Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
4 Mar
Secondo la società di consulenza Grant Thornton, che ha condotto una ricerca a livello mondiale, gli imprenditori italiani usano la posta elettronica - in media - per un’ora al giorno, come i giapponesi, e un po’ di più di francesi, polacchi, turchi, greci e russi, ma dietro a tutti gli altri (dai filippini agli irlandesi). Gli italiani sono i terzultimi, prima dei giapponesi e dei francesi, a ritenere che l’uso di internet abbia contribuito ad aumentare il loro fatturato.
Il grafico dell’Economist visualizza la classifica dei 24 Paesi della ricerca Grant Thornton.

4 Mar
Sicuramente, i più maturi ricordano il famoso video proiettato durante il SuperBowl 1984, per preannunciare l’arrivo del Macintosh. Si tratta di una delle pubblicità più famose nella storia dell’advertising, concepita dall’agenzia TBWA Chiat Day di Los Angeles (la loro sede di Venice, progettata dall’architetto Frank Gehry, è un omaggio alla loro creatività). Il video fece talmente tanto scalpore, e venne diffuso - gratuitamente - da un numero talmente alto di canali televisivi, da raggiungere il 49% dei cittadini statunitensi in pochissimo tempo.
L’anno scorso, per i vent’anni del Macintosh, Apple ha prodotto una nuova versione del video, in cui ha inserito un iPod. La cosa non è stata troppo gradita dai puristi del Macintosh. A mio modo di vedere, è molto più bella questa parodia autoprodotta da un gruppo di artisti di New York. Anche qui c’è l’iPod, ma il senso generale è molto più ironico.
Per vedere i due filmati, dovete avere QuickTime. Se non lo avete, lo potete installare qui.
4 Mar
Com’è possibile che un’azienda che ha le sue radici nel 1888 ed è stata ufficialmente fondata nel 1911, per cui è probabilmente la più vecchia nel mondo dell’information technology, compia degli errori così banali - e quel che è peggio, già scritti nella storia - come quelli che IBM ha compiuto con la cessione del business dei PC a Lenovo è un mistero che mi affascina e mi sconcerta allo stesso tempo.
Il problema è che la decisione ha sconcertato anche il governo degli Stati Uniti, ovvero il più grande tra i clienti dell’azienda e della divisione che è stata ceduta ai cinesi, e quasi la metà dei clienti IBM, che hanno dichiarato che prenderanno in esame altri fornitori di personal computer. Lenovo è proprietà, attraverso Legend Holdings, della Chinese Academy of Sciences, un’istituzione governativa fondata nel 1949 sotto l’egida del Consiglio di Stato per gestire tutte le attività di ricerca nell’ambito delle scienze. La storia dell’istituzione corrisponde, anche nella terminologia, ai diversi periodi della storia recente della Cina.
Quando l’accordo è stato annunciato, io - nella mia ingenuità (a cinquant’anni si può ancora essere ingenui) - pensavo che i termini dello stesso fossero già stati sottoposti sia al governo degli Stati Uniti (la Cina continua a essere elencata tra i Paesi in cui non è possibile esportare le tecnologie considerate come strategiche, come quelle per la sicurezza e la crittografia, ed è uno dei Paesi in cui sono più diffusi fenomeni come la copia del software proprietario e il reverse-engineering dell’hardware, sempre a scopo di copia) sia a un certo numero di clienti importanti e strategici. Per questo secondo obiettivo, esistono da tempo strumenti come i focus group che possono essere utilizzati a questo scopo, senza dover necessariamente rivelare in anticipo i dettagli della transazione in corso.
IBM è nata come produttore di hardware, e nei primi anni della sua storia è stata un’azienda innovativa. Poi, contrariamente a quello che pensano in molti, è stata un follower, anche se in molti casi ha migliorato i prodotti sviluppati dai suoi concorrenti, com’è successo nel caso del mainframe, inventato da Sperry Corporation. Più che alla tecnologia, l’azienda deve il suo successo agli uomini, e in particolare a Thomas Watson Junior, che ne ha costruito l’inconfondibile DNA. E, nei tempi più recenti, a Don Estridge, un folletto - per gli standard IBM - che ha tirato fuori da un anonimo capannone di Boca Raton, insieme ad altri personaggi atipici per gli standard di Big Blue, il personal computer, il prodotto rivoluzionario della seconda giovinezza, in cui l’azienda non ha mai veramente creduto.
Prova ne è che nei documenti che raccontano la storia IBM, il PC viene liquidato con due (2) righe, il buon Don Estridge non viene citato, e non viene citata nemmeno la data del 12 agosto (vivaddio, è il mio compleanno!!!), mentre al terrificante PS/2, uno scherzo della natura, un ceffone al mercato (che ha restituito con gli interessi), con il patetico bus Microchannel e l’ancor più patetico sistema operativo OS/2 (uno sgambetto da parte di Microsoft, che aveva già in tasca Windows), vengono dedicate ben 12 righe di tono trionfalistico. Ricordo ancora la pubblicità dell’annuncio: una pagina intera sui quotidiani, che recitava più o meno così: “da domani, il futuro non si può più copiare, il futuro si può solo inventare”. E la storia, zot!, una legnata sui denti…
La coppia PS/2 + OS/2 è costata a IBM qualche centinaio di milioni di dollari in pubblicità, qualche punto percentuale (in meno) di quota di mercato, e soprattutto la perdita di una leadership di mercato che non è mai riuscita a riconquistare. Il tutto, perché PS/2 e OS/2 avrebbero dovuto assicurare all’azienda dei margini più alti di quelli dei PC compatibili, che erano esposti alla concorrenza dei cloni (e parliamo di margini stratosferici rispetto a quelli di oggi). IBM, per quanto forte, non è riuscita a imporre al mercato una scelta che andava in una direzione diversa da quella degli utenti. Alla fine, ha alzato bandiera bianca, ed è tornata a produrre i PC compatibili che lei stessa - probabilmente senza volerlo - aveva inventato.
PC che nella storia IBM valgono solo due righe, ma che nella storia “vera” hanno cambiato la vita di centinaia di milioni di persone. Ma la storia non insegna…