Ho deciso di tradurre i passaggi più significativi di un post pubblicato il 25 luglio da Rick Edelman, CEO dell’omonima agenzia, perché mi sembrano importanti nell’ambito di quel processo di rinnovamento della nostra professione che sembra ormai diventato improcrastinabile. Purtroppo, il fatto che considerazioni che un tempo appartenevano solo a mercati delle relazioni pubbliche scarsamente sviluppati e maturi come quello italiano compaiano sul blog del CEO della più grande agenzia indipendente a livello mondiale sta a significare che la professione - nel corso dell’ultimo decennio - si è arrotolata su se stessa ed è, nella migliore delle ipotesi, rimasta assolutamente immobile di fronte a un balzo in avanti prodigioso degli strumenti e delle tecnologie per la comunicazione.

E’ un dato di fatto che le agenzie di relazioni pubbliche sono tra gli operatori più arretrati in termini di utilizzo della posta elettronica: la maggior parte dei comunicati stampa viene ancora oggi inviata utilizzando la funzionalità di “blind carbon copy” oppure i gruppi, ma sempre dall’interno del programma per la posta elettronica, che molto - troppo - spesso è Outlook (noi non abbiamo mai utilizzato quella schifezza, e abbiamo adottato la tecnica dei gruppi fino al 1999, poi abbiamo incominciato a usare un personal list server che ci permette di avere il necessario controllo sulla mailing list - che è diversa per ogni comunicato stampa - e di personalizzare, se necessario, l’invio a seconda del destinatario). Purtroppo, sembra che queste pratiche siano comuni anche agli Stati Uniti, dove - in questo momento - siamo di fronte a una preoccupante latitanza di personaggi della statura di quelli della generazione di Harold Burson.

Ma veniamo all’intervento di Rick Edelman:

Dobbiamo modificare il nostro vocabolario: parliamo con orgoglio dello sviluppo di messaggi per i nostri clienti, ma probabilmente l’idea di un messaggio controllato è qualcosa che funzionava in un mondo dove c’erano relativamente pochi media ed è ormai obsoleta. Dobbiamo scrollarci di dosso qualsiasi sospetto di controllo e manipolazione dei pubblici, e dobbiamo puntare a una definizione di relazioni pubbliche dove i termini sono dialogo, trasparenza e rapidità di intervento. Dobbiamo ottenere un posto nella stanza dei bottoni, con la possibilità di intervenire nella strategia aziendale e la capacità di assicurare un seguito alle nostre promesse.

Dobbiamo anche difendere l’importanza e il ruolo delle relazioni pubbliche, che è quello di educare l’universo degli stakeholder e in modo particolare il grande pubblico, in modo tale che possano prendere delle decisioni sulla base di informazioni complete. Possiamo diventare un collegamento fondamentale in un mondo dove manca la fiducia, dove si fa troppo affidamento sugli amici e sulla famiglia perché manca la fiducia nelle tradizionali istituzioni pubbliche e private e nei media. Possiamo aiutare a stimolare delle conversazioni tra i consumatori, e incoraggiarli a condividere in pubblico le loro esperienze.

Lo status quo non è accettabile per il nostro settore. Oggi, veniamo allontanati come se volessimo gettare fumo o addirittura offuscare la verità. Io sono francamente stufo di questa situazione: dobbiamo combattere la presunzione del fatto che tutto quello che facciamo è una perdita di denaro. Al contrario, prendiamoci il compito di dare vita a un mondo più democratico in cui il cittadino medio può avere un ruolo importante nel processo perché noi lo aiutiamo a contribuire alla creazione di un prodotto migliore o di un’azienda più credibile e rispettata.

Se consideriamo che in queste lande partono ancora comunicati stampa che contengono frasi come la seguente: possiede la quota di mercato più alta, in base al fatturato relativo alle licenze e alla manutenzione del 2004, dove ci sono almeno due errori madornali (una quota di mercato non si può possedere, e vorrei sapere chi ha affidato a quest’azienda il contratto di manutenzione del 2004, come se un anno fosse equivalente a un prodotto o a una soluzione), siamo ancora molto ma molto ma molto lontani non solo dalla situazione auspicata da Rick Edelman ma anche da un rispetto delle regole elementari della lingua italiana.