Ampia sintesi di un articolo comparso su Repubblica, interessante e preoccupante allo stesso tempo:
L’allarme di Confindustria: “Italia in declino, ultima in Europa”
Il reddito pro-capite nazionale è tornato ai livelli degli anni Settanta
L’Italia è un paese dove si produce di meno e si paga di più, dove l’istruzione arranca e il costo dei servizi e della burocrazia sono montagne invalicabili, dove il declino non è più una sensazione ma un’inesorabile serie di cifre messe assieme dal Centro Studi della Confindustria per elaborare il primo check-up completo sullo stato della competitività in Italia.
L’analisi, che verrà aggiornata ogni tre mesi, traccia un responso che lascia pochi dubbi: il Paese è in piena fase di rallentamento, e in alcuni casi è addirittura tornato indietro di trent’anni. Basti pensare al livello del reddito pro capite: nel 1986 quello italiano sembrava aver preso il volo, era più alto del 6% rispetto alla media europea. Nel 2003, il suo livello si è riabbassato alla media dell’UE, come negli anni Settanta.
Stesso risultato se il paragone viene fatto con il reddito pro capite USA: poco più di vent’anni fa il nostro era l’80% di quello medio americano, ora è scivolato al 70. I favolosi anni della crescita sono davvero un ricordo lontano. Trent’anni fa, la produzione del Paese viaggiava a tassi di crescita del 3%, mentre oggi annaspa all’1.
Oggi, ci sono di mezzo il caro petrolio e l’euro forte che penalizzano le esportazioni (la quota italiana sul commercio mondiale, dal 1996 al 2004, è scivolata dal 4,8 al 3,8%). Gli altri Paesi europei hanno parato i colpi meglio di noi, sia per quanto riguarda la capacità di produrre (nel 2004, il PIL della Ue è cresciuto a un ritmo del 2,2%), che per quanto riguarda quella di vendere (Francia e Germania hanno mantenuto stabili al 5% le loro quote sul mercato mondiale).
Nella crisi che ci affligge ci sono precise responsabilità nazionali: i prezzi non diminuiscono e la ricerca non viene sostenuta. E poi l’elettricità e i servizi: un’impresa italiana, per produrre, paga una bolletta più alta del 20% rispetto alla media UE. Il peso della burocrazia la soffoca: per aprire una attività economica in Italia ci vogliono 9 procedimenti e 3.800 dollari, in Danimarca ne bastano quattro ed è tutto gratis.
Il consumatore italiano che apre un conto corrente in banca paga 113 euro all’anno per usufruire di una quota standard di servizi, mentre il suo collega olandese ne paga 25 e la media UE è di 75 euro l’anno. E il guaio è che, a differenza dei prezzi di ristoranti, alberghi, pizzerie - ancora alti, ma con prospettive di rallentamento - per quelli dei servizi bancari è previsto un ulteriore balzo in avanti.
Il futuro non lascia grandi speranze: alla ricerca, che dovrebbe essere la spinta propulsiva della crescita, l’Italia dedica investimenti per l’1,1% del PIL, contro una media europea del 2 (ma la Francia destina il 2,2, la Germania e la Danimarca il 2,5, la Svezia il 4,7). Ci sono pochi laureati (il 12% dei giovani fra i 25 e i 34 anni) e pochi ricercatori (il 2 per mille degli occupati, contro una media europea del 6), che dal 1991 al 2001 sono diminuiti a un tasso dell’1,6% l’anno.

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