Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for May, 2005

E come possono prenderci sul serio…

Concordo perfettamente con Massimo Mantellini: la laurea honoris causa in scienze della comunicazione a Vasco Rossi “un senso non ce l’ha” sotto il profilo della professione del comunicatore, quella seria, mentre è la consacrazione del pierre inteso come individuo che “fa cose, vede gente, …”.

La motivazione del titolo, pronunciata dal rettore dello iulm giovanni puglisi (le maiuscole vanno attribuite a chi se le merita), è agghiacciante: “Vasco Rossi ha saputo attraversare l’universo della comunicazione, nel corso dei suoi lunghi anni di attività, separando con intuitiva intelligenza la sua vita di uomo di provincia, carico e ricco di virtù e di vizi, di debolezze e di orgogli, di timori e di aggressività, di manipolazioni e di successi strepitosi, dalla sua vita artistica, di uomo della comunicazione a tutto tondo, di modello di espressione e di modo di essere”.

Qui stiamo confondendo, ed è tragico e significativo allo stesso tempo (perché dà una misura dello stato delle relazioni pubbliche in Italia), la capacità personale di comunicare, che ovviamente tutti riconoscono a Vasco Rossi (che non ha colpe, per cui le maiuscole gliele lascio, mentre mi permetto di omettere il titolo di dottore), come a tutti coloro che sono in grado di aggregare l’interesse di un gruppo eterogeneo di individui, con la capacità professionale di comunicare per conto di un altro soggetto, definendo obiettivi e strategie, e sviluppando tattiche di comunicazione.

Comunque, lo stesso rettore ha confermato questa lettura tragicomica dell’evento, affermando che “la laurea, ogni laurea, costituisce il momento e l’atto finale di un percorso di vita e di studi che i giovani seguono per acquisire competenze culturali e professionali, mentre il riconoscimento honoris causa taglia tutto il percorso di studi curriculari e va all’atto finale, assumendo in esso la vita e le opere del laureando per la loro unicità e per la loro esemplarità”.

A buon intenditor poche parole: perché sputtanare quattro o cinque anni della tua vita sui libri quando bastano le frequentazioni giuste nel giro delle discoteche per ottenere lo stesso titolo, epperdipiù honoris causa?

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  • Il brief perfetto

    Il brief è uno dei momenti più importanti nel rapporto tra cliente e agenzia di relazioni pubbliche.

    Per questo motivo, David Davis ha cercato di stilare un decalogo, che rappresenta un’ottima base di partenza:

    1. Project Management. I contatti, i riferimenti, i link, eccetera.
    2. Dove siamo? Le informazioni di background che definiscono lo scenario.
    3. Dove vogliamo arrivare? Il principale obiettivo della comunicazione.
    4. Cosa facciamo per arrivarci? La strategia e le tattiche dal lato dell’azienda.
    5. Con chi dobbiamo parlare? I pubblici di riferimento con cui comunicare.
    6. Come facciamo a sapere dove siamo arrivati? Come misurare i risultati.
    7. Budget. Avere un range permette di risparmiare tempo a tutti.
    8. Timing. Una previsione dei tempi, dal primo contatto alla decisione finale.
    9. Cose da fare. Anche una lista delle cose da fare fa risparmiare tempo.
    10. Approvazioni. Idealmente, la persona che prepara il brief dovrebbe anche essere quella che prende la decisione finale.

    In Italia, è difficile ricevere un brief così completo. In particolare, non viene quasi mai richiesta una misurazione dei risultati, non viene quasi mai dato un budget di riferimento (la scusa è sempre la stessa: “non vogliamo mettere limiti alla vostra creatività”, una frase che non significa nulla, perché è proprio in questo modo che si mettono limiti alla creatività), il timing è sempre sbagliato (”prenderemo la decisione al più tardi fra quindici giorni”, per poi scomparire per dei mesi, e chiedere poi di partire con l’attività nel giro di una settimana, con un progetto che - passato tutto questo tempo - è ormai obsoleto), e la persona che decide è solo in qualche caso quella che prende la decisione finale.

    Speriamo che questo decalogo permetta di migliorare la situazione…

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  • IBM, la chiosa finale

    I due commenti su IBM hanno generato il record assoluto di visite e page view dalla nascita di questo blog, e questo significa che l’argomento suscita interesse. Per questo motivo, ho deciso di dedicare un post conclusivo a IBM, ispirandomi a un articolo dell’analista Rob Enderle, pubblicato il 9 marzo 2005 immediatamente dopo l’annuncio dell’approvazione della transazione IBM/Lenovo da parte del governo statunitense.

    Rob non ha dubbi, e afferma che i beneficiari dell’accordo saranno in un primo momento Dell e HP, e in un secondo momento Oracle, Microsoft, Intel, VIA e AMD. Tra i beneficiari, quindi, non c’è traccia né di IBM né di Lenovo né tantomeno dei clienti delle due aziende, così come invece appariva dalle magniloquenti dichiarazioni del sito di Nordest Servizi, un’azienda fondata da ex dipendenti IBM, pubblicate lo stesso giorno dell’annuncio:

    In un’unica, nuova azienda saranno unite caratteristiche di grande successo: le tecnologie all’avanguardia della storica divisione PC di IBM e l’indiscussa leadership di Lenovo nel settore PC delle economie mondiali in forte crescita. La nuova Lenovo avrà, così, le dimensioni e le competenze per fornirvi sempre maggiore valore nelle tecnologie PC.

    Siamo convinti che la stretta alleanza tra IBM e Lenovo permetterà alla nuova azienda di soddisfare e persino superare le sue aspettative per personal computer che forniscano grande valore e produttività per i suoi clienti. I Business Partner IBM continueranno a offrire i migliori PC del Mondo, integrati in soluzioni on demand end to end.

    Il successo di IBM è stato legato soprattutto a una figura, quella di John Watson Junior, che è diventato President nel 1952, Chief Executive Officer nel 1956 e Chairman nel 1961, succedendo a suo padre John Watson Senior (una famiglia caratterizzata dalla fantasia per i nomi). Sono stati gli anni in cui IBM ha gettato le basi della sua posizione di predominio sul mercato, conquistando la leadership nell’area dei mainframe, ma ha anche costruito la sua terribile burocrazia, che oggi è diventata il suo principale problema.

    IBM, Divisione Networking, è l’unica azienda con cui Qwerty, la mia precedente agenzia di relazioni pubbliche, ha dovuto interrompere il rapporto di consulenza, a causa dell’impossibilità di lavorare, dovuta al palleggiamento delle responsabilità tra tre sedi dell’azienda, alla necessità di dedicare più tempo alla “politica” che alle altre attività, e - non ultimo - all’insipienza di alcuni personaggi.

    Rob Enderle sostiene che Lou Gerstner aveva cercato di smontare questo castello di burocrazia. Fallendo, avrebbe aperto la strada alla cessione della business unit PC, e - progressivamente - delle altre business unit: la Divisione Software, che è tradizionalmente la più indipendente delle business unit IBM, e IBM Microelectronics, che sviluppa e produce microprocessori e altri componenti di base.

    La storia ci dirà…

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  • IBM: il solito film

    Leggendo questo articolo di BusinessWeek, appare evidente come i problemi di IBM siano strutturali e non legati a un semplice calo delle vendite in alcuni Paesi europei. La cosa, peraltro, era prevedibile, ed è sconfortante rilevare come l’IBM stia reagendo nel solito modo, che porta solo a risultati di breve periodo.

    Nell’ultimo trimestre, infatti, l’azienda ha fatturato 22,9 miliardi di dollari, contro una previsione degli analisti che si posizionava tra i 23,2 e i 24,1 miliardi di dollari. Un peccato mortale, che in un giorno è costato una perdita secca dell’8% del valore delle azioni. Questo ha portato all’annuncio dei licenziamenti, che saranno per il 50% in Europa, dove le vendite sono andate peggio [sarà un caso, ma è anche l'area dove i PC hanno un ruolo più strategico, visto che la dimensione media delle aziende è inferiore e i mainframe hanno un peso inferiore].

    IBM sta smantellando il quartier generale europeo di Parigi, sta trasferendo ai singoli Paesi alcune attività di marketing che fino a oggi erano centralizzate [fino a quando non partirà la tendenza opposta, e tutto ritornerà nelle mani di una struttura centrale: mai che si prenda una decisione "intelligente", con un bilanciamento tra le responsabilità centrali e quelle periferiche], e sta creando dei “centri di eccellenza” che coordinano alcune attività di servizio.

    Inoltre, sta spostando alcune attività verso Paesi in cui il costo del lavoro è più basso, come quelli dell’Europa dell’Est.

    Il solito film.

    Si potrebbe già scrivere il prossimo episodio, la centralizzazione, e quello ancora successivo, il decentramento. Think global, act local. Oppure, One Voice. Oppure, vattelapesca. La storia ha già detto che questo andamento ondivago non funziona… speriamo che prima o poi arrivi un manager in grado di prendere decisioni i cui effetti vadano oltre le ventiquattro ore.

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  • IBM va male?

    Ma non aveva risolto tutti i suoi problemi con la vendita della Divisione PC a Lenovo?
    E invece, annuncia 13.000 licenziamenti, pari al 4% della forza lavoro, soprattutto nelle filiali europee della società.

    Secondo Sam Palmisano, infatti, il calo dei profitti è da attribuire, in parte, al calo delle vendite in Francia, Germania e Italia.

    Mi piacerebbe sentire i commenti a questa notizia di quelle persone che mi hanno detto che l’operazione Lenovo era “una figata”.

    Io non immaginavo che l’effetto negativo fosse così rapido, ma ho scritto che l’operazione non avrebbe funzionato in tempi non sospetti.

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  • Ben Silverman, autore del blog PR Fuel, ha realizzato una ricerca in cui ha coinvolto cinquanta giornalisti di quotidiani statunitensi per analizzare il rapporto di questi giornalisti con i comunicati stampa, le sale stampa online e i blog. Gli intervistati appartengono a quotidiani che vendono ogni giorno tra 100.000 e 500.000 copie, e scrivono di business, politica, sport, cronaca locale, cronaca nera, viaggi, turismo, tecnologia e arte.

    Queste sono le risposte, con i commenti di Ben Silverman.

    Comunicati Stampa

    1. Dei comunicati stampa che ricevi via e-mail, quanti ne apri e ne leggi?

    Tra il 90% e il 100% = 8%
    Tra l’80% e l’89% = 13%
    Tra il 70% e il 79% = 15%
    Tra il 60% e il 69% = 16%
    Tra il 50% e il 59% = 25%
    Meno del 50% = 26%

    Commento: Ricordate, un buon titolo fa aprire il messaggio, e una notizia interessante fa continuare a leggere il comunicato stampa. E, naturalmente, non spedire mai un comunicato stampa come allegato.

    2. A) Ricevi ancora comunicati stampa per posta?

    Si = 22%
    No = 78%

    Commento: Sono sorpreso da una percentuale ancora così alta.

    2. B) Li leggi?

    Si = 2%
    No = 98%

    Commento: Non sono sorpreso.

    3. A) Ricevi ancora comunicati stampa per fax?

    Si = 36%
    No = 64%

    Commento: Quanti ne arriveranno su un numero eFax?

    B) Li leggi?

    Si = 56%
    No = 44%

    Commento: Apparentemente, il fax è il modo migliore per far leggere un comunicato stampa. Forse, è il concetto di “urgenza” che è associato al fax che sspinge i giornaliti a leggerli.

    4. Controlli i servizi di distribuzione dei comunicati stampa come Business Wire e PR Newswire?

    Si = 70%
    No = 30%

    Commento: Il modo migliore per farli leggere.

    (N.d.R., Praticamente inutilizzato in Italia)

    5. Generalmente, trovi utili le informazioni contenute nei comunicati stampa?

    Si = 76%
    No = 24%

    Commento: E’ una risposta particolarmente positiva, ma in questo caso non capisco perché i giornalisti non leggano più comunicati stampa. E’ colpa del titolo?

    6. La maggioranza dei comunicati stampa che ricevi è in linea con quello che scrivi?

    Si = 62%
    No = 38%

    Commento: Questa percentuale deve migliorare. Bisogna aggiornare i database.

    Blog

    1. Leggi dei blog per intrattenimento?

    Si = 24%
    No = 76%

    Commento: Il 27% degli adulti statunitensi legge dei blog.

    2. Leggi blog sullo stesso argomento di cui scrivi?

    Si = 36%
    No = 64%

    Commento: Questa è la vera percentuale…

    3. Hai mai scritto un articolo dopo aver letto la storia su un blog?

    Si = 18%
    No = 82%

    Commento: Non riesco a capire se si tratta di un numero alto o basso. Credo che alcuni giornalisti non vogliano rivelare le loro foti di informazione.

    4. Hai mai utilizzato l’autore di un blog come fonte?

    Si = 4%
    No = 96%

    Commento: Sorprendentemente bassa. Avrei scommesso su una percentuale almeno del 15%.

    5. Hai mai citato un blog come fonte di informazioni per un articolo?

    Si = 6%
    No = 94%

    Commento: Come sopra.

    6. Ritieni che i blog siano uno strumento di ricerca utile per il tuo lavoro (fonte di informazioni, barometro sulle opinioni, eccetera)?

    Si = 24%
    No = 76%

    Commento: La percentuale è quella che stimavo per le due risposte precedenti, ma ancora bassa se consideriamo che il 36% degli intervistati afferma di leggere blog sullo stesso argomento di cui scrive.

    Uffici Stampa Online

    1. Le aziende forniscono informazioni sufficienti alla stampa sui loro siti web?

    Si = 66%
    No = 34%

    Commento: Il “si” potrebbe essere 100% se i PR spendessero qualche minuto in più per analizzare l’ufficio stampa online, e facessero qualcosa per migliorarlo.

    2. Con che frequenza visiti i siti delle aziende per cercare informazioni?

    Ogni giorno = 12%
    Ogni settimana = 74%
    Ogni mese = 14%
    Mai = 0%

    Commento: Questo è un buon segno.

    3. Hai mai utilizzato un modulo online (”scrivi nome, indirizzo e-mail e domanda, e ti risponderemo”) per fare delle richieste?

    Si = 2%
    No = 98%

    Commento: Siamo d’accordo! Odio quel tipo di modulo online.

    Varie

    1. Saresti un buon PR?

    Si = 32%
    No = 68%

    Commento: Una risposta onesta.

    2. Consideri i PR come pari grado, sotto il profilo professionale?

    Si = 78%
    No = 22%

    Commento: Mi aspettavo un numero inferiore di si.

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  • E’ un argomento di cui volevo scrivere da tempo: l’Ordine dei Giornalisti ha recentemente approvato un documento che contiene delle regole di comportamento per i giornalisti economici e finanziari, che integra e amplifica le norme del 1993.

    Questo è il testo del documento:

    1) Il giornalista riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne alterino il vero significato, le informazioni di cui dispone, soprattutto se già diffuse dalle agenzie di stampa o comunque di dominio pubblico. L’obbligo sussiste anche quando la notizia riguardi il suo editore o il referente politico o economico dell’organo di stampa.

    2) Non si può subordinare in alcun caso al profitto personale o di terzi le informazioni economiche e finanziarie di cui si sia venuti a conoscenza nell’ambito della propria attività professionale né si può turbare l’andamento del mercato diffondendo fatti o circostanze utili ai propri interessi.

    3) Il giornalista non può scrivere articoli che contengano valutazioni relative ad azioni o altri strumenti finanziari sul cui andamento borsistico abbia in qualunque modo un interesse finanziario, né può vendere o acquisire titoli di cui si stia occupando professionalmente nell’ambito suddetto o debba occuparsene a breve termine.

    4) Il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende da privati o enti pubblici che possano condizionare il suo lavoro e la sua autonomia o ledere la sua credibilità e dignità professionale.

    5) Il giornalista non assume incarichi e responsabilità in contrasto con l’esercizio autonomo della professione, né può prestare nome, voce e immagine per iniziative pubblicitarie, in quanto incompatibili con la credibilità e autonomia professionale. Sono consentite, invece, a titolo gratuito, analoghe iniziative volte a fini sociali, umanitari, culturali, religiosi, artistici, sindacali o comunque prive di carattere speculativo.

    6) Il giornalista, tanto più se ha responsabilità direttive, deve assicurare un adeguato standard di trasparenza sulla proprietà editoriale del giornale e sull’identità e gli eventuali interessi di cui siano portatori i suoi analisti e commentatori esterni in relazione allo specifico argomento dell’articolo. In particolare va ricordato al lettore chi è l’editore del giornale quando un articolo tratti problemi economici e finanziari che direttamente lo riguardino o possano in qualche modo favorirlo o danneggiarlo.

    7) Nel caso di articoli che contengano raccomandazioni d’investimento elaborate dallo stesso giornale va espressamente indicata l’identità dell’autore della raccomandazione (sia esso un giornalista interno o un collaboratore esterno). Occorre inoltre, nel rispetto delle norme deontologiche già in vigore sulla affidabilità e sulla pubblicità delle fonti, che per tutte le proiezioni, le previsioni e gli obiettivi di prezzo di un titolo siano chiaramente indicate le principali metodologie e ipotesi elaborate nel formularle e utilizzarle.
    8) La presentazione degli studi degli analisti deve avvenire assicurando una piena informazione sull’identità degli autori e deve rispettare nella sostanza il contenuto delle ricerche. In caso di una significativa difformità occorre farne oggetto di segnalazione ai lettori.

    Sarei molto felice se Ferpi e Assorel approvassero un analogo documento sui doveri dei professionisti delle relazioni pubbliche.

    In particolare, vorrei vedere questi tre articoli:

    1) Il professionista di relazioni pubbliche non può utilizzare in alcun caso per profitto personale o di terzi le informazioni economiche e finanziarie di cui viene a conoscenza nell’ambito della propria attività professionale né può turbare l’andamento del mercato diffondendo fatti o circostanze utili agli interessi di chi riceve queste informazioni.

    2) Il professionista di relazioni pubbliche non offre in nessun caso contratti di consulenza, pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende né a giornalisti né a clienti, dato che questi potrebbero condizionare l’autonomia professionale e decisionale di questi ultimi e ledere la dignità degli altri professionisti di relazioni pubbliche.

    3) Il professionista di relazioni pubbliche non offre in alcun caso a un giornalista un incarico in contrasto con l’esercizio autonomo della professione.

    E sarebbe anche particolarmente positivo se anche Ferpi e Assorel affidassero a un organismo esterno, così come ha fatto l’Ordine dei Giornalisti (che ha affidato alla Consob il compito di comminare le multe ai giornalisti che infrangono le regole), l’applicazione delle sanzioni, che dovrebbero essere estremamente severe.

    Altrimenti, continueranno a darci del “pierre”… e noi continueremo a meritarci questo appellativo.

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  • Steve Ballmer fa male a Microsoft?

    I fatti sembrano confermarlo.

    Questo elenco arriva dal blog Mini-Microsoft, che - apparentemente - proviene dall’interno dell’azienda.

    • Insieme a Bill Gates, ha preso decisioni che si sono tradotte in infrazioni della legge, e quindi in multe, restrizioni all’operatività e perdita di credibilità.
    • Insieme a Bill Gates, ha investito più di 10 miliardi di dollari in contanti in progetti nell’area delle telecomunicazioni, che sono falliti e hanno causato la perdita dell’intero ammontare.
    • All’apice della crisi, quando sarebbe stato possibile acquistare delle aziende con pochi soldi, Microsoft aveva miliardi in contanti, e altre aziende si sono rafforzate, non ha fatto nessun investimento.
    • Ha investito 10 miliardi di dollari in “settori emergenti” che a qualche anno di distanza rappresentano solamente il 10% del fatturato Microsoft, non crescono nemmeno del 10% e soprattutto non generano profitto.
    • Ha sostenuto spese enormi per gli utili sulle stock option, la maggior parte dei quali è finita nelle tasche dei top manager, che in molti casi non hanno raggiunto i propri obiettivi ma hanno ugualmente speculato sulle azioni (di fatto, un bonus sulle cattive performance).
    • Come risultato di queste azioni, ha fatto sì che l’azienda non aumentasse gli utili per cinque anni consecutivi, nonostante nello stesso periodo il fatturato sia cresciuto del 50%.
    • Ha approvato un oneroso programma di licenze nel momento in cui molte aziende avevano problemi economici, mettendo in difficoltà una buona percentuale dei clienti e alimentando la migrazione verso l’Open Source [grazie, a nome della comunità].
    • Da quando è alla guida dell’azienda, Microsoft ha sottovalutato il problema della sicurezza e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato l’evoluzione verso le ricerche a pagamento e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato l’evoluzione verso i web service e ha dovuto rincorrere il problema, ha mancato il boom della “portable music” e ha dovuto rincorrere il problema, ha abbandonato lo sviluppo di Internet Explorer e ha dovuto rincorrere il problema, e adesso non sembra in grado di rilasciare nessun prodotto nei tempi previsti, nemmeno limitandone le funzionalità (Longhorn, CRM, SQL, VS, eccetera eccetera).
    • Da quando è alla guida dell’azienda, la crescita di Microsoft è scesa dal 20-30% a meno del 10%, e le previsioni sono per un ulteriore rallentamento.
    • Nonostante le azioni abbiano perso il 50% del loro valore negli ultimi cinque anni, ha approvato il catastrofico piano di payout da 32 miliardi di dollari contro il parere di tutti gli esperti, che - per sostenere l’azione - suggerivano un’acquisizione accrescitiva, un buyback di maggiori dimensioni o un aumento dei dividendi.
    • Come risultato di tutto questo, ha perso la fiducia di Wall Street e degli investitori. Il sentimento generale è passato da “Microsoft è solida, la ripresa è questione di tempo” a “Quest’azienda è finita?”. Recentemente, ci sono stati diversi articoli sulla stampa che sostenevano questa posizione.

    C’è bisogno di altri esempi?

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