecniche della stampa, entrano nei dettagli, sono competenti sul prodotto, trasmettono la passione per il prodotto” (tutte cose che può e deve saper fare anche un buon professionista di relazioni pubbliche) - non sanno “leggere” le attività dell’azienda stessa in modo tale da comunicarle come notizie. Senza “infiocchettamenti”. E sono proprio questi gli “elementi che permettono di scrivere articoli e non trafiletti”.

    Ripeto, la concezione che le agenzie di relazioni pubbliche non siano altro che delle rubriche ben fornite di indirizzi e numeri di telefono è quanto di più sbagliato si possa affermare, e denota una conoscenza solo superficiale del settore e dei suoi operatori. Quello è il mestiere delle signore griffate o dei signori in grisaglia, sorridenti e ammiccanti. Le relazioni pubbliche sono una materia un po’ più complessa, e una funzione aziendale molto più strategica. Altrimenti, non si spiegherebbe la presenza di aziende che fatturano qualche milione di Euro in Italia e qualche centinaio di milioni di dollari a livello mondiale, e di università - anche italiane - con più di un corso di laurea sull’argomento.

    Invito Carlo Odello a riconsiderare quello che ha scritto dopo aver approfondito il tema delle relazioni pubbliche con qualche professionista degno di questo titolo, e non per “sentito dire” da parte di alcuni - o molti - giornalisti che possono avere avuto la sfortuna di incappare solamente nel “pierre” di turno o hanno semplicemente il torto di generalizzare tutto al minimo comun denominatore. Per esempio, io non ho mai fatto un recall di appoggio a un comunicato stampa (mai, in ventiquattro anni di lavoro con la stampa, di cui sei all’interno di un’azienda e diciotto all’interno di un’agenzia), eppure più di un giornalista mi ha ugualmente messo nel calderone degli incompetenti (ovviamente, chi lo ha fatto ha anche ricevuto una risposta di tono adeguato). La supeficialità non è mai stata indice di professionalità.

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    Sono finito sul Corriere

    Mercoledì pomeriggio ho fatto una chiacchierata telefonica con Andrea Lawendel, con svariati problemi legati al fatto che entrambi ci trovavamo in un seminterrato e il segnale della rete mobile andava e veniva, per parlare di blog, splog e dintorni. Comunque, Andrea deve aver ascoltato con attenzione quello che gli dicevo, perché mi ha ampiamente citato nell’articolo del Corriere della Sera che ha scritto il giorno successivo. Grazie, Andrea

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  • L’uomo di marketing

    Estrapolato da [mini]marketing

    “nella fabbrichetta del nord-italia l’uomo di marketing è rappresentato di solito dal figlio inetto del padrone che si dedica a tempo perso alla meno faticosa, più inutile, più chic e più divertente delle attività: far finta di fare marketing”

    Uno straordinario esempio di sintesi.

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  • Liberamente tradotto da questo post di ZnetLady.

    Indizio numero uno: Il vostro universo delle relazioni pubbliche è fatto di stampa, TV, radio, siti web ed email.

    L’universio dei media si sta allargando: internet radio, streaming, podcast, RSS, telefoni cellulari, blog, giornalismo del popolo, wiki, TV mobile, photoblog, self-publishing. I contenuti sono dappertutto, ed è indispensabile un po’ di stretching.

    Indizio numero due: Siete convinti che internet venga dopo i media tradizionali.

    I siti di notizie online e i blog hanno da tempo superato i media tradizionali sia per tempestività che per capillarità delle notizie. La stampa inglese si è svegliata dal torpore con i recenti attentati alla metropolitana di Londra. Voi state ancora dormendo?

    Indizio numero tre: Siete sicuri che i blog siano una moda temporanea e che noi stiamo attraversando una “bolla” giornalistica.

    Il New York Times ha unito tutte le redazioni - stampa e online - all’interno di un’unica struttura. Ogni giorno viene scritto circa un milione di post, che in molti casi sono veri e propri articoli. Cyberjournalist elenca 341 blog scritti da giornalisti, e 19 siti di notizie che producono podcast. Steve Gillmor, opinionista di ZDNet, afferma: “La voce della blogosfera sta incominciando a dominare la conversazione tra aziende e clienti”. Il mercato sta cambiando, incominciate a studiarlo.

    Indizio numero quattro: Non avete ancora una strategia per i blog dei dipendenti.

    Il confine tra comunicazione interna e comunicazione esterna sta lentamente scomparendo. Muovetevi. [Questo indizio vale per il mercato statunitense, ma è ancora prematuro per il mercato europeo].

    Indizio numero cinque: Google è la prima scelta per le ricerche online.

    IceRocket, Technorati, Blogdigger, My Web 2.0 di Yahoo, PubSub, Del.icio.us, Flickr e Feedster sono solo alcuni esempi della nuova generazione di motori di ricerca, basata su RSS (Really Simple Syndication) e tag. Le stringhe RSS sono alla base dei blog, dei motori di ricerca e dei siti di notizie, per cui dovrebbero essere utilizzate anche per la conversazione con i giornalisti e gli analisti. I tag sono il meccanismo di condivisione e ricerca della nuova generazione. I contenuti online vengono inseriti nel contesto dallo stesso autore. Sono le informazioni a trovare i lettori, e non viceversa.

    Indizio numero sei: Fornite i contenuti stampati alla stampa, video alla TV e audio alla radio.

    Le stazioni radio migrano verso contenuti basati su podcast. I quotidiani pubblicano online i video delle notizie. Gli autori televisivi scrivono sui blog. Google collabora alla produzione di una trasmissione televisiva. I telefoni cellulari permettono di ascoltare la radio e visualizzare i video. Le aziende, i quotidiani e le TV creano podcast con contenuti originali e approfonditi. Tutti i media sono multimedia. Tutti i media sono multimedia. Tutti i media sono multimedia.

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  • OpenOffice.org 2.0 è arrivato

    Forse l’ho già scritto, e forse no: io mi occupo, come volontario, delle attività di marketing e comunicazione di OpenOffice.org, la suite di applicazioni per l’ufficio libera e open source che è diventata - in soli cinque anni - il principale concorrente di Microsoft Office. Quello che scrivo in questo post, quindi, è parzialmente pubblicitario (parzialmente perché, essendo un volontario, metto una parte del mio tempo a disposizione della comunità senza ricevere alcun tipo di retribuzione e/o rimborso spese: quindi, non ho un tornaconto personale, ma solo professionale).

    Ieri, dopo quasi due anni di attesa, è stato annunciato OpenOffice.org 2.0. Analizzando in modo sommario la lunghezza di questo processo, si potrebbe pensare che ha ragione chi afferma che le comunità open source non riescono a gestire un’attività di sviluppo organizzata, per cui è inevitabile che ci siano ritardi e perdite di tempo. In realtà, invece, la data dell’annuncio è slittata più di una volta fino a ieri - era tutto pronto già una settimana fa, il 13 ottobre, data del quinto anniversario del prodotto, quando è stato scoperto un problema che ha fatto saltare l’annuncio e presentare la terza release candidate invece della versione finale - perché la comunità aveva deciso che voleva portare sul mercato un prodotto solido, capace di sostenere l’impatto con gli utenti senza che fossero questi ultimi a fare il lavoro dei responsabili della qualità.

    La comunità OpenOffice.org è sotto i riflettori del mercato, perché la seconda generazione della suite di applicazioni per l’ufficio libera e open source ha impressionato tutti coloro che hanno seguito il processo di sviluppo e hanno installato le diverse versioni alfa e beta, e le tre release candidate. La prima versione di OpenOffice.org è stata confrontata, nel migliore dei casi, con la nona versione di Microsoft Office (quella contraddistinta dalla sigla Office 2000), e nel peggiore con Office 2003. Ha sempre retto il confronto, e in qualche caso l’ha addirittura vinto, e questo - secondo la mia personale opinione - non è mai stato sottolineato a sufficienza, quasi come fosse del tutto normale che un programma alla sua prima release (ancorché basato su un software collaudato come StarOffice) supportato da una comunità di volontari che ci credono e si divertono, ma hanno come budget di marketing solo la forza delle loro idee, potesse tenere testa al prodotto di punta della grande Microsoft.

    Io ho un profondo rispetto di Microsoft e di Bill Gates, perché sono nato - nella mia attuale professione - su un personal computer IBM della prima serie, con alimentatore a 110 volt, giunto in Italia attraverso San Marino quando IBM non aveva ancora iniziato a importarlo in modo ufficiale. E gran parte delle cose che ho fatto a partire da quel momento sono state legate all’evoluzione del mercato del personal computer, del software e delle periferiche. Ho ricevuto in regalo da Umberto Paolucci una copia di Microsoft Word 2.0 (per DOS) perché avevo scritto i driver per tutti i modelli delle stampanti Honeywell, che all’epoca detenevano una quota significativa del mercato italiano e incominciavano a fare capolino in Europa e negli Stati Uniti. Da allora, ho acquistato tutte le successive release di Word e poi di Office.

    Nonostante questo rispetto, però, ritengo che si sia giunti a una situazione di mercato in cui gli utenti non hanno più la possibilità di scegliere ma sono virtualmente obbligati ad andare in un’unica direzione, e questo non fa bene al mercato e - paradossalmente - nemmeno a Microsoft. Per questo motivo, ho deciso di lavorare come volontario all’interno del PLIO, il Progetto Linguistico Italiano di OpenOffice.org, occupandomi - com’era logico - soprattutto delle relazioni con la stampa.

    E’ un’esperienza entusiasmante, a fianco di persone che provengono da esperienze diverse e hanno motivazioni diverse, ma condividono lo stesso obiettivo: offrire agli utenti una suite di applicazioni per l’ufficio libera e open source, capace di sostenere il confronto con le applicazioni commerciali. Una suite che, per esempio, consente a popolazioni povere come quelle africane di etnia bantu di avvicinarsi all’uso del personal computer utilizzando un programma nella propria lingua (i bantu sono undici dialetti - tra cui kinyarwanda, sotho/sepedi, swahili, tswana e zulu - mentre in Europa ci sono il bretone, il gaelico e l’occitano, e in Asia/Pacifico l’armeno e il maori). In totale, OpenOffice.org è disponibile in più di settanta versioni linguistiche ufficiali, e probabilmente più di cento se comprendiamo anche quelle non ufficiali, come tutte quelle che ho citato, nate su iniziativa di governi e comunità locali.

    OpenOffice.org 2.0 è la seconda generazione del prodotto, ma tiene agilmente testa all’undicesima versione di Microsoft Office. La comunità ha fatto un lavoro straordinario, raccogliendo e accogliendo i feedback degli utenti sull’interfaccia e le funzionalità: oggi, qualsiasi utente con un po’ di esperienza è in grado di utilizzarlo in poche ore. Tra l’altro, scaricarlo e installarlo sul proprio computer non costa nulla, e - tra l’altro - evita qualsiasi problema legato alla licenza d’uso, in quanto OpenOffice.org può essere copiato, scambiato, regalato e addirittura venduto.

    OpenOffice.org 2.0 lo trovate qui.

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