Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for August, 2005

La mia tragedia in tre atti con Telecom

E’ una storia comica e triste allo stesso tempo, che mi ha portato a chiudere - per sempre - qualsiasi forma di rapporto con questa azienda, dopo aver sopportato per anni angherie, disservizi, errori e maltrattamenti di ogni genere, a più riprese. Siccome non perdo occasione per esternare il mio atteggiamento negativo verso Telecom, ho deciso di raccontare i passaggi più significativi di questa tragedia in tre atti.

Prima di entrare nel merito, però, ritengo opportuno fare una premessa di carattere storico: Telecom nasce a Torino nei primi decenni del 1900 come investimento del finanziere Gualino, un uomo con un eccezionale fiuto per gli affari che aveva fondato verso la fine del 1800 la Società Idroelettrica Piemontese (SIP) e aveva ottenuto il monopolio della produzione di energia elettrica per un’ampia zona geografica, un’attività che lo aveva reso incredibilmente ricco, al punto da avere una villa con un ippodromo privato a Mirafiori, grande quanto l’intero stabilimento FIAT (che venne successivamente costruito proprio nell’area dell’ippodromo).

Telecom, infatti, ha continuato per decine d’anni a chiamarsi SIP e ad avere la sede legale a Torino. Il problema è che ha costruito e gestito da monopolista la nostra rete telefonica (un’infrastruttura strategica, la cui inadeguatezza è stata una delle tante “palle al piede” dell’Italia) con una competenza e dei modi che stanno a metà tra quelli di un elettricista e quelli di un idraulico.

Ma veniamo alla tragedia in tre atti, che - come ogni tragedia che si rispetti - ha un prologo semiserio, un intermezzo triste e una conclusione tragica.

1° atto: il prologo semiserio

E’ il 1988: sono il Responsabile della Divisione Hi-Tech di SCR Shandwick, e gestisco il cliente Hayes, l’azienda che ha inventato il modem per personal computer. Ho appena conosciuto a Parigi Dennis Hayes, fondatore e CEO dell’azienda, che mi ha appena regalato un esemplare del primo modem a 1200bps (baud per second) omologato in Italia, come segno di riconoscimento per la mia attività di relazioni pubbliche proprio durante il processo di omologazione. All’epoca, SIP (preferisco chiamarla così) vendeva a peso d’oro dei modem ARE a 300bps che avevano le dimensioni di una scatola da scarpe, mentre il mio modem Hayes era grosso come un libro. Torno a casa, collego il modem al mio PC e cerco di collegarmi a MCI Mail: il modem compone il numero ma invece di ricevere il segnale dell’altro modem viene inondato dall’interminabile serie di rumori metallici della centrale elettromeccanica a cui era collegato il mio telefono di casa, per cui si rifiuta di proseguire. Riprovo, fino a rinunciare per l’evidente impossibilità di far colloquiare un modem con quello che sembra uno schiacciasassi e non una linea telefonica.

Il giorno successivo telefono al 187, il mitico numero dell’assistenza SIP (quella dell’idraulico): espongo il problema, ma l’addetto non è in grado di darmi una risposta per cui mi passa “un tecnico”. Riespongo il problema: la linea telefonica è troppo rumorosa per consentire la connessione del modem. Obiezione: a noi non risulta che lei abbia un modem SIP, per cui si tratta sicuramente di un modem non omologato che - ovviamente - non può funzionare. Obiezione respinta: ho in mano la fotocopia dell’omologazione da parte dell’Istituto Superiore di Comunicazione. Seconda obiezione: va bene, il modem è omologato, ma rimane il fatto che lei non lo ha acquistato da SIP, per cui sta compiendo un’operazione proibita dalle condizioni di monopolio. Seconda obiezione respinta: i modem di ultima generazione sono equiparati ad apparecchi telefonici, per cui - se omologati - sono liberalizzati. Terza obiezione: ma lei è proprio sicuro di aver bisogno del modem? Terza obiezione respinta con insulti.

Morale della storia: ho dovuto aspettare quasi un anno la trasformazione della centrale elettromeccanica in centrale elettronica.

2° atto: l’intermezzo triste

E’ il 1996: sono l’Amministratore Delegato di Qwerty, agenzia di relazioni pubbliche specializzata nel settore hi-tech. La crescita ci spinge a cercare un ufficio di maggiori dimensioni, per avere una vera sala riunioni e un vero magazzino per i prodotti, oltre a una sistemazione più comoda per tutti. Troviamo un open space di 400 metri quadrati, con una sala riunioni di 100 metri quadrati, al secondo piano di un edificio degli anni cinquanta (ristrutturato), con tetto a spioventi. Provvedo immediatamente a richiedere cinque linee telefoniche, di cui tre per la voce con ricerca automatica, una per il fax e una per il modem. Una volta ottenuti i numeri, indico quali saranno il capofila della ricerca automatica e il fax per poter stampare i biglietti da visita, e fisso la data per l’installazione delle linee - il mercoledì della settimana successiva - specificando che avremmo traslocato durante il week end che seguiva l’installazione, per cui le linee avrebbero dovuto essere spostate tra il venerdì e il lunedì.

Il martedì mattina chiamano due allegri imbecilli di un’azienda incaricata da SIP che avvisano di essere venuti a installare le linee. Io rispondo che l’appuntamento era per il giorno successivo, e che in quel momento non riesco a essere presente perché sono impegnato in una riunione, ma i due insistono per incominciare il lavoro.

Preoccupato, cerco di chiudere la riunione nel più breve tempo possibile e mi precipito nel nuovo ufficio. Quando sono davanti allo stabile, uno dei due imbecilli mi saluta con un sorriso che non lascia dubbi sull’assenza di neuroni da una delle finestre del primo piano: “Signor Vignoli, noi abbiamo già finito: la stavamo aspettando per farle firmare il foglio di lavoro”. “E’ difficile che possiate aver finito, visto che l’ufficio è chiuso e le chiavi le ho solo io”. “Ma come, le linee non andavano nei locali del primo piano? Abbiamo chiesto all’elettricista dove andava il centralino” (1 elettricista + 2 idraulici = SIP). “Ma non avete chiesto se era il centralino di Qwerty, che va al secondo piano…”. “Allora vuol dire che dobbiamo rifare tutto?”. “Vedete un po’ voi…”. Controllo la realizzazione del lavoro, ma non so ancora cosa mi aspetta: il prologo della tragedia.

I due lobotomizzati tornano in sede, e comunicano che l’azienda è operativa, per cui è possibile - contrariamente a quanto richiesto dal sottoscritto - traslocare immediatamente le linee. Da notare che nell’open space di 400 metri quadrati c’era solo una cassetta degli attrezzi, e nella sala riunioni di 100 metri quadrati non c’era nemmeno quella. Quindi, senza che io lo sappia, parte il disco “l’utente ha cambiato numero…”.

Dopo un paio d’ore ricevo una telefonata sul cellulare da uno dei nostri clienti, che mi chiede come ci troviamo nella nuova sede. “Come nella nuova sede, ma se ti abbiamo comunicato da tempo che traslochiamo durante il prossimo week end?”. “Ma se il vecchio numero telefonico dice…”. Non lo faccio nemmno finire, e chiamo immediatamente la SIP: “O togliete immediatamente il disco, o succede qualcosa di veramente spiacevole…”. Stranamente, trovo una persona cortese, che agisce immediatamente e dopo un quarto d’ora mi avvisa che il problema è stato risolto.

Purtroppo, non è ancora nulla rispetto a quello che mi aspetta dopo il trasloco: la tragedia.

Il lunedì mattina siamo nel nuovo ufficio, per l’ultimo atto del trasloco, che è rappresentato dall’installazione del centralino. Nel frattempo, io ho collegato il modem, che funziona senza problemi, per cui non sospetto che nessuna delle altre quattro linee funziona perché:

  • SIP aveva deciso che il numero che avevo scelto come capofila della ricerca automatica doveva essere il numero del fax (per cui chi ci telefonava sentiva il fischio del fax e riattaccava, convinto di aver sbagliato numero)
  • SIP aveva deciso che il numero che avevo scelto per il fax doveva essere un normale numero di telefono (per cui chi tentava di inviarci un fax non riusciva, perché dall’altra parte non c’era il fax ma una delle linee voce)
  • il numero che SIP aveva scelto, di sua spontanea volontà e contro la mia richiesta, come capofila della ricerca automatica, era completamente muto (si sarebbe poi scoperto che i due cerebrolesi avevano “dimenticato” di collegare la linea)
  • l’ultimo numero funzionava, per modo di dire, in quanto sollevando la cornetta si sentiva forte e chiaro il segnale di una radio FM ma non il segnale di centrale (si sarebbe poi scoperto che i due cerebrolesi avevano lasciato un avvolgimento di circa dieci metri di cavo - crepi l’avarizia - che faceva egregiamente la funzione di antenna e malissimo quella di connessione telefonica)

Su tutte le furie, telefono dalla linea del fax (era l’unica da cui si poteva chiamare) urlando come un forsennato: “Stia calmo, sono cose che succedono…”. L’installazione al piano sbagliato, la partenza del disco, quattro linee su cinque che non funzionano: forse succedono, ma in questo caso sono successe tutte a me.

Aspetto un’ora, e poi richiamo: “Qui non funziona nulla, cosa aspettate a intervenire?”. “Abbiamo controllato: è tutto a posto”. “Come è tutto a posto: una linea è muta, nell’altra c’è un DJ, e le altre due sono invertite. Qui non è a posto nulla…”. “Ma lei non può cambiare i numeri con quelli che noi abbiamo messo per la ricerca automatica e il fax?”. “Ma si rende conto di cosa mi chiede, con i biglietti da visita per dieci persone e la carta intestata stampati, e l’informazione comunicata a tutti i clienti e a tutti i giornalisti, che sono un migliaio?”. “Caspita, con quante persone avete a che fare…”. “O mi passa qualcuno in grado di ragionare, o arrivo in Via Mecenate con un fucile a pompa…”. “Piano con le minacce…”. “Non sono minacce, è la realtà: mi passi il suo superiore”.

Per farla breve, dopo circa un’ora passata a parlare al telefono con una serie di imbecilli di rara potenza, che incomincio a insultare senza ritegno, vengo “trionfalmente” trasferito al Direttore Tecnico dell’Area Milano Sud, che - a dire di colui che me lo aveva passato - mi avrebbe definitivamente sistemato. Io riesco a spiegare a questo signore, utilizzando l’ultimo briciolo di calma che mi era rimasto in corpo, la situazione… “Signor Vignoli, ammetterà che se è così come dice lei sembra una farsa piuttosto che un impianto di telefonia… Comunque, domani mattina alle 8 sono da lei a controllare”.

Alle 8 ho aperto la porta dell’ufficio, alle 8 e 10 il signore mi ha chiesto se poteva fare una telefonata: nell’ordine, si è fatto passare tutti coloro che avevano messo mano alla mia pratica, e gli ha comunicato che il giorno successivo - sempre alle 8 - dovevano essere di fronte al mio ufficio.

Morale: il mercoledì c’erano dodici uomini SIP (compresi i due cerebrolesi), oltre al Direttore Tecnico, che hanno completamente rifatto l’impianto, riattribuito secondo le mie indicazioni i numeri per il capofila della ricerca automatica e il fax, e collaudato tutte le linee. Da quel momento, il funzionamento dell’impianto è stato perfetto, e anche i successivi interventi per l’installazione delle linee ISDN sono filati lisci come l’olio. La tragedia si era conclusa.

3° atto: la conclusione tragica

E’ il 2003: sono Co-Chairman della Technology Practice di Fleishman-Hillard, all’epoca la più grande agenzia di relazioni pubbliche nel mondo, per cui la connessione ADSL di casa è di fondamentale importanza, visto che lavoro con colleghi che si trovano in ogni continente. Tra il 25 aprile e il 1° maggio vado a Berlino, come turista, ignaro del fatto che la SIP - proprio in quei giorni - ha deciso di fare un intervento di manutenzione nella centrale di zona. Il provider del servizio ADSL, ovviamente, non è SIP, ma il concetto di “monopolio occulto” proprio del nostro Paese fa sì che la linea ADSL venga gestita comunque da loro.

Quando torno a casa, sulla linea non c’è più traccia né del segnale ADSL né di alcun altro segnale (come si dice in gergo, manca la portante). Ne sono sicuro, perché - prima di telefonare - verifico che vi sia totale assenza di segnale elettrico (è vero che la linea telefonica non è una linea elettrica, ma il segnale è comunque composto da impulsi elettrici, per cui se non c’è traccia di segnale elettrico non c’è nemmeno traccia di segnale telefonico). Chiamo il numero verde del mio provider ADSL (Telvia, lo posso consigliare), spiego la situazione e chiedo di procedere con sollecitudine in quanto so già che sarà necessario convolgere SIP. Ricevo via e-mail copia del messaggio inviato a SIP, in cui c’è una spiegazione dettagliata del problema (compreso il mio suggerimento di riattaccare il doppino in centrale).

Per un intero mese, rimango senza segnale ADSL perché l’assistenza SIP continua ad affermare che il problema non sussiste, che loro vedono benissimo il mio modem (come facciano non lo so, visto che non ho un modem ma un router), che il segnale c’è, che l’assegna di segnale elettrico non significa che manchi anche il segnale telefonico (probabilmente, hanno detto ai tecnici che l’ADSL funziona con dei microscopici cinesini che corrono all’interno del tubo di rame portando ciascuno un pacchetto di dati), che la devo smettere di protestare quando sono io a non saper configurare il modem (aridaje), che …, che …, che … Alla fine, esausto, chiedo un sopralluogo a mie spese, previo appuntamento telefonico.

Ovviamente, il tecnico non chiama per prendere l’appuntamento (così come avevo richiesto) ma si presenta fresco come una rosa a mio figlio, che era appena tornato a casa da scuola, per dirgli: “Dica a suo padre che ce lo poteva dire subito che non c’era nessun segnale telefonico, così saremmo andati in centrale e avremmo scoperto che il doppino era stato staccato” (parole più o meno testuali riportate da mio figlio).

Che dire? Meglio un no comment…

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  • 892892: è nuovo e ti toglie più soldi

    Tornati dalle ferie, è tutto come prima: l’oscena pubblicità del numero 892892 si ripresenta, e spero che il risultato del tormentone sia quello di scolpire nella mente di un numero sempre maggiore di persone l’inganno nascosto dai due orridi ballerini. Mi spiace per coloro che lavorano all’interno del call center, che sembra essere a Palermo e occupare circa 2.000 persone (tutte informazioni da confermare, così come quella - riportata da diverse persone in più forum - che gli addetti fanno intenzionalmente perdere tempo per far lievitare il costo della chiamata), perché non hanno alcuna colpa, ma la totale mancanza di trasparenza dello spot nasconde un insulto all’intelligenza degli italiani e un attentato ai loro portafogli. Lo dimostra il fatto che qualcuno ha lasciato un commento a un mio precedente post, lasciando chiaramente intendere di essere convinto che si tratta di uno spot Telecom, per cui propone un boicottaggio delle linee voce della stessa azienda (cosa sulla quale sono totalmente d’accordo, e infatti non sono più un utente Telecom). Purtroppo, la liberalizzazione del servizio di informazioni sugli abbonati dimostra ancora una volta che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui l’abbattimento di un monopolio - al contrario di quello che succede nella maggior parte dei casi - si trasforma o nel mantenimento “occulto” del monopolio stesso (così com’è successo con Telecom) o in una fregatura per gli utenti (come si sta dimostrando nel caso del 12, visto che nessuna delle parti in causa offre il servizio a costi paragonabili a quelli del passato).

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  • Intraprendente

    Nel tardo pomeriggio di ieri, un bambino torinese di 11 anni è stato fermato da una pattuglia della Polstrada al casello di Savona mentre tentava di imboccare l’autostrada A6 in bicicletta, passando dall’accesso riservato agli utenti Telepass per evitare di essere visto dal casellante. Il bambino, dopo aver litigato con i due genitori, è scappato di casa e ha percorso la statale Aurelia da Loano a Savona, da dove voleva tornare a Torino percorrendo l’autostrada perché “sono solo 125 chilometri”.

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  • FIAT: un’opinione “forte”

    Se qualcuno vuole un’opinione “forte” sulla FIAT, consiglio la lettura di cinque interventi di Antonio Tombolini:

    Io non sono sufficientemente esperto di economia e finanza per dare un giudizio, ma trovo questa interpretazione convincente.

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  • Cerchiamo di migliorare l’Italia

    Invito tutti a visitare il blog di Beppe Grillo per sostenere l’iniziativa di democrazia popolare volta a chiedere le dimissioni del governatore della banca d’italia antonio fazio (le maiuscole a chi se le merita), che - con il suo comportamento - sta gettando alle ortiche (per non dire peggio) la reputazione dell’Italia e degli italiani. Qui trovate il testo della lettera aperta che verrà pubblicata sul quotidiano Repubblica, a spese di chi vorrà contribuire, e qui gli estremi del conto corrente della Banca Etica su cui effettuare il bonifico. E’ un’iniziativa interessante, che merita di essere sostenuta.

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  • Tavernello

    Piuttosto che il successo, del Tavernello fa meditare la pubblicità. La finta tavola rotonda moderata da Federico Fazzuoli - ex giornalista, che ha costruito la sua reputazione di esperto di agricoltura a spese di coloro che pagano il canone RAI - puzza di marcio lontano un miglio, ma purtroppo è sicuramente in grado di ingannare tutti coloro che non hanno né conoscenze di enologia né capacità di analisi dei mass media. E’ vero che nella parte bassa dello schermo scorre la scritta “comunicazione a carattere pubblicitario” ma questa, così come il taglio “finto informativo” dello spot, può sicuramente sfuggire al telespettatore distratto. Gli spot della campagna si intitolano “il vino in brik”, “chi controlla il vino”, “il vino per tutti i giorni” e “Tavernello: 100% vino italiano”, e sono opera dell’agenzia Armando Testa. Se li volete rivedere, li trovate sul sito in questa pagina.

    Io non sono mai stato un estimatore del Tavernello, un vino a basso costo e bassa gradazione (il rosso arriva a 11°, il bianco e il rosato a 10,5°), che ha caratteristiche organolettiche che evidentemente non meritano di essere citate nemmeno sul sito, dove si parla della rintracciabilità di filiera, delle vigne e dei 33.000 soci viticoltori e della confezione in tetrabrik. Ed è proprio quest’ultima che non mi ha mai convinto, da un lato per la sua totale mancanza di “poesia” e dall’altro perché non riesco a credere che possa garantire lo stesso comportamento del vetro. Per questo motivo, ho fatto una rapida ricerca e ho trovato una proposta di legge del 1996 che - se approvata - avrebbe sensibilmente limitato l’uso dei materiali “alternativi” per l’imbottigliamento del vino. Particolarmente interessante è la relazione, dalla quale si deduce che il tetrabrik - sulla base dei risultati di una ricerca effettuata dall’Unione Consumatori - non convince del tutto, mentre rappresenta una colossale opportunità di incremento dei margini per i produttori che lo utilizzano (i principali sono la CaViRo di Faenza, con i marchi Tavernello e Castellino, e la Due Tigli di Forlì, con il marchio Ronco e il sito che funziona solamente con Internet Explorer).

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  • 11 clienti 11

    Nel corso della mia carriera, ho incontrato - credo - tutti i tipi di cliente. Quella che segue è una piccola galleria.

    1. Il cronico - E’ un cliente cronicamente insoddisfatto, anche quando il lavoro viene svolto in modo professionale e raggiunge gli obiettivi prefissati dal progetto. In cuor suo, è convinto che l’agenzia possa sempre e comunque fare molto di più.

    2. Il sospettoso - Non perde occasione per manifestare la sua mancanza di fiducia verso l’agenzia che - a suo modo di vedere - offre un servizio ad alto costo e basso valore aggiunto. E’ certo che ogni relazione di lavoro nasconda un imbroglio.

    3. Il cesellatore - Si lamenta comunque della qualità del lavoro dell’agenzia, anche quando i tempi e i costi vengono rispettati, e gli obiettivi raggiunti. Non è sicuro di aver ottenuto in misura eguale a quanto ha pagato, e per questo motivo cerca uno sconto.

    4. Il prepotente - Maltratta i consulenti, come se il rapporto tra cliente e fornitore fosse un viatico per la sua maleducazione. Non c’è molto da commentare.

    5. Il nonlopago - Cerca in ogni modo di aumentare la quantità di lavoro svolta dall’agenzia, a fronte dello stesso onorario, ed esprime stupore di fronte a qualsiasi richiesta - anche giustificata - di adeguamento. In cuor suo, è certo di essere lui il più furbo e di avere il coltello dalla parte del manico, per cui può fare quello che vuole.

    6. Il pagotardi - Paga sempre e comunque in ritardo, accampando scuse di ogni tipo. E’ convinto che in questo modo si riesca a ottenere di più dall’agenzia, che dà il massimo per poter essere pagata.

    7. L’inaffidabile - E’ sempre in ritardo rispetto alle sue scadenze, ma è attentissimo a quelle degli altri. Questo, anche quando questo comportamento impedisce agli altri di rispettare le loro scadenze, che sono condizionate dalle sue. E’ quasi impossibile gestirlo.

    8. Il bugiardo - In questo caso, ogni commento è superfluo. Non ci sono speranze di portare a termine un programma di comunicazione.

    9. Il ricattatore - Si rifiuta di pagare le fatture se l’agenzia non fa un altro lavoro gratis. E’ una versione molto più sgradevole del “nonlopago”, rispetto al quale ha un atteggiamento che ricorda il “prepotente”.

    10. Il senzafondo - E’ un cliente che “costa” più del dovuto, perché richiede un’attenzione continua per tutti i tipi di lavoro. Purtroppo, non diventa mai un buon cliente.

    11. Lo scalatore - Cerca continuamente di dare la “scalata” ai servizi dell’agenzia, senza pagare il relativo onorario. Per lui, tutti i servizi sono legati tra loro come se l’agenzia offrisse di un unico grande servizio omnicomprensivo, per cui - per esempio - la redazione del manuale di crisi fa parte dell’ufficio stampa. Quando riceve un rifiuto, dice con voce candida: “Ma io ci dovevo provare…”.

    E voi, che clienti avete incontrato?
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    Globalizzazione

    Un tempo, guardando i programmi televisivi di un altro Paese, si notava la differenza tra la nostra e la loro cultura, e questo rappresentava un ulteriore motivo di curiosità per il viaggio.

    Oggi, dopo dieci giorni di zapping con la televisione spagnola, ho visto solo ripetizioni di programmi trasmessi anche in Italia, con i grandi fratelli, le scatole da scavicchiare e le domande per chi vuol esser milionario.

    Solo l’edizione spagnola di Star Trek, con il “señor Espock” e le sue orecchie a punta, è riuscita a farmi fermare per qualche minuto.

    Forse, qualcuno ha esagerato con la globalizzazione.
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  • Spiccioli di relazioni con la stampa

    Tutte le aziende hanno una storia da raccontare alla stampa, ma nella maggior parte dei casi si tratta solo di uno spunto che deve essere elaborato per poter diventare un articolo.

    Il compito non è difficile, soprattutto se si ha l’accortezza di utilizzare alcuni trucchi del mestiere.

    1. Prima di rivolgersi a una testata o a un giornalista, è indispensabile documentarsi leggendo gli arretrati o i vecchi articoli per conoscere il taglio e gli argomenti. Oggi, questo è piu’ facile, grazie alla presenza online degli archivi di molte testate.

    2. Quando si affronta un argomento completamente nuovo, è opportuno fare una ricerca su Internet per verificare fino a che punto è stato sviscerato. Talvolta, l’azienda non ha fatto questo lavoro ed è convinta di essere arrivata per prima quando invece non è vero.

    3. E’ necessario farsi le domande e trovare una risposta prima che sia la stampa a farci scoprire un problema a cui non avevamo pensato.

    4. Bisogna evitare in tutti i modi di mentire alla stampa, anche quando questo - in teoria - ci viene richiesto dal nostro stesso committente per “abbellire” il prodotto.

    5. Bisogna evitare che il mezzo ci prenda la mano e influisca troppo sul messaggio (per esempio, l’e-mail con il suo stile talvolta approssimativo, o gli SMS con le loro abbreviazioni).

    6. La pratica, che è data dal ripetere la stessa azione più volte, permette di evitare gli errori più comuni. Bisogna avere l’umiltà di ripetere, anche quando si pensa di avere l’esperienza necessaria per compiere alcuni passaggi “a occhi chiusi”.

    7. Bisogna fare in modo che ogni nostra azione e ogni reazione del giornalista contribuiscano a far crescere il rapporto. Una semina quotidiana.

    Credo di poter affermare che queste piccole regole, nel mio caso, abbiano funzionato abbastanza bene. Provate a verificare se funzionano anche per le vostre esigenze.
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  • Da leggere

    Consiglio caldamente la lettura dell’opinione (quasi un’analisi) di Massimo Mantellini sul mondo dei blog in Italia (quella che molti definiscono come “blogosfera” con un neologismo che continua a non convincermi del tutto). Ci sono spunti di meditazione per chi conosce i blog, e spunti di meditazione per chi non conosce i blog. Secondo me, soprattutto per questi ultimi, anche se - probabilmente - non leggeranno mai questo testo.

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