Relazioni Pubbliche e Stakeholder nello Scenario del Terzo Millennio
31 Jan
Faceva un caldo insopportabile. Quando suonò il campanello, mi avviai verso la porta gridando “Chi è!”. “Computerworld Italia”, rispose una voce femminile. Guardai attraverso lo spioncino. L’immagine, deformata dal vetro convesso, mi fece pensare più a un’allucinazione che alla realtà.
La biondona in minigonna entrò con andatura ondeggiante. “Devo consegnare il primo numero di Computerworld Italia a Italo Vignoli”.
“Sono io”, ribattei con aria seccata. Da quando avevano scoperto che ero nato il 12 agosto – la stessa data della presentazione alla stampa del personal computer IBM – non avevo più pace.
Ogni mese ricevevo chili di questionari dalle società di ricerca, quintali di offerte dai concessionari, tonnellate di carta stampata dalle case editrici.
Ero talmente stufo che esclamai: “Mi spieghi cosa c’entro io con Computerworld Italia: sono laureato in lettere, odio matematica e fisica, faccio il geografo, e non ho mai visto un computer in vita mia”.
Il tono seccato non sorprese la biondona, che replicò con arguzia: “E se, leggendo il primo numero di Computerworld, lei scoprisse che l’informatica è la passione della sua vita?”.
“Impossibile!”, bofonchiai, spalancando la porta con un gesto che non ammetteva repliche. La biondona uscì con aria palesemente scocciata. Prima di salire sull’ascensore, si voltò e mi gettò fra i piedi il mitico primo numero di Computerworld Italia.
Lo raccolsi: il fascino della biondona aveva colpito nel segno: “E se avesse ragione?”, pensai. “In fin dei conti, il fatto di essere nato proprio il 12 agosto potrebbe essere veramente un segno del destino!”.
Guardai la prima pagina, e rimasi colpito dal titolo su diciotto colonne: “1982-1992: dieci anni di informatica”. “Com’è possibile”, pensai, “raccontare in anticipo dieci anni di storia?”.
Incuriosito, mi trasferii in terrazzo – o meglio, nella foresta tropicale che mia madre spacciava per terrazzo – e mi sdraia sulla chaise-longue di vimini. Prima di iniziare a leggere, mi versai un bicchiere di acquavite di ciliegie ghiacciata.
Iniziai a sfogliare Computerworld Italia: il contenuto manteneva le promesse. E c’erano anche le fotografie! Da qualche parte, lessi che l’editore poteva contare su una rete capillare di informatori.
Dopo una decina di pagine, avevo già fatto la conoscenza con decine e decine di personaggi, da Don Estridge – quello del 12 agosto – a Rod Canion, da Steve Jobs a Bill Gates, e così via.
Buttavo l’occhio qua e là sulle pagine, e mi soffermavo soprattutto sulle fotografie. Gli americani erano davvero impagabili, con i loro bretelloni rossi e le loro T-shirt da sera, stampate con lo sparato e il cravattino, quasi fossero degli smoking.
A forza di sfogliare, giunsi al 1985, con la caduta del primo mito: Steve Jobs, il geniale creatore del personal computer e del Macintosh, veniva sostituito alla guida di Apple da John Sculley, uno che nella sua vita non aveva fatto altro che vendere gassosa e patatine fritte per conto della Pepsi Cola.
Superai il 1986. Ormai sapevo tutto sull’evoluzione del personal computer IBM, sul successo di Compaq, sull’arrivo dei cloni, sull’evoluzione del software applicativo, e sul fenomeno delle copie pirata, che sembrava essere un cancro soprattutto italiano.
Giunsi al 1987. Notai subito la foto di una premiazione: in mezzo a un gruppo di personaggi inequivocabilmente inglesi spiccava un giovane barbuto, che teneva in mano un trofeo come fosse un carciofo.
Lessi la didascalia: “Italo Vignoli, Direttore Marketing Communications della Divisione Stampanti della Honeywell, ritira il premio RITA, conquistato dalla Compuprint 4/66 durante il ‘Which Computer? Show’ di Birmingham, il 17 febbraio 1987″.
Riguardai la foto, rilessi la didascalia. Riguardai e rilessi per almeno una dozzina di volte. E poi mi decisi a ingurgitare d’un sorso il bicchiere di acquavite. Com’ero ingrassato!
Poi ci ripensai: “Impossibile! Sarà un caso di omonimia”. Mi resi conto, però, che non si era mai visto un caso di omonimia con la stessa faccia, barba compresa.
“Calma, qui ci vuole calma e sangue freddo!”, esclamai ad alta voce, quasi per convincere me stesso. “Dunque, in meno di cinque anni io dovrei passare da Redattore Geocartografo del Touring Club Italiano a Direttore Marketing Communications della Honeywell. Ridicolo, semplicemente ridicolo!”.
A chi era potuta venire un’idea così balzana? Sfogliai le pagine di Computerworld Italia alla ricerca del numero di telefono della redazione.
Mi rispose una voce cortese e professionale, che mi passò subito il caporedattore: “E lei, invece di essere contento, protesta perché le abbiamo rivelato che nel 1987 vincerà un premio. Pensi a quello che dovrebbe dire Steve Jobs, dopo aver scoperto la sua fine!”.
Il caporedattore continuò: “Le dò un consiglio: visto che quelli della Honeywell non si sono ancora fatti vivi, gli scriva. E si accorgerà che abbiamo visto giusto”.
La frase successiva fu quella che mi convinse: “Per quale motivo lei crede che John Sculley abbia deciso di lasciare la Pepsi e di andare alla Apple? Ma perché aveva letto su Computerworld come sarebbe andata a finire!”.
Presi carta e penna, e iniziai:
“Gentili Signori, forse voi non lo sapete, perché non avete ancora letto il primo numero di Computerworld Italia, ma nel 1987 io e la 4/66 faremo grandi cose…”.
Il resto è storia.
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