Relazioni di Prossimità

Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio

Archive for March, 2005

Questione di punti di vista

Negli Stati Uniti, il cablaggio che va dal telefono dell’utente alla prima centralina di smistamento lo chiamano “first mile”. In Europa, al contrario, lo chiamano “last mile”. Come ha spiegato Nan Chen, Presidente del Metro Ethernet Forum, è una questione di punti di vista: è il primo miglio se lo guardi dal lato del cliente, l’ultimo se lo guardi dal lato del fornitore di (dis)servizi di telecomunicazioni (un nome sopra a tutti: Telecom Italia). Una sottile differenza, che la dice lunga sulla strada che l’Europa deve ancora percorrere in direzione della cultura del servizio.

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  • New Media

    Prima guardate questa New Media Ecosystem Flowchart con il testo che la commenta (se vi sembra troppo complessa, come succede a molti, trovate una spiegazione dei termini utilizzati nei diversi riquadri in questa pagina), e poi andate a vedere come sarà lo scenario nel 2014 secondo il filmato prodotto da un inesistente ma sicuramente creativo Museum of Media History (se non lo avete già fatto, dovete installare il plug-in di Flash da questa pagina).

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  • Hi-Tech @ Stanford

    L’Università di Stanford ha pubblicato i risultati di uno studio che offre una panoramica delle tecnologie utilizzate dagli studenti all’interno del campus. Hanno risposto più di 3.000 studenti, dei quali il 98% possiede un PC e il 10% addirittura due o più PC (esclusi i PDA). L’83% ha un laptop, il 69% una stampante, l’80% un telefono cellulare (dilettanti…), il 56% una macchina fotografica digitale, il 53% un lettore di musica digitale (di questi, il 67% sono iPod), l’11% un PDA e il 9% un access point WiFi (questi, invece, sono professionisti…).
    Il sistema operativo più diffuso è Windows con una quota del 78%, il secondo è Mac OS con una quota del 22% e il terzo Linux con una quota del 2% (il totale è superiore al 100%!). Il 53% ha un anti-virus che esegue automaticamente la scansione, il 52% ha un anti-spyware, e il 48% ha installato la funzione di aggiornamento automatico di Windows. Il 44% degli studenti usa la rete wireless quotidianamente, e il 58% la usa almeno una volta alla settimana. L’81% usa la rete wireless in camera o in corridoio.

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  • EITO

    Ogni anno, all’inizio di marzo, EITO pubblica una ponderosa ricerca sull’andamento dell’anno precedente e sulle previsioni per gli anni a venire. Il volume della ricerca si può solo acquistare, ma sul sito si trovano due documenti che contengono una sintesi abbastanza completa dei dati: il comunicato stampa e la presentazione.
    Nel 2005, il mercato europeo dell’ICT crescerà del 4%, contro il 3,3% del 2004 e lo 0,9% del 2003. La crescita sarà significativa in tutti i segmenti, e porterà l’Europa a raggiungere una quota del 32,1% del mercato mondiale dell’ICT (o del 33,8% del mercato mondiale dell’IT e del 30,7% del mercato mondiale delle telecomunicazioni).

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  • VoIP

    Osterman Research ha pubblicato un’interessante ricerca sulla situazione della tecnologia VoIP. Nonostante la ricerca sia stata effettuata negli Stati Uniti, le conclusioni offrono spunti importanti anche per il nostro mercato:

    • Le reti voce e dati continuano a essere separate nella maggior parte delle aziende. Solo un’azienda su sei ha completato o sta completando il processo di convergenza tra le due reti, mentre un’azienda su quattro non prevede di integrare le reti voce e dati.
    • Solo un terzo delle aziende ha implementato un sistema VoIP e solo il 10% degli utenti utilizza il VoIP in ambiente di lavoro. Osterman Research prevede che la penetrazione del VoIP arriverà al 45% degli utenti entro il 2007, imponendo una modifica dell’attuale scenario legislativo.
    • I principali dubbi sul VoIP riguardano i vincoli legati all’ampiezza di banda delle reti dati, la possibilità che non vengano realizzati i potenziali risparmi, la scarsa qualità del servizio e il costo iniziale dell’infrastruttura VoIP. Più o meno la metà delle aziende è preoccupata dal fatto che il VoIP possa far perdere la maggior parte degli investimenti in telecomunicazioni e dall’affidabilità del VoIP.
    • Le motivazioni più importanti per la migrazione verso il VoIP sono la volontà di ridurre i costi telefonici, di fornire una migliore comunicazione agli utenti remoti e di migliorare la produttività degli utenti. Tre aziende su cinque ritengono che il VoIP potrebbe ridurre i costi di telecomunicazione.
    • Nonostante l’importanza degli standard, un’ampia percentuale dei decisori IT non conosce abbastanza quelli legati al VoIP. La correzione di questo problema richiede un continuo sforzo di comunicazione da parte dei vendor VoIP.
    • La maggior parte delle aziende prevede di integrare il VoIP con il sistema aziendale di messaggistica, ma solo in pochi prevedono di integrare il VoIP con le applicazioni di produttività e di gestione aziendale.
    • Le aziende sono orientate ad acquistare le soluzioni VoIP dai vendor di soluzioni di telecomunicazioni piuttosto che dai carrier, dai rivenditori a valore aggiunto o dai vendor di server di messaggistica.

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  • Imprenditori ed e-mail

    Secondo la società di consulenza Grant Thornton, che ha condotto una ricerca a livello mondiale, gli imprenditori italiani usano la posta elettronica - in media - per un’ora al giorno, come i giapponesi, e un po’ di più di francesi, polacchi, turchi, greci e russi, ma dietro a tutti gli altri (dai filippini agli irlandesi). Gli italiani sono i terzultimi, prima dei giapponesi e dei francesi, a ritenere che l’uso di internet abbia contribuito ad aumentare il loro fatturato.
    Il grafico dell’Economist visualizza la classifica dei 24 Paesi della ricerca Grant Thornton.

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  • 1984: la parodia

    Sicuramente, i più maturi ricordano il famoso video proiettato durante il SuperBowl 1984, per preannunciare l’arrivo del Macintosh. Si tratta di una delle pubblicità più famose nella storia dell’advertising, concepita dall’agenzia TBWA Chiat Day di Los Angeles (la loro sede di Venice, progettata dall’architetto Frank Gehry, è un omaggio alla loro creatività). Il video fece talmente tanto scalpore, e venne diffuso - gratuitamente - da un numero talmente alto di canali televisivi, da raggiungere il 49% dei cittadini statunitensi in pochissimo tempo.
    L’anno scorso, per i vent’anni del Macintosh, Apple ha prodotto una nuova versione del video, in cui ha inserito un iPod. La cosa non è stata troppo gradita dai puristi del Macintosh. A mio modo di vedere, è molto più bella questa parodia autoprodotta da un gruppo di artisti di New York. Anche qui c’è l’iPod, ma il senso generale è molto più ironico.
    Per vedere i due filmati, dovete avere QuickTime. Se non lo avete, lo potete installare qui.

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  • La storia non insegna

    Com’è possibile che un’azienda che ha le sue radici nel 1888 ed è stata ufficialmente fondata nel 1911, per cui è probabilmente la più vecchia nel mondo dell’information technology, compia degli errori così banali - e quel che è peggio, già scritti nella storia - come quelli che IBM ha compiuto con la cessione del business dei PC a Lenovo è un mistero che mi affascina e mi sconcerta allo stesso tempo.
    Il problema è che la decisione ha sconcertato anche il governo degli Stati Uniti, ovvero il più grande tra i clienti dell’azienda e della divisione che è stata ceduta ai cinesi, e quasi la metà dei clienti IBM, che hanno dichiarato che prenderanno in esame altri fornitori di personal computer. Lenovo è proprietà, attraverso Legend Holdings, della Chinese Academy of Sciences, un’istituzione governativa fondata nel 1949 sotto l’egida del Consiglio di Stato per gestire tutte le attività di ricerca nell’ambito delle scienze. La storia dell’istituzione corrisponde, anche nella terminologia, ai diversi periodi della storia recente della Cina.
    Quando l’accordo è stato annunciato, io - nella mia ingenuità (a cinquant’anni si può ancora essere ingenui) - pensavo che i termini dello stesso fossero già stati sottoposti sia al governo degli Stati Uniti (la Cina continua a essere elencata tra i Paesi in cui non è possibile esportare le tecnologie considerate come strategiche, come quelle per la sicurezza e la crittografia, ed è uno dei Paesi in cui sono più diffusi fenomeni come la copia del software proprietario e il reverse-engineering dell’hardware, sempre a scopo di copia) sia a un certo numero di clienti importanti e strategici. Per questo secondo obiettivo, esistono da tempo strumenti come i focus group che possono essere utilizzati a questo scopo, senza dover necessariamente rivelare in anticipo i dettagli della transazione in corso.
    IBM è nata come produttore di hardware, e nei primi anni della sua storia è stata un’azienda innovativa. Poi, contrariamente a quello che pensano in molti, è stata un follower, anche se in molti casi ha migliorato i prodotti sviluppati dai suoi concorrenti, com’è successo nel caso del mainframe, inventato da Sperry Corporation. Più che alla tecnologia, l’azienda deve il suo successo agli uomini, e in particolare a Thomas Watson Junior, che ne ha costruito l’inconfondibile DNA. E, nei tempi più recenti, a Don Estridge, un folletto - per gli standard IBM - che ha tirato fuori da un anonimo capannone di Boca Raton, insieme ad altri personaggi atipici per gli standard di Big Blue, il personal computer, il prodotto rivoluzionario della seconda giovinezza, in cui l’azienda non ha mai veramente creduto.
    Prova ne è che nei documenti che raccontano la storia IBM, il PC viene liquidato con due (2) righe, il buon Don Estridge non viene citato, e non viene citata nemmeno la data del 12 agosto (vivaddio, è il mio compleanno!!!), mentre al terrificante PS/2, uno scherzo della natura, un ceffone al mercato (che ha restituito con gli interessi), con il patetico bus Microchannel e l’ancor più patetico sistema operativo OS/2 (uno sgambetto da parte di Microsoft, che aveva già in tasca Windows), vengono dedicate ben 12 righe di tono trionfalistico. Ricordo ancora la pubblicità dell’annuncio: una pagina intera sui quotidiani, che recitava più o meno così: “da domani, il futuro non si può più copiare, il futuro si può solo inventare”. E la storia, zot!, una legnata sui denti…
    La coppia PS/2 + OS/2 è costata a IBM qualche centinaio di milioni di dollari in pubblicità, qualche punto percentuale (in meno) di quota di mercato, e soprattutto la perdita di una leadership di mercato che non è mai riuscita a riconquistare. Il tutto, perché PS/2 e OS/2 avrebbero dovuto assicurare all’azienda dei margini più alti di quelli dei PC compatibili, che erano esposti alla concorrenza dei cloni (e parliamo di margini stratosferici rispetto a quelli di oggi). IBM, per quanto forte, non è riuscita a imporre al mercato una scelta che andava in una direzione diversa da quella degli utenti. Alla fine, ha alzato bandiera bianca, ed è tornata a produrre i PC compatibili che lei stessa - probabilmente senza volerlo - aveva inventato.
    PC che nella storia IBM valgono solo due righe, ma che nella storia “vera” hanno cambiato la vita di centinaia di milioni di persone. Ma la storia non insegna…

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  • Fenomenologia del comunicato stampa

    Il comunicato stampa sembra essere la panacea delle relazioni con i media. Internet pullula di “guru” delle relazioni pubbliche che spiegano come diventare ricchi e famosi in poco tempo, e forse anche belli, distribuendo comunicati stampa. E siccome internet è tutto e il contrario di tutto, pullula anche di “guru” che sostengono esattamente il contrario, ovvero che il comunicato stampa è inutile o addirittura morto.
    La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo. Il comunicato stampa continua a essere uno strumento fondamentale delle relazioni con i media, se contiene una notizia, se è ben strutturato, se è ben scritto, se arriva al momento giusto, se… A pensarci bene, qualcuno dovrebbe proprio leggere i consigli dei “guru” pro comunicato stampa, per evitare che i suoi finiscano nel cestino - reale o virtuale - delle redazioni.
    Non fraintendiamo. Io sono decisamente a favore del comunicato stampa, così come sono a favore dei messaggi che suggeriscono un approfondimento, un taglio originale, una chiave di lettura alternativa, un’intervista, uno spunto… E delle telefonate, anche se è sempre più difficile “cogliere” un giornalista in un momento di tranquillità, per scambiare due opinioni e quattro chiacchiere.
    Badate bene, non parlo dei famigerati “recall”, che fanno perdere tempo a chi chiama e a chi è chiamato, e sono un segno distintivo della cialtronaggine di settore. A chi e a che cosa serve telefonare per sapere se “ha ricevuto il comunicato stampa?” e “pensa di utilizzarlo?”, se non si aggiunge nessun tipo di informazione? Eppure, nonostante le ripetute proteste dei giornalisti (ne ho pubblicata una anch’io), la maggior parte delle cosiddette agenzie di relazioni pubbliche continua imperterrita a farli.
    Sono ben altre le cose che contano per ottenere dei risultati tangibili da un’attività di relazioni con i media:

    1. La notizia. E’ la base del lavoro: senza una notizia, qualsiasi comunicato stampa è privo di significato, e non ha alcuna possibilità di essere pubblicato (al di fuori della sezione “le aziende informano”, che è nata per gratificare chi investe molto in pubblicità). La notizia è facile da identificare, basta…
    2. Imparare a pensare come un giornalista. Un professionista delle relazioni pubbliche deve essere in grado di immedesimarsi nei pubblici a cui si rivolge, per identificare i messaggi e gli strumenti più efficaci. I giornalisti non fanno eccezione: bisogna conoscere i loro tempi, i loro metodi, i loro obiettivi. Incontrarli nei loro luoghi di lavoro, discutere delle loro politiche editoriali, carpire (nel senso buono del termine) i loro segreti. E poi, utilizzare…
    3. Il contesto. Fare riferimento a una tendenza, a un andamento di mercato, a un avvenimento. Inserire la notizia in un contesto, per semplificare la “misura” della sua importanza. Le notizie asettiche, o riferite a condizioni ambientali o di mercato marcatamente diverse dalle nostre, fanno poca strada. La stessa cosa succede alle notizie troppo rarefatte, quando manca…
    4. La continuità. I comunicati stampa, e le altre attività di relazione con i media, devono costruire un rapporto continuativo, senza vuoti e interruzioni. Solo in questo modo, infatti, nasce quel dialogo a distanza tra l’istituzione, l’azienda o l’individuo e il giornalista, che permette di sfruttare tutte le opportunità di visibilità, senza mai cadere nell’eccesso. Un rapporto tra due entità coscienti della reciproca esistenza, eccetera eccetera eccetera.

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