Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for June 10th, 2005

I dati si riferiscono all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nelle aziende con almeno 10 dipendenti, e sono aggiornati al 2003 nel caso del commercio elettronico e al 2004 in tutti gli altri casi.

Principali risultati

A gennaio 2004, le aziende che dispongono di almeno un PC sono il 95,8% del totale, con punte massime del 97,1% nelle regioni del nord-est e del 96,4% nel settore dell’industria. Le aziende più grandi sono caratterizzate da un livello tecnologico più avanzato (rispettivamente il 99,6% e il 99,1% delle aziende con classi di addetti 100-249 e 250 e oltre).

I dipendenti che usano il PC almeno una volta alla settimana sono il 36,3% del totale. I valori più alti si rilevano nel settore dei servizi (40,6%), nelle aziende più grandi (40,3%) e in quelle localizzate nel nord-ovest (40,7%).

Le aziende che usano la posta elettronica sono l’87,8% di quelle informatizzate, con un’incidenza maggiore per le aziende del nord-est (89,9%) e per quelle con più di 250 dipendenti (99%). A livello settoriale, è l’industria a fare l’uso più ampio della posta elettronica con l’88,2% delle aziende (97,6% nel settore della produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua).

Utilizzo di Internet

Nel 2004, si collega a Internet l’89,8% delle aziende informatizzate. Ridotta è invece la diffusione delle Intranet (31,2%) e delle Extranet (14,7%). Le aziende informatizzate che usano Internet sono più frequenti nel settore industriale (90,4%), sono soprattutto quelle grandi (99,2% delle aziende con 250 addetti e oltre) e sono più numerose nel nord-ovest (91,9%) e nel nord-est (91,3%).

La tipologia di connessione a Internet più utilizzata è quella a banda larga, presente nel 52,7% delle aziende informatizzate (93,9% nelle aziende con 250 addetti e oltre, di cui l’83,2% xDSL). Molto diffusi anche i collegamenti via ISDN e modem analogico (rispettivamente 49,5 e 49,2%).

Le principali motivazioni per l’uso di Internet sono l’accesso ai servizi finanziari e bancari (74,9% delle aziende connesse a Internet), il reperimento di informazioni per l’analisi di mercato (47,2%) e la ricezione dei prodotti o servizi digitali (41,9%), mentre è ridotta la quota relativa alla ricerca e alla formazione del personale (rispettivamente 11,4 e 8,9%).

I servizi bancari usati più spesso dalle aziende sono quelli informativi sul conto corrente (76,1%), i servizi di incasso o pagamento (64,6%) e gli scambi di flussi elettronici per operazioni bancarie e commerciali (40,6%). E’ ancora modesto l’accesso a Internet per investimenti finanziari, finanziamenti e servizi di incasso/pagamento.

I servizi pubblici usati più spesso dalle aziende sono la possibilità di ricevere moduli (58,2%), di ottenere informazioni su norme, regolamenti e circolari (58,1%) e di inviare moduli compilati (41,1%).

Utilizzo del sito Web

Le aziende che usano un sito Web attivo sono solo il 45,4% di quelle informatizzate (49,3% nel nord-ovest e 47,8% nel nord-est). I valori salgono nel caso delle aziende con 250 addetti e oltre (79,6%) e per alcuni comparti produttivi: 77,3% negli alberghi, campeggi e altri alloggi; 74,0% nella fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche; e 71,2% nella produzione e distribuzione cinematografica.

Le aziende ricorrono al Web per facilitare l’accesso a cataloghi, prodotti e listini prezzi (47,7%) e per definire operazioni di marketing sui prodotti (44,3%). Il 52% delle aziende con un sito Web offre anche informazioni in lingua estera e il 14% dispone di siti progettati per favorire l’accesso a persone disabili.

Commercio elettronico

Gli acquisti online sono un fenomeno poco diffuso. Nel 2003 solo il 16,2% delle aziende con almeno 10 addetti ha usato questa modalità, e in modo particolare quelle del nord (18,6 e 17,5%, rispettivamente nel nord-ovest e nel nord-est) e quelle più grandi (33,3%). A livello settoriale, le aziende dei servizi hanno usato di più gli acquisti online, con un’elevata concentrazione nel comparto dell’informatica (49,9%) e delle poste e telecomunicazioni (33,2%).

Il valore degli acquisti online è piuttosto contenuto, pari solo al 2,7% del totale degli acquisti fatti dalle aziende con almeno 10 addetti (di cui il 27,5 via Internet). Nel corso del 2003, le aziende che hanno acquistat via Internet si sono rivolte soprattutto al mercato nazionale (86,5% del valore degli acquisti via Internet), e in modo particolare le aziende del centro e del sud e isole (rispettivamente, il 94,1 e il 92%) e quelle con meno di 100 addetti.

Per quanto riguarda le vendite online, nel corso del 2003 solo il 10,2% delle aziende ha sfruttato questa opportunità: la frequenza più alta si rileva fra le aziende di maggiori dimensioni (250 addetti e oltre), che effettuano vendite online nel 28,1% dei casi. In termini settoriali, a parte alberghi, campeggi e alloggi per soggiorni brevi, in cui il 51,1% delle aziende svolge commercio elettronico, nessun’attività raggiunge incidenze superiori al 20%. Il valore delle vendite online è pari al 3,3% del fatturato complessivo ed è rivolto in prevalenza al mercato nazionale (82,4%) per la parte venduta su Internet.

I vantaggi dell’uso del commercio elettronico per gli acquisti via Internet derivano per lo più dalla maggiore velocità dei processi. E’ questa la modalità prescelta dal 75,6% delle aziende con oltre 10 addetti. Il 62,7% ha indicato invece la possibilità di contare su un numero più elevato di fornitori e il 51,5% quella di ottenere una riduzione dei prezzi. Gli ostacoli incontrati dalle aziende nell’effettuare acquisti online sono legati soprattutto a problemi di sicurezza nei pagamenti (64,1%) e all’incertezza del quadro legale che regola il commercio elettronico (60,8%).

Dal lato dell’offerta, i vantaggi per le aziende che vendono online sono dovuti soprattutto a concorrenza e immagine. Infatti, il 62,3% delle aziende con vendite via Internet ha citato la necessità di stare al passo con i concorrenti, il 56,8% l’aumento della velocità dei processi e il 53% il miglioramento dell’immagine dell’azienda. Gli ostacoli incontrati da chi vende sono analoghi a quelli denunciati da chi acquista, ma hanno un peso diverso: i principali sono legati alla presenza di beni e servizi non vendibili via Internet (68,5%), ai problemi di sicurezza nei pagamenti (66,1%) e alla scarsa disponibilità da parte dei clienti di ricevere ordini online (62,7%).

La sicurezza informatica

Fra il gennaio 2004 e il gennaio 2005, il 31,5% delle aziende connesse a Internet ha rilevato problemi di sicurezza legati alla presenza di virus che infettano i PC. Di conseguenza, gli strumenti di sicurezza adottati sono rappresentati da software per il controllo dei virus e/o software di protezione (ne fa uso il 97,5% delle aziende connesse a Internet), dal backup dei dati (87,8%), dal ricorso a server sicuri (61,7%) e a sistemi firewall (49,1%).

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  • Non sono solo…

    Alcuni spunti presi dall’articolo di Susanna Tamaro pubblicato sul Corriere della Sera, che potete leggere nella sua versione integrale qui.

    Quella voglia di figli che ignora il senso della vita

    Concordo con Giuliano Amato, che sosteneva la necessità di modificare la legge in campo parlamentare, evitando di sottoporla a referendum. Vista la complessità della materia era naturale pensare che la legge 40 costituisse solo il primo passo per tentare di mettere ordine in un settore definito da tutti come Far West. Questioni così profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa dell’uomo, non sono adatte alla propaganda di una campagna referendaria. Il referendum bandisce ogni dubbio, e invita a un manicheismo che nulla ha a che fare con i quesiti che la legge cerca di ordinare.

    La nostra mente, col suo vortice continuo di parole, col suo saper costruire concetti sempre più complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la più semplice: ogni essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare. Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione condannabile. Ma quando questo desiderio diventa un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur di compiersi, allora si trasforma in qualcosa che è la negazione della vita stessa.
    Anche i figli entrano in questa logica. Si pensa che avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un diritto insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere relegata in secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della sterilità. Ci si sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il proprio sogno.

    Una società impostata sulla comunione e non sul possesso, invece, anziché proporre un referendum sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un accorciamento dei tempi dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli di una gravidanza. In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino, senza l’umiliazione di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli controlli. Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla.

    E’ giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua intelligenza e il suo sapere per alleviare le sofferenze dei suoi simili. La ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che si può e si deve compiere entro parametri inviolabili di eticità, senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad esempio, le staminali adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa frenesia intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa essere sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.

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  • Referendum

    Sono stato incerto sull’opportunità di intervenire sulla questione del referendum fino a quando non ho letto l’intervento di Beppe Grillo e soprattutto alcuni degli oltre 1.000 commenti dei lettori a questo intervento. Purtroppo, non riesco a esprimere un’opinione sul problema delle cellule staminali, ovvero sull’opportunità di consentire la ricerca sulle cellule staminali per combattere malattie genetiche come Alzheimer e Parkinson, e altre che verranno. L’impressione che ho tratto da tutti i dibattiti a cui ho assistito è che la ragione politica abbia comunque avuto la meglio su quella scientifica, per cui tutte le motivazioni addotte a favore oppure contro la ricerca siano state “piegate” di fronte alla necessità di raccogliere voti.

    Sono certo, graniticamente certo, invece, di essere contrario all’inseminazione artificiale, che - personalmente - proibirei per legge, colpendo anche chi va all’estero per poter fare quello che non riesce a fare in Italia. Il motivo è molto semplice: sono contrario perché ritengo che l’ossessivo “desiderio” di maternità e paternità che è alla base della ricerca di “un figlio a ogni costo” - e quindi dell’inseminazione artificiale - rappresenti un retaggio culturale profondamente negativo della tradizione cattolica che nel tempo ha trasformato l’atto della procreazione in una dimostrazione di “virilità” (maschile e femminile) e, di riflesso, l’impossibilità di avere figli in una menomazione o addirittura una malattia.

    Io sono sterile, ma l’ho scoperto dopo aver adottato Josué Francisco, un bambino brasiliano di sei anni e mezzo (che oggi sta per compiere diciotto anni). Mia moglie Tiziana e io non abbiamo mai sentito la necessità né di fare analisi per scoprire se eravamo sterili (una cosa che incominciavamo a sospettare, visto che dopo sei anni di tentativi non c’era stato nemmeno un accenno di gravidanza) né tantomeno di sottoporci a trattamenti contro la sterilità. Abbiamo poi scoperto di essere in questa, e in una serie di altre scelte, talmente diversi dalla media delle coppie che affrontano il percorso dell’adozione da andare contro le leggi della statistica: l’unica coppia su circa 700 a non aver fatto esami e cure contro la sterilità, e la prima coppia - sempre su 700 - a decidere di tornare in Brasile da “turisti” per far visitare il Paese natale al proprio figlio adottivo (è diverso, anche se altrettanto bello, tornarci per adottare un secondo figlio) contro l’opinione - che a posteriori si è dimostrata drammaticamente sbagliata (il ritorno da turisti nel Paese d’origine dovrebbe far parte obbligatoriamente dell’iter di ogni adozione) - di tutti.

    Prima di parlare di inseminazione artificiale, semplifichiamo il processo di adozione sia nazionale che internazionale (il nostro ha richiesto quasi quattro anni di tempo e più di 30 colloqui - la maggior parte dei quali inutili o addirittura privi di alcun senso - con psicologi e assistenti sociali), combattiamo le speculazioni e soprattutto i “miti”: l’adozione è costosa, l’adozione non è come la nascita di un figlio “biologico” (certo, finché utilizzeremo termini che implicano un’inferiorità “scientifica” sarà sempre così), non so se riuscirò a volergli bene (un’affermazione che da sola meriterebbe la condanna all’ergastolo), eccetera eccetera…

    Eliminiamo gli psicologi che, a turno, ci hanno chiesto:

    1. se eravamo coscienti del fatto che l’arrivo di un figlio avrebbe “potuto cambiare” le nostre abitudini di vita (no comment, nemmeno un’oloturia avrebbe mai chiesto una cosa simile)
    2. se affrontavamo il percorso dell’adozione internazionale per avere l’occasione di fare “qualcosa di esotico” (è vero, l’imbecille non poteva sapere che sono stato a New York quando avevo sedici anni, dopo aver visitato tutta l’Italia e gran parte dell’Europa, in Africa a diciotto e in Asia a ventuno, e non ho mai smesso di viaggiare, ma era comunque un imbecille)
    3. se avrei avuto problemi a fare il bagno a un bambino di colore, ma “veramente di colore” (gli ho risposto con una domanda: “perché, il bambino scolorisce?”)
    4. se vedevamo nelle macchie di Rorschach qualcosa di diverso da macchie di inchiostro colorato di forma speculare (gli ho detto che se lui ci vedeva qualcosa di diverso ero pronto a parlarne, liberamente, per risolvere i “suoi” problemi)

    Eliminiamo, questa volta fisicamente, le otto persone che ci hanno proposto l’acquisto di un neonato italiano “che così sembra proprio vostro figlio…”. Purtroppo, non li abbiamo denunciati immediatamente perché all’epoca eravamo troppo concentrati sull’obiettivo dell’adozione, e l’iter burocratico è stato troppo lungo (compresi i 12 mesi di affido preadottivo che seguono l’arrivo in Italia) per poterlo fare alla fine.

    Combattiamo le credenze errate che derivano dalla tradizione letteraria, come quella che i bambini abbandonati sono orfani: gli orfani praticamente non esistono, perché nella maggioranza dei casi c’è una coppia di parenti o una di amici che cresce i bambini che hanno perso i genitori senza innescare alcun processo di adozione. Esistono i bambini abbandonati dal nucleo familiare e dalla società, come i “meninos de rua” brasiliani. Bambini che non conoscono il valore della vita, perché la loro vita non ha valore. E’ un esempio stupido, ma Josué Francisco non usava i freni della bicicletta perché si fermava andando a sbattere contro un muro, un vaso, una persona… “E’ più divertente…”. E c’è ancora qualcuno che si pone il problema dello sradicamento…

    Josué Francisco è fiero di essere brasiliano, ed è contento di vivere in Italia perché i suoi genitori sono italiani (una condizione che lui considera atipica, ma normale). Il Brasile è diventato, per me e per mia moglie, una seconda Patria, della quale siamo - tra l’altro - orgogliosi tanto quanto nostro figlio.

    Confermo, l’inseminazione artificiale dovrebbe essere proibita per legge.

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